“La democrazia è il regno dell’iniziativa”
Negli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento, anche su influenza della legislazione varata in Germania da Otto von Bismarck, prese l’abbrivio in Italia la formazione di un primo, timido Stato sociale, con l’adozione di schemi di assicurazione sociale in materia di infortuni, invalidità, vecchiaia, malattia e maternità. Alcune di queste assicurazioni sarebbero divenute obbligatorie (come quella relativa agli infortuni, nel 1898). Successivamente, la stagione giolittiana avrebbe non solo irrobustito la legislazione sociale in tali settori ma l’avrebbe anche ampliata con interventi a tutela del lavoro femminile e dei fanciulli (la legge Carcano, del giugno 1902) e sulle case popolari (nel 1903, grazie all’iniziativa di Luigi Luzzatti). I maggiori liberisti italiani tra i due secoli, Antonio De Viti De Marco, Maffeo Pantaleoni e Vilfredo Pareto, solo per citarne alcuni, avrebbero riservato una certa diffidenza nei confronti di questi tentativi volti a creare un embrione di Stato sociale, timorosi che avrebbero potuto ostacolare la crescita della produzione alla quale affidavano sostanzialmente il miglioramento delle condizioni materiali dei lavoratori.
Nei loro interventi si può avvertire sempre la presenza di un “secondo tempo” cui procrastinare la costruzione di un sistema di protezione sociale, giudicato irrealizzabile, nel momento in cui scrivevano, in un Paese povero di capitali quale era l’Italia in confronto ai Paesi europei più avanzati. Per la radicalità del suo atteggiamento antistatalista in tema di legislazione sociale si distingue Piero Gobetti, di cui quest’anno cade il centenario della morte, radicalità che si nutre di un discorso non meramente economico in quanto rimanda a una specifica concezione antropologica. In Gobetti è difatti profonda la convinzione che appagamento e realizzazione di sé, in un uomo che voglia essere compiutamente tale, derivino necessariamente dal pieno dispiegamento dell’iniziativa individuale. Sulla sua Rivoluzione liberale del 9 aprile 1922, Gobetti (con lo pseudonimo di Antiguelfo) teorizza con riferimento alle assicurazioni sociali che lo Stato debba intervenire il meno possibile per non fiaccare l’operosità dei singoli.
Il giovanissimo studioso e antifascista torinese si interroga sul “diritto di tutti i cittadini d’una nazione civile, ad essere protetti nella vita e nel lavoro”. Ebbene, sostiene Gobetti, “la democrazia è il regno dell’iniziativa: per noi questo diritto è dunque incontestabile, ma è pure un dovere e vi provvede il singolo. Lo Stato interverrà a suo tempo, se interverrà, come disciplinatore, controllore, garante: la prima azione è di carattere privato e ha il suo impulso dal bisogno singolare”. E ancora: “infortuni, malattie, disoccupazione, vecchiaia entrano nel calcolo e nella previsione individuale: si accetta che la previdenza debba essere, magari per opera dello Stato, stimolata, ma sarebbe curioso davvero abolirla, o privarla di responsabilità per renderla universale”. L’atteggiamento tutorio dello Stato era un residuo “della concezione patriarcale e autocratica dello Stato paterno”, che, inoltre, sotto la pressione di specifiche categorie di lavoratori, non avrebbe più perseguito gli interessi generali. Un’organizzazione assicurativa “adeguata alle esigenze individuali” si sarebbe ottenuta “solo con la libera iniziativa privata”.
Il bisogno di protezione sociale, difatti, non era universale ma “bisogno individuale che devono soddisfare gli uomini o le categorie che lo sentono per mezzo di contratti, di convenzioni, di associazioni”. La tassazione, continua allora Gobetti, “sugli abbienti a favore dei non abbienti accrescerebbe la degenerazione della legislazione vigente; confermerebbe una concezione dello Stato come schiavo di clientele turbolente e di audaci intriganti, desiderosi di coprire le loro rapine all’ombra di una consacrata legalità” e che avrebbero gabellato per “solidarietà” lo spirito “di speculazione”.
Nella storia repubblicana l’eredità di Gobetti è stata variamente contesa. Se la cultura azionista ha sottolineato del torinese l’intransigenza antifascista, quella comunista ha portato sugli scudi la sua critica delle insufficienze della borghesia ai fini della modernizzazione economica del Paese, unitamente alla qualificazione della classe operaia, attraverso l’esperienza rigeneratrice dei Consigli di fabbrica durante il “Biennio rosso” (1919-1920), quale nuova classe dirigente e alla denuncia del parassitismo del socialismo riformista. La cultura liberale moderata, invece, soprattutto negli anni Novanta, avrebbe imputato a Gobetti una scarsa attenzione alle libertà individuali, elementi indefettibili di una società liberale, espungendo tout court il pensatore piemontese dal pantheon liberale. Al tentativo di conferire legittimità e spessore culturale all’auspicata rivoluzione liberal-liberista all’indomani del collasso, nei primi anni Novanta dello scorso secolo, del sistema politico che aveva sorretto la cosiddetta Prima Repubblica, l’antistatalismo gobettiano, però, sarebbe stato certamente funzionale.
Aggiornato il 07 aprile 2026 alle ore 10:28
