Le ultime pagine di Una storia semplice – racconto postumo di Leonardo Sciascia – mostrano il procuratore della Repubblica che, prima di interrogare quale testimone il suo vecchio professore di Italiano, non sapendo resistere alla tentazione, lo invita a considerare l’alta carica da lui ricoperta, nonostante le insufficienze che in Italiano il professore ripetutamente gli assegnava. Ma il vecchio professore replica asciuttamente e velenosamente: “L’italiano non è l’italiano, è il ragionare…”. Come a voler dire che l’uso che si sappia fare della lingua – corretto o scorretto che sia – non fa che esprimere la propria capacità di pensare e di pensare correttamente. Ebbene, da alcuni anni a questa parte, dobbiamo registrare un crescente uso della lingua italiana piegato a spregiudicatezze varie e multiformi non solo in bocca a giovani e giovanissimi, ma anche – e sorprendentemente – per mano di quotidiani nazionali di grande storia e prestigio e perfino di organi istituzionali di primaria importanza. Si badi. So bene come e quanto la linguistica contemporanea insista sulla prevalenza dell’uso linguistico quale fonte normativa, rispetto alla regola grammaticale, vista quale retaggio di un super-io di taglio scolastico e neo-purista (massimo fra gli interdetti, quest’ultimo), ma non intendo certo qui riprendere tale questione.
Mi limito invece a segnalare alcuni modi di usare la lingua italiana recentemente apparsi e che son passati del tutto inosservati, senza che nessuno – né fra i cultori della lingua e neppure fra i semplici parlanti, i quali ne avrebbero avuto titolo – abbia battuto ciglio: e credo che di ciglia da battere ce ne fossero parecchie. Primo caso. Corriere della Sera di Domenica 11 gennaio 2026, pag. 7, articolo a firma di Sara Gandolfi, dedicato – dopo il sequestro di Nicolás Maduro – alla Delcy Rodríguez, che aveva assunto la presidenza “ad interim”. Ebbene, nel catenaccio – quello, per intenderci, che si trova appena sotto o accanto al titolo e che il titolo deve spiegare per sommi capi ai lettori e in caratteri corposi – la Rodriguez viene appellata col titolo di “presidenta”. Avete capito bene: “Presidenta” con la “a” finale, in quanto donna e non uomo. Ora, fermo restando che ciascuno è libero di fare ciò che vuole, sia pure entro i limiti della decenza (in questo caso linguistica), va segnalato come in lingua italiana il termine presidente – con la “e” finale – non si lasci cogliere né come maschile né come femminile. Si tratta, infatti, di un participio presente del verbo “presiedere”, usato – come capita in altri casi – con valore aggettivale e che, proprio in quanto participio presente, può essere indifferentemente riferito al maschile come al femminile. Scrivendo allora “la presidente”, si sarebbe comunicato tutto quello che c’era da comunicare e cioè che si tratta di una donna che occupa la poltrona presidenziale: invece, “presidenta” manifesta solo un doppio errore: il primo perché si ignora che il finale in “e” è neutro e il secondo perché si crede basti la desinenza in “a” per rendere femminile un aggettivo che invece non è né maschile né femminile. Non basta. Secondo caso. Stesso quotidiano, stesso giorno, pagina 8, articolo a firma di Federico Fubini, dedicato al petrolio venezuelano utilizzabile dalle compagnie occidentali, ove si legge: “E benché gli altri presenti non “osavano” (e non “osassero”) dirlo davanti a Trump…”.
Qui l’imperfetto indicativo prende il posto dell’imperfetto congiuntivo: il tempo verbale resta identico, ma cambia il modo. Non si tratta di orpelli grammaticali, ma di un effetto preciso, in quanto il modo della possibilità viene spodestato da quello della realtà, cosa evidentemente assurda dal momento che pare palese come Fubini proponga una sua deduzione (cioè che gli altri temessero di dire) e non certo un dato fattuale, oggettivamente incontrovertibile: l’incertezza dell’ipotesi giornalistica viene così costretta all’interno della cornice grammaticale della certezza fattuale. Insomma, un vero pasticcio di senso. Terzo caso. Qui non occorre neppure citare espressamente il testo ove reperire il solenne strafalcione, tanto abituale ormai esso è divenuto nelle sentenze della Cassazione, del Consiglio di Stato e perfino nei provvedimenti delle cosiddette autorità indipendenti. Mi riferisco all’uso strabiliante della locuzione “in disparte” come preposizione, invece che come locuzione avverbiale. Così – con raccapriccio – è dato leggere per esempio espressioni del seguente tipo: “In disparte a quanto abbiamo detto…” oppure “In disparte alle affermazioni contenute nel…” e altre simili. Insomma, si ignora che la locuzione “in disparte” può avere soltanto valore avverbiale e perciò assoluto, come per esempio nelle seguenti espressioni: “Se ne stava in disparte” oppure “Rimase in disparte”; mentre mai e poi mai potrà avere valore preposizionale, cioè introduttivo di una proposizione e per giunta con valore concessivo.
In tali casi si dirà allora correttamente “a prescindere da quanto abbiamo detto…” oppure “benché tu abbia detto che…” e via di questo passo. Quarto caso. Questo strafalcione è perfino esilarante. La Cassazione insiste infatti ad affermare la “dovutezza” delle somme da parte del debitore verso il creditore. “Dovutezza”? Orrore! Va detto invece, come è stato per secolare tradizione giuridica, “debenza”, termine certo latineggiante ma chiarissimo e soprattutto da moltissimo tempo entrato di piena cittadinanza nell’universo linguistico dei giuristi. Invece la Cassazione afferra il participio passato del verbo “dovere”, vale a dire “dovuto”, gli torce il collo facendone un sostantivo eliminando la desinenza “o” e inserendo “ezza”, per poi servirlo sul vassoio d’argento di una sentenza, che però lascia trasecolati chi abbia un poco di buon senso. Sicché quando, rientrando a casa sere fa, chiesi a mio figlio come fosse andata la sua “mangiatezza” (se cioè aveva ben desinato), ottenendone però solo meravigliata incomprensione, potei rispondere con sicumera: “L’ha detto la Cassazione!”.
Aggiornato il 23 febbraio 2026 alle ore 14:40
