Don Alberto Ravagnani, prete influencer tra i più seguiti nella galassia trash dei social, ha sospeso il suo ministero sacerdotale. Per dirla in gergo, non si è “spretato”. È ancora sacerdote, almeno nei termini del diritto canonico, ma è in pausa. L’ha comunicato alcune settimane fa, dopo aver trascorso alcuni mesi senza l’abito sacerdotale (nel suo caso il clergyman, la talare non è pervenuta nel suo armadio). Negli ultimi tempi aveva addirittura iniziato a sponsorizzare integratori sportivi come un qualunque fitfluencer della scena social. “Le ragioni della scelta sono tante e complesse”, ha dichiarato Alberto su un video pubblicato su YouTube. Dice di essere consapevole, di averci pensato molto e di essersi confrontato, prima di prendere la decisione. Tanti preti abbandonano il ministero sacerdotale, non è certamente il primo. Piuttosto, è il primo tra i preti influencer. TikTok è pieno di questi preti in t-shirt attillata, con i capelli pieni di gel, il viso fresco di maschera anti-age, la parlata giovanile e lo sguardo furbo.
Quella che negli anni si è diffusa sui social è una Chiesa parallela, una sorta di ministero della fede 2.0, dove tanti preti – invece di fare i burocrati della fede, che timbrano il cartellino soltanto per dire messa – mostrano la loro quotidianità e si presentano come trascinatori di giovani folle. Parlando tempo fa del Giubileo dei giovani e delle aspettative che la Chiesa ripone nei cosiddetti influencer di Dio, ho anche aperto alla possibilità che tutta questa mania dei preti instagrammabili non sia altro che un’arma a doppio taglio. Se da una parte le parrocchie sembrano attirare nuovi giovani (certamente non ovunque, e sicuramente non con chissà quali numeri), dall’altra c’è la consapevolezza che non basta fare gli alternativi, i santoni in canotta, o sbandierare ideologie inclusive e fare discorsi strappa like per attirare nuove leve. Tempo fa mi è capitato di leggere qualcosa come: “Se la Chiesa perde qualcuno per assenza di tradizione, non è detto che riesca ad accogliere qualcun altro perché vuole mostrarsi come moderna”.
Detta semplice: questa strategia dei preti o delle suore influencer non recupera chi è uscito. Più o meno va così: ogni nuovo fedele che entra molto probabilmente ne sta sostituendo almeno due che hanno preso le distanze dall’istituzione. La Chiesa, senza dover scomodare i limiti dei pontefici degli ultimi decenni (che sono in parte responsabili della crisi, ma non sono gli unici ad avere colpa), appare piuttosto come screditata, poco stimolante, che sopravvive ma non riesce a cambiare rotta in modo definitivo. L’operazione-rinnovamento, che doveva partire con Papa Francesco, in realtà non è mai iniziata. Che poi rinnovare non significa andare contro la tradizione, anzi. I gruppi conservatori, o tradizionalisti, si nutrono di rinnovamento. Si confonde piuttosto l’essere moderni e pseudo-inclusivi con il rinnovamento dell’istituzione. La verità è che non c’è proprio il materiale umano adatto per permettere un rinnovamento nella Chiesa. Laici, suore, preti, sino alle alte sfere: è raro che qualcuno vada oltre la dozzinalità. Piuttosto si preferisce puntare sul circo mediatico, sui preti che fanno le live su Instagram convinti che quei follower vadano poi realmente in Chiesa (e, cosa ancora più importante, che facciano generose offerte) o sulle ospitate televisive, dove tanti sacerdoti si prestano regolarmente e siedono in mezzo a personaggi grotteschi.
La figura stessa del sacerdote è screditata, declassata, ridotta in molti casi a una sorta di animale a rischio di estinzione. L’alternativa non è certamente obbligare i preti a girare in talare, evitare la presenza in tivù o sui social, o piuttosto invitare a maturare il temperamento, non l’estetica. Si deve partire da capo: riflettere su cosa sia il sacerdozio oggi, e se sia ancora giusto mantenere il celibato ecclesiastico. Sembra che si stia correndo troppo: cosa c’entra tutto questo discorso con la questione del matrimonio? In realtà, questo vincolo è uno dei motivi che rende il sacerdozio una gabbia ormonale. Chi lascia il sacerdozio spesso lo fa perché ha trovato una persona con cui vivere o fare una famiglia. Non se ne parla quasi mai. Si allude ad altre motivazioni profonde, ma di base c’è questo. Soltanto una profonda riflessione sull’identità del sacerdote nel terzo millennio può aiutare la Chiesa a diventare un modello di coerenza e di credibilità. Don Alberto, o semplicemente Alberto, è uno dei tanti. Semplicemente, ha scelto. Ha scelto cosa essere e cosa non essere. Fa parte del sistema. Il problema è che il sistema non riesce a gestire queste tensioni e si ritrova continuamente a fare i conti con i numeri in negativo. Meno preti, meno fedeli, meno offerte, meno anima, meno spirito, e a quanto pare meno follower.
Aggiornato il 20 febbraio 2026 alle ore 10:21
