Trasmissioni tv e “monologhi”

Capita di assistere a “monologhi” televisivi (le trasmissioni de La7 in particolare): su un determinato argomento si conoscono solo le ragioni dell’ospite, per quanto rispettabili comunque unilaterali. I cosiddetti approfondimenti si risolvono sostanzialmente in comizi noiosi, con fraseggio e contenuti imparaticci, attinti da raffazzonati bignamini predisposti da non troppo accorti addetti stampa.

A volte il monologo è arricchito: quando è il conduttore che scende in campo. Tipico esempio, “Otto e mezzo”: gli invitati sono invitati a fare da corona alla conduttrice Lilly Gruber. È la sua opinione che primeggia, le altre sono un contorno. Sarebbe il caso che il conduttore avesse cura di specificare: il mancato contraddittorio è una scelta redazionale, o è la condizione posta dall’ospite per partecipare?

In alternativa al monologo abbiamo gazzarre poco o nulla controllate dal conduttore, tra personaggi specializzati nella sistematica interruzione dell’altro. Si realizza un coro di voci che si sovrappongono, una confusione, immaginando dei ricavi in termini di audience; i conduttori forse ritengono che la cagnara susciti interesse nell’ascoltatore. In realtà annoiano e provocano spesso rigetto e disgusto.

Comunque, le televisioni private facciano quel che maggiormente loro garba. Il servizio pubblico radiotelevisivo (tale è fino a quando si paga la tassa in bolletta) potrebbe, di grazia, tornare all’antico? A quelle tribune politiche dove un esponente di partito veniva interrogato per un tempo ragionevole e con educazione da una rosa di giornalisti della carta stampata, e rispondeva alle loro domande.

Come scegliere i giornalisti di volta in volta? Tramite sorteggio tra quotidiani e periodici; e successiva libertà dei direttori di mandare chi ritengono più idoneo a far domande. L’utente poi valuta e giudica.

Aggiornato il 17 febbraio 2026 alle ore 11:20