Cancel influencer: eliminare il rumore di fondo

Che cosa sono i diritti senza doveri? Una sorta di fastidioso rumore di fondo delle società moderne occidentali. Storicamente, l’affermazione di un Diritto fondamentale è stato sempre il risultato di dure lotte all’interno delle comunità nazionali e, non di rado, di violenti conflitti e scontri tra schieramenti d’opinione contrapposti. Oggi, al contrario, la modernità digitale con la sua capacità di mobilitazione di massa a costo zero (almeno apparentemente) ha portato due conseguenze fondamentali ed esiziali, nella incessante richiesta di riconoscimento di diritti (tutti i diritti).

La prima ha dato luogo alla deresponsabilizzazione delle leadership e delle élite politiche che hanno ritenuto molto più facile fondare la loro base di consenso sui social, come Twitter e Facebook. Questi ultimi, infatti, rappresentano strumenti prodigiosi e a costo nullo, facili da usare e immediati nella comunicazione, per inviare a milioni di utenti collegati messaggi brevi e rapidi, aventi a oggetto eventi appena accaduti o in corso di svolgimento, compresa la rivendicazione a tutto campo di diritti. La Politica è divenuta, in tal modo, spettacolo nello spettacolo con i like in sostituzione delle migliaia di applausi reali, finalizzandosi così con le sue sortite molto spesso demagogiche a promuovere a ogni costo le correnti di empatia anche viscerali, a tutto danno della mediazione e della ricerca di verità scomode. Il confronto dialettico è così miseramente naufragato nelle liti di cortile generalizzate, senza più alcun rispetto per le idee e i punti di vista dell’Altro. La comunicazione è di conseguenza divenuta pura… macelleria sociale verbale.

La seconda conseguenza, non meno esiziale della prima, ha riguardato l’apparizione di non pochi strani soggetti denominati influencer, che rappresentano una sorta di ircocervo tra politica e comunicazione da gossip. Costoro oggi presidiano la ribalta dei social-mass-media tirandosi dietro, con le proprie performance e messaggi multimediali, centinaia di migliaia, e non di rado milioni, di così detti follower. Per di più, gli influencer, non appartenendo a un ordine professionale (se non a quello dei self-made-man), non sono tenuti a stare dentro una qualsivoglia cornice deontologica, né a rispondere a un panel di probiviri rispetto ai contenuti dei loro messaggi, spesso demenziali e non di rado diffamanti. Una possibile soluzione tuttavia ci sarebbe, per porre rimedio a una simile babele mediatica. Sembrerebbe sufficiente, per esempio, imporre che, oltre una certa soglia critica del numero di follower (centomila, tanto per fissare le idee), il profilo dell’influencer venga “sdoppiato” mettendogli accanto una sorta di Grillo Parlante virtuale. Quest’ultimo interverrebbe solo nel caso di messaggi dal contenuto non veritiero, disinformante o particolarmente sgradevole, facendo seguire un contro-messaggio d’informazione corretta, sufficientemente breve e conciso per poter essere appreso e fruito nel più breve tempo possibile e con la massima efficacia comunicativa. All’atto pratico, ogni controreplica dell’Alter ego digitale figurerebbe come una “perla di saggezza” in coda ma nel corpo stesso del messaggio principale dell’autore, e il titolare del profilo non potrebbe né cancellarlo, né modificarlo.

Attualmente, uno degli aspetti più controversi in materia d’inflazione dei diritti senza analoga contropartita di doveri è rappresentato dalla tendenza (sbilanciata) all’iper-tutela di determinate minoranze, in cui i loro promoter (non di rado influencer di gruppi d’opinione sui social) sono in grado di costituire lobbies mediatiche con importanti casse di risonanza all’interno delle classi intellettuali e sociali mainstream, che finiscono in buona sostanza per trasferire proattivamente l’educazione civica all’interno della legislazione penale.

Per costoro, in altre parole, non risulta più sufficiente il mero diritto generale al rispetto della Persona, tendendo così a scolpire, come si farebbe con un volto ad altorilievo, sempre più puntuali definizioni giuridiche dei soggetti aventi diritto da tutelare. Questo tipo di eccessiva e rumorosa risonanza mediatica e di inflazione legislativa non solo occupa, come è accaduto di recente, le prime pagine dei quotidiani nazionali con polemiche del tutto strumentali e, se si vuole, abbastanza irrisorie, ma contribuisce a mettere in ombra e togliere la parola a quelli che dovrebbero essere i veri Soggetti della Politica. Tra questi ultimi si annoverano, ad esempio, i cittadini costretti a vivere nelle periferie degradate di metropoli fuori controllo e, soprattutto, le classi lavoratrici precarie o iper-sfruttate che non hanno diritto a una visibilità paragonabile alla loro importanza e presenza sociale assolutamente maggioritaria. Questo perché, in fondo, nelle società fondate sulla vacuità e banalità di talk televisivi, dei social network e della Rete più nessuno ha la bussola adatta a veicolare un'informazione “sana”.

Per di più, occorre ricordare, a proposito della lottizzazione della Radiotelevisione pubblica, che un quarto di secolo fa il referendum abrogativo del 1995, promosso dai radicali, abolì la previsione contenuta nella legge del 6 agosto 1990, numero 223, che modificava un analogo provvedimento del 1975 in cui si regolava il funzionamento e la governance dell’emittente nazionale, cassando le parole “a totale partecipazione pubblica”. Per cui, in base alla volontà popolare, si sarebbe resa necessaria una privatizzazione (al limite anche solo parziale) della Rai, cosa invece mai avvenuta per tacita volontà consociativa di tutti i Partiti italiani.

Questi ultimi, al contrario, hanno sfruttato il soggetto pubblico per qualsivoglia politica clientelare, sia relativa alle nomine del management, all’assunzione di giornalisti e collaboratori sulla base del… merito del compare e sia, soprattutto, all’orientamento dei contenuti delle trasmissioni più sensibili, come i programmi di pubblica informazione e di inchiesta. Verrebbe da chiedersi: perché i top influencer non ne approfittano per rivitalizzare quella sacrosanta battaglia, proponendo una nuova raccolta di firme al fine di ribadire per la seconda volta la volontà popolare in merito?

Aggiornato il 05 maggio 2021 alle ore 11:42