Il congresso straordinario della Lega si è chiuso e il segretario Matteo Salvini ha ripreso saldamente in mano le redini del partito. Ma chi si illude che i giochi siano finiti sbaglia indirizzo. Dalle parti di Via Bellerio, la pax post-congressuale non è altro che una tregua armata. E il primo, inevitabile capitolo della resa dei conti interna si apre proprio là dove la frattura è stata più profonda e rumorosa: a Palazzo Madama. Per mesi, il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo ha scelto la linea del fuoco incrociato. Ha alzato i toni, criticato la rotta e tentato la spallata strategica – per usare un eufemismo – arrivando a definire “trappolone” mediatico la mossa del segretario di celebrare un congresso straordinario. Ci si sarebbe potuti attendere che, a giochi fatti e con Salvini riconfermato alla guida del partito, prevalesse da parte di Romeo una scelta di responsabilità istituzionale, tradotto in parole povere: dimissioni spontanee. Quelle dimissioni che Matteo Salvini, con una dose non dissimulata di freddezza politica, si aspettava arrivassero senza bisogno di sollecitazioni formali. Non sono arrivate. E allora, in assenza di un gesto di distensione, si è scelto di affidarsi ai numeri e alle procedure. La raccolta delle firme per sfiduciare Romeo, promossa dai vertici leghisti – ben venticinque su un totale di ventinove senatori del Carroccio – non è un semplice atto burocratico: rappresenta un vero e proprio avviso di sfratto per chi, secondo la segreteria nazionale, avrebbe confuso il ruolo di capogruppo con quello di capocorrente dell’opposizione interna.
“Non si può guidare il gruppo parlamentare di un partito remando contro i vertici confermati dal congresso”, è il ragionamento che circola tra i sostenitori della linea di Salvini. La misura, insomma, sembra colma. Con le firme ormai raccolte, il conto politico potrebbe essere presentato senza sconti. Il benservito a Massimiliano Romeo non sarebbe un atto di vendetta personale, precisano fonti leghiste, bensì l’applicazione di un elementare principio di coerenza e agibilità politica. Un partito non può permettersi di avere alla guida del proprio gruppo parlamentare un esponente che, nei fatti e nei comportamenti, si è posto in contrasto con la linea maggioritaria. Con l’eventuale uscita di scena di Romeo si aprirebbe la partita della successione. E in questo scenario il nome che sta guadagnando maggiore spazio è quello del friulano Marco Dreosto, indicato negli ambienti leghisti come uno dei principali candidati alla guida del gruppo di Palazzo Madama. Il suo profilo, vicino alla linea della segreteria, viene considerato funzionale agli obiettivi di Salvini: riportare compattezza nel gruppo parlamentare, stemperare il clima di tensione e chiudere la stagione delle contrapposizioni interne. La resa dei conti è ormai prossima e la leadership di Massimiliano Romeo al Senato sembra proprio arrivata ai titoli di coda.
Aggiornato il 05 novembre 2026 alle ore 12:08
