La lavagna di Falcone e i banchi dei bocciati
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Cosa resta dall’archiviazione di Caltanissetta

​Ci sono carte giudiziarie che hanno il peso specifico del piombo e la trasparenza di un cristallo. Il decreto di archiviazione firmato dal Gip di Caltanissetta sulle stragi del 1992 appartiene a questa rara categoria: 644 pagine che apparentemente mettono la parola “fine” a un filone d’indagine - nessun indagato, nessun processo - ma che in realtà spalancano una voragine di senso su come sia stata gestita, raccontata e talvolta manipolata la memoria della Stagione delle Stragi.

Dalle colonne de Il Riformista, l’avvocato Stefano Giordano - consulente della Commissione parlamentare Antimafia - ha estratto il midollo di questa decisione giudiziaria. La sua non è una semplice nota a margine, ma una diagnosi spietata su ciò che rimane dopo il polverone.

​IL CUORE RIMOSSO: MAFIA-APPALTI E LE ULTIME SETTIMANE DI BORSELLINO

​Per decenni la vulgata dominante ha spinto la narrazione su piste suggestive, spesso nebulose, talvolta rivelatesi veri e propri vicoli ciechi o depistaggi conclamati (come la tragicommedia del falso pentito Scarantino). L’archiviazione di Caltanissetta riporta invece la lancetta della storia esattamente lì dove Falcone e Borsellino l’avevano lasciata: l’indagine Mafia-Appalti.

​Quella pista non era un dettaglio burocratico. Era il punto di convergenza tra l’ala militare di Cosa Nostra, la politica connivente e l’imprenditoria nazionale. Era l’ossatura economica del potere mafioso. Le 644 pagine del decreto mettono in luce proprio ciò che accadde attorno a Paolo Borsellino nelle sue ultime, disperate settimane di vita dopo la strage di Capaci: il suo interesse spasmodico per quel dossier e le resistenze, le omissioni e gli ostacoli che ne accompagnarono i giorni contati.

​“TU MI DEVI ALZARE LA PALLA”: LE SCORIE DEL PRESENTE

​Ma se la storia del 1992 fa sanguinare le ferite della Repubblica, è il presente che lascia sgomenti. L’aspetto più dirompente della riflessione di Giordano riguarda una conversazione intercettata nel 2024 tra l’ex magistrato e senatore Roberto Scarpinato e Gioacchino Natoli, pochi giorni prima che quest’ultimo venisse audito dalla Commissione Antimafia.

“Tu mi devi alzare la palla”, dice Scarpinato a Natoli.

​Il Gip di Caltanissetta non scende nel terreno del giudizio politico o deontologico, ma sul piano sostanziale usa parole gravissime: individua in quella dinamica una “attività depistante” e un “inquinamento della ricostruzione dei fatti”.

​È qui che l’analisi di Stefano Giordano assesta il suo colpo più nitido. C’è una linea di demarcazione netta tra la responsabilità penale ̵ per la quale non si sono raggiunte le prove sufficienti per un processo ̵ e la verità storica e concettuale che quelle carte restituiscono. Trent’anni dopo, il modo in cui alcuni protagonisti dell’antimafia militante e giudiziaria continuano a muoversi e a coordinarsi rivela un corto circuito etico e metodologico che non può essere liquidato come un banale “non luogo a procedere”.

​L'AULA È VUOTA, LA LEZIONE CONTINUA

​Ciò che resta da questa archiviazione non è dunque il vuoto di un processo mancato, ma la pienezza di una lezione dimenticata.

​Il decreto di Caltanissetta consegna all’opinione pubblica un’immagine potente e dolorosa: Giovanni Falcone, a trentaquattro anni dal suo sacrificio, continua formalmente e idealmente a salire in cattedra. Il suo metodo d’indagine ̵ rigoroso, privo di scorciatoie ideologiche, ancorato ai riscontri finanziari e lontano dalle passerelle mediatiche ̵ resta l’unico faro credibile per capire cosa sia stata la Mafia e come sia penetrata nello Stato.

​Il problema, come sottolinea amaramente la chiusura di Giordano, non è il maestro. È la classe.

​Perché la sensazione cupa che emerge da queste 644 pagine è che molti di coloro che per tre decenni si sono intitolati l’eredità morale di Capaci e via D’Amelio, seduti in prima fila nei convegni e nelle aule di tribunale, abbiano fatto di tutto fuorché ascoltare. Continuiamo ad avere il miglior maestro possibile, ma qualcuno, in prima fila, ha deliberatamente scelto di non prendere appunti.

Aggiornato il 06 ottobre 2026 alle ore 13:39