Se questo è il modo di conquistare voti, Forza Italia ha un problema
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Da Antonio Tajani un’immagine della donna che sembra arrivare da un altro secolo. E quando la politica rinuncia alle argomentazioni per affidarsi agli stereotipi, il risultato è un autogol.  

Chissà cosa avrebbe pensato il Cavaliere assistendo al tentativo di asfaltare un avversario politico ricorrendo alla storia della donna affascinante che, magari, ti tradisce. Perché di questo, venerdì scorso, sembrava trattarsi: non di un ragionamento politico, non di un confronto sulle idee, ma della ricerca di un modo per colpire un avversario. Mentre qualcuno tentava di ridimensionare il tutto a uno scivolone verbale, la polemica continuava a crescere. E più si cercava di minimizzare, più diventava difficile nascondere il problema di fondo: una carenza di argomentazioni politiche che lascia francamente imbarazzati. Un autogol colossale. 

Ci sono frasi che non sono soltanto infelici. Sono rivelatrici. Rivelano un modo di guardare alla società, una concezione dei rapporti umani e, soprattutto quando a pronunciarle è un esponente politico di primo piano, un'idea di ciò che si ritiene opportuno dire pubblicamente. Le parole pronunciate da Antonio Tajani venerdì scorso, dal palco della kermesse Itaca a Formello, appartengono a questa categoria.

Il vicepremier e leader di Forza Italia ha deciso di paragonare la scelta politica alla scelta di una moglie, contrapponendo la donna affascinante, potenzialmente infedele, a quella meno appariscente, più seria e affidabile. Nel suo ragionamento, la seconda sarebbe preferibile perché in grado di garantire la stabilità della famiglia

“Quella affascinante però magari ti tradisce non va bene, quella carina, ma magari meno vistosa è una persona che garantisce la stabilità della casa, della famiglia”, ha spiegato Tajani, arrivando a richiamare anche la lunghezza delle gonne come elemento di distinzione tra i due profili femminili. E qui la domanda diventa inevitabile: davvero questo è il modo con cui un leader politico pensa di conquistare consenso? 

Non si tratta di pretendere che la politica sia priva di ironia, di leggerezza o di battute. Non si tratta neppure di negare a un uomo il diritto di esprimere un consiglio personale al proprio figlio. Il problema nasce quando un ragionamento privato viene portato sul palco pubblico da un ministro della Repubblica e assume la forma di una classificazione delle donne: da una parte la bellezza associata al rischio del tradimento, dall’altra la minore avvenenza associata alla serietà, alla fedeltà e alla capacità di mantenere una famiglia. È un’associazione che non può essere liquidata con una scrollata di spalle. Una donna non è più o meno affidabile in base a quanto sia appariscente. Non è la lunghezza della sua gonna a determinare la sua fedeltà, così come non è il numero dei suoi fidanzati a stabilire il suo valore morale. Sembra una considerazione banale. Eppure, nel 2026, un ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio ha ritenuto opportuno costruire un esempio politico proprio su questa contrapposizione. 

È qui che il discorso di Tajani appare particolarmente problematico. Non perché ogni riferimento alla famiglia sia di per sé superato, ma perché la famiglia viene rappresentata attraverso un modello femminile in cui la donna ideale è quella meno vistosa, più discreta, fedele al marito e destinata a garantire la stabilità della casa

È evidente che le parole di Tajani hanno incontrato una contestazione femminile e politica che non può essere liquidata come una semplice esagerazione polemica. Perché il punto non è chiedere alle donne di apprezzare o meno il gusto personale di un uomo. Il punto è contestare l’idea che l’apparenza fisica possa essere usata come indizio di affidabilità morale, e che la fedeltà femminile venga implicitamente associata a un abbigliamento più sobrio o a una vita sentimentale meno esposta. Questo non è un modo moderno di parlare della libertà individuale. È un linguaggio che rischia di riproporre gerarchie e stereotipi dai quali la società dovrebbe essersi allontanata.

Un capo politico dovrebbe misurare le proprie parole. Antonio Tajani non è soltanto un padre che offre un consiglio a un figlio. È il segretario nazionale di Forza Italia, ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio. Il suo ruolo rende le parole pronunciate in un contesto politico molto più significative di una conversazione privata. La politica dovrebbe convincere sulla base dei propri risultati, delle proprie scelte e delle proprie proposte. Ed è qui che si arriva al punto centrale. La questione non riguarda soltanto il sessismo, il linguaggio o la sensibilità contemporanea. Riguarda anche la qualità dell’argomentazione politica. L’elettore non viene chiamato a valutare una proposta, un programma, una visione dell’Italia o una differenza concreta rispetto agli avversari. Viene invitato a riconoscersi in una metafora matrimoniale che, anziché chiarire le ragioni dell’affidabilità del proprio partito, apre una polemica sul ruolo delle donne. 

E Vannacci, l’avversario che il ministro voleva attaccare, nel frattempo si sarà sperticato dalle risate. Non occorre conoscere la sua reazione effettiva per cogliere l’ironia politica della situazione: quando un avversario sceglie di attaccare o distinguersi attraverso un linguaggio che richiama stereotipi tradizionalisti, rischia di alimentare proprio il terreno culturale sul quale altri esponenti politici hanno costruito parte della loro comunicazione. L’attacco che avrebbe dovuto rafforzare la distinzione del centrodestra finisce così per creare un confronto indesiderato

Una frase può uscire male, certo. Un ministro può commettere uno scivolone. Un politico può utilizzare una metafora infelice salvo poi riconoscere di aver sbagliato. Quello che non dovrebbe accadere è che il confronto sul contenuto della frase venga sostituito dalla sua minimizzazione. Perché le parole contano. Contano quando vengono pronunciate da un cittadino, e ancora di più quando vengono pronunciate da un esponente di governo. Contano perché contribuiscono a definire il tipo di società che la politica immagina e il tipo di messaggio che sceglie di trasmettere alle nuove generazioni. 

Se un partito vuole parlare alle donne, ai giovani e agli elettori di oggi, deve farlo riconoscendo che la libertà personale non è un ostacolo alla serietà, che la bellezza non è un difetto morale e che l’affidabilità non si misura attraverso un abito o un passato sentimentale. Il consenso non si conquista tornando indietro nel tempo. Si conquista dimostrando di avere qualcosa da dire sul presente e sul futuro.

A quest’uomo direi di non partecipare più a salotti pubblici e di non fare più dichiarazioni se prima non passano dall’ufficio preposto dal Presidente. 

Aggiornato il 21 settembre 2026 alle ore 15:01