Nell’interesse della collettività: concentrarsi più sull’aspetto rieducativo della pena che su quello punitivo
Incontriamo Gianni Alemanno, tornato pienamente in libertà il 24 giugno scorso, per parlare obiettivamente e serenamente delle lacune e carenze del sistema carcerario e delle condizioni di vita quotidiana di detenuti e operatori. Le quali, secondo la sua esperienza in carcere, vanno senz’altro migliorate, per renderle anzitutto conformi al dettato della nostra Costituzione. “Dove – ricorda Alemanno – l’articolo 27, terzo comma, stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. A gennaio scorso, ha pubblicato, su Amazon, il libro L’emergenza negata. Il collasso delle carceri italiane, con prefazione dell’ex-parlamentare radicale Rita Bernardini, presidente dell’associazione Nessuno tocchi Caino, e membro del comitato scientifico del Movimento diritti detenuti. Libro scritto da Alemanno insieme a Fabio Falbo: detenuto “di lungo corso” che in carcere, laureatosi in Giurisprudenza, è da anni attivo nel sostegno dei detenuti che hanno minori strumenti per difendersi.
Gianni, come definiresti, complessivamente, la tua esperienza in carcere, durata quasi un anno e mezzo?
Ho capito che la situazione carceraria italiana richiede assolutamente interventi di riforma profondi e organici, legati a piani concreti e a medio-lungo termine. Dispiace veramente dirlo, ma oggi, in sostanza, una persona in carcere il più delle volte è messa a “vegetare”, in attesa di scontare la pena, in condizioni di grave sovraffollamento delle carceri (i dati ufficiali lo quantificano al 40 per cento in più rispetto al normale). Con quali problemi quotidiani, sia per i detenuti che per tutti gli operatori carcerari, è facile immaginare. Impietoso, per noi, è il confronto con gli altri Paesi Ue.
Eppure, negli ultimi 50 anni, ci sono stati vari interventi di riforma carceraria: a partire dalla legge 354 del luglio 1975.
Sì, fu la riforma dell’ordinamento penitenziario, che prese il posto del vecchio regolamento fascista del 1931, e migliorò senz’altro la situazione complessiva degli istituti di pena. Seguì poi la legge Gozzini del 1986, volta a valorizzare l’aspetto rieducativo della carcerazione rispetto a quello punitivo, e che introdusse benefici per i detenuti meritevoli come permessi premio e misure alternative al carcere (affidamento in prova ai servizi sociali per i condannati a meno di tre anni di detenzione, con programmi riabilitativi mediante inserimento nel mondo del lavoro; detenzione a domicilio, eccetera). Infine, la legge Simeone-Saraceni del 1998 (che era stata nel programma del primo Governo Berlusconi): con la sospensione automatica dell’esecuzione della pena detentiva, da parte del pm, quando quest’ultima, anche se residuo di maggiore pena, non è superiore a tre anni (in alcuni casi quattro o sei).
Ma come si è giunti, allora, all’attuale situazione delle carceri?
Da un lato, prima del 1992 il numero complessivo dei detenuti nelle carceri si era ridotto periodicamente per effetto anche delle varie amnistie e indulti. Ma dal 1992, per fare una legge di indulto o amnistia, serve una maggioranza parlamentare qualificata dei due terzi, e l’unica volta che questo è accaduto è stato 20 anni fa, nel 2006. Dall’altro, l’altra fondamentale funzione della pena, cioè la rieducazione del reo ai fini del suo reinserimento sociale, è stata esplicata poco e male.
Per quali cause?
Psicologi ed educatori, nella situazione di oggi, possono fare ben poco, con carenze di personale, mezzi, strutture, gravi lentezze della burocrazia, eccetera (a Rebibbia, ad esempio, un educatore deve seguire tra le 200 e le 300 persone). Ma a monte di questo, c’è che il Dap, Dipartimento di amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia, che amministra gli istituti penitenziari di tutte le regioni italiane, negli ultimi anni si è concentrato assai più sull’aspetto punitivo e securitario della pena che su quello riabilitativo. Il quale, invece, se ben espletato, a medio e lungo termine, contribuirebbe fortemente a una maggiore sicurezza quotidiana di tutti i cittadini: limitando senz’altro il numero dei recidivi, i tornanti a delinquere dopo aver scontato la pena.
Eccoci, quindi, alla situazione degli ultimi anni…
Che già nel 2013, ricordiamo, produsse una condanna ufficiale dell’Italia, per tutte queste gravi lacune, da parte della Corte europea dei Diritti dell’uomo. Per cambiare tutto questo, occorre, anzitutto, un intervento di emergenza, che dovrebbe essere la proposta di legge attualmente in discussione alle Camere – la legge Giachetti – sostenuta dal presidente del Senato Ignazio La Russa. Questa proposta vuole aumentare le possibilità di premi per i detenuti che mantengono buona condotta. I quali, attualmente, hanno diritto ogni sei mesi a sconti di pena di 45 giorni (in Germania, ad esempio, questi sconti sono di 60 giorni). Il governo s’è detto contrario a questa proposta di legge sostenendo che rappresenterebbe una sconfitta dello Stato: ma io direi che la vera sconfitta, che lo Stato purtroppo subisce continuamente, è proprio quello che avviene con la situazione attuale.
Di tutti questi temi avete parlato pochi giorni fa, tu e il tuo avvocato Edoardo Albertario, col ministro della Giustizia Carlo Nordio. Secondo quanto reso noto dal Ministero, l’incontro si è concentrato sulle condizioni delle carceri, l’importanza dei percorsi di reinserimento per i detenuti, i problemi legati al sovraffollamento e la verifica dei criteri usati per il calcolo degli spazi all’interno delle celle. Che bilancio si può trarre da quest’incontro?
A Nordio ho illustrato tutte queste situazioni. Soffermandomi specialmente sulla linea del Dap, che, come dicevo prima, tende a scoraggiare le attività rieducative dei detenuti: cosa di cui lui stesso, devo dire, era al corrente solo in parte. Lui si è impegnato senz’altro a intervenire su tutte queste situazioni. Prima ancora di promuovere nuove leggi, già con circolari, istruzioni, tutti gli strumenti utili, insomma, a smuovere le lentezze della burocrazia. Mi auguro che le cose, davvero, inizino finalmente a cambiare.
Aggiornato il 07 agosto 2026 alle ore 10:06
