Nel podcast Dammi due minuti sull’ebraismo, Ruben Della Rocca ha messo a frutto l’esperienza maturata in quasi cinque anni di trasmissioni su Radio Radicale per raccontare l’ebraismo una parola alla volta. In pochi minuti, il giornalista de Linkiesta chiarisce il significato di un termine che appartiene alla tradizione ebraica, mostrandone i legami con la storia e il presente. Il suo appuntamento settimanale propone all’ascoltatore uno spunto di riflessione accessibile ma rigoroso, capace di suscitare curiosità e di lasciare il segno.
Come è nato Dammi due minuti sull’ebraismo e quale esigenza ti ha spinto a realizzarlo?
L’idea di dare vita a un podcast è nata alla fine dello scorso anno, durante una conversazione con l’amico e collega Massimiliano Coccia sull’importanza della divulgazione. Da quasi cinque anni conduco una trasmissione fissa su Radio Radicale, nella quale ho affrontato numerosi aspetti dell’ebraismo, della sua cultura e del suo pensiero, senza trascurare la geopolitica, poiché la storia ebraica si intreccia inevitabilmente con quella del Medio Oriente e di Israele. Il 7 ottobre ha sconvolto anche i miei progetti, modificando drasticamente i temi di cui mi occupavo. Invece di parlare di vita, cultura e pensiero, da allora mi sono trovato fin troppo spesso a discutere di guerra e attentati. La speranza è poter tornare presto a parlare di pace e di questioni costruttive, mentre Israele continua a trovarsi sotto attacco.
La trasmissione radiofonica che conduco si sviluppa come una conversazione con un interlocutore o un ospite. Mi sono chiesto, quindi, che cosa mancasse nel panorama giornalistico e ho pensato a un podcast breve che potesse offrire alcune nozioni essenziali sull’ebraismo, affrontando ciascun argomento in pochi minuti. È un formato molto diverso da quello di Radio Radicale, dove la maggiore durata permette di esaminare meglio le questioni trattate. Ho scelto il titolo Dammi due minuti perché richiama un’espressione che usiamo abitualmente nella vita quotidiana. Ogni settimana parto da una parola e costruisco attorno a essa una riflessione che non supera i due minuti e mezzo. Cerco di fornire spiegazioni semplici e immediate, mostrando l’ebraismo come una fonte viva di pensiero.
Troppo spesso, infatti, l’ebraismo viene conosciuto soltanto attraverso la Shoah, le persecuzioni e le leggi razziali oppure, quando si parla di Israele, attraverso i conflitti e le guerre. Eppure, l’ebraismo e Israele hanno molto da raccontare e da offrire all’umanità. Partendo da una singola parola, quindi, provo a condensare idee e nozioni che possano fornire una prima base, suscitare curiosità e incoraggiare l’ascoltatore a fare ricerche autonome. Credo che sia proprio questo a rendere stimolante il podcast.
Merita particolare attenzione la cura che riservi alle parole e al loro significato. Uno degli obiettivi del podcast sembra essere quello di richiamare alla responsabilità nell’uso del linguaggio. Il tuo lavoro mette in discussione una semantica consolidata che, talvolta, rovescia il significato degli avvenimenti. A che punto siamo nell’uso delle parole? Il linguaggio continua a permetterci di descrivere la realtà oppure, anche attraverso formule adottate nel tempo dal giornalismo come convenzioni professionali, rischia sempre più spesso di deformarla?
Le parole devono essere vagliate con grande cura. I nostri maestri insegnano che possono ferire più di una spada. Occorre dunque sceglierle con oculatezza, perché ogni termine porta con sé un significato preciso e orienta inevitabilmente il modo in cui interpretiamo la realtà. Faccio un esempio. Talvolta, sento definire Auschwitz un “campo di concentramento”: Auschwitz-Birkenau era un campo di sterminio. Ridurlo alla categoria generica di campo di concentramento significa attenuarne la natura e, in qualche modo, mancare di rispetto alle vittime. Le cose devono essere chiamate con il loro nome.
Negli anni si è parlato spesso anche del “muro” costruito da Israele per difendersi. Si tratta, in realtà, di una barriera difensiva. Non si tratta del muro dei ghetti, né del muro di Berlino. Israele ha dovuto erigerla per proteggere la propria popolazione, e il 7 ottobre ha mostrato tragicamente quanto quella necessità fosse concreta. Definirla semplicemente “muro” introduce una sfumatura dispregiativa, quasi si trattasse di un’imposizione arbitraria destinata soltanto a separare Israele da chi si trova dall’altra parte. Una barriera costruita per difendersi esprime una realtà molto diversa. È uno degli esempi più evidenti di come una parola possa alterare la percezione dei fatti.
Lo stesso discorso vale per le persone rapite il 7 ottobre. Nei mesi terribili che sono seguiti abbiamo pensato a uomini, donne e bambini segregati a Gaza nelle mani di Hamas. Definirli soltanto “ostaggi” è riduttivo. Un ostaggio può essere una persona trattenuta durante una rapina in banca o un dirottamento. Quel termine non riesce a restituire l’orrore di persone strappate dalle proprie case, mentre altre venivano assassinate con una brutalità inaudita, i loro corpi venivano straziati e si consumavano violenze sessuali. Quelle persone sono state rapite e deportate a Gaza. Chiamarle semplicemente “ostaggi”, quasi fossero soltanto merce di scambio, non restituisce fino in fondo la portata umana e morale della tragedia.
Restando sul valore delle parole, la lingua ebraica possiede una grande densità concettuale. Si dice che nella Torah non vi sia una parola di troppo né una di meno, perché ogni termine ha un peso preciso. Oggi, invece, assistiamo a una proliferazione incontrollata dei discorsi in rete. Alcune figure popolari oltreoceano, come Tucker Carlson o Candace Owens, hanno contribuito a diffondere stereotipi antiebraici e narrazioni cospiratorie attraverso i podcast. In che modo il podcast può diventare uno strumento efficace per contrastare la disinformazione, l’odio e la violenza?
Il podcast risponde, a mio avviso, a un’esigenza di immediatezza: accorciare i tempi della comunicazione e trasmettere un contenuto in modo rapido e incisivo. Le nuove generazioni hanno modalità di attenzione diverse rispetto al passato, e questo rende sempre più necessario disporre di strumenti di divulgazione brevi e accessibili. La brevità, tuttavia, non deve andare a discapito della precisione. Occorre misurare le parole, soppesare i concetti, cercare di essere equilibrati e credibili. Il populismo ha mostrato quanto la forza dirompente di questi mezzi possa essere impiegata per diffondere idee tossiche, che si propagano come un tam-tam virale. Una parola, una volta immessa nella rete, diventa molto difficile da arginare.
Dobbiamo rispondere con il nostro impegno, con la cultura e con la capacità di trasmettere valori e conoscenze. È l’unica arma di cui disponiamo. Di fronte a un esercito mediaticamente attrezzato, bisogna entrare in campo servendosi di strumenti altrettanto efficaci. Possiamo ancora spingere le persone a riflettere e a comprendere che non tutto può essere ridotto a una tifoseria o a una partita di calcio. Occorre informarsi, documentarsi e andare oltre la prima impressione. Oggi, invece, ci si forma spesso un’opinione nel giro di pochi secondi. Lo vediamo su TikTok e sulle altre piattaforme, dove contenuti brevissimi e intensi possono lasciare dietro di sé scorie molto difficili da rimuovere.
Hai ricevuto riscontri da ascoltatori non ebrei? Suggerimenti, consigli o anche critiche costruttive?
Assolutamente sì. Ho un rapporto con il pubblico che dura da anni, anche grazie a Radio Radicale, che mi ha fatto scoprire quanto i canali radiofonici siano ancora ascoltati, probabilmente molto più di quanto immaginiamo. Attraverso Facebook e Instagram ricevo domande, osservazioni e sollecitazioni, alle quali cerco di rispondere sempre. Mi fa piacere farlo, perché la considero una forma di rispetto verso chi sceglie di dedicarmi una parte del proprio tempo. Ricevo apprezzamenti, suggerimenti e critiche, com’è giusto che sia. Ne tengo conto e provo, quando necessario, a correggermi.
Ogni volta che realizzo una trasmissione penso che ci sia qualcosa da migliorare. Lo stesso accade quando scrivo un articolo: dopo la pubblicazione, rileggendolo, trovo sempre un passaggio che avrei potuto formulare diversamente. Fa parte del lavoro giornalistico e, credo, anche della passione con cui lo si svolge. Per questo, ritengo che il confronto con il pubblico sia fondamentale.
La soddisfazione più grande viene dalle persone non ebree che desiderano conoscere e approfondire. Anche nel mondo ebraico, talvolta, si pensa di sapere già abbastanza, mentre in realtà abbiamo tutti bisogno di continuare a studiare. Ciò che accade intorno a noi ci impone di essere informati, pronti a rispondere e capaci di contrastare l’antisemitismo, soprattutto dopo il 7 ottobre e dopo le reazioni suscitate dalla strage compiuta in Israele. Servono informazioni corrette e parole precise. Torniamo sempre allo stesso punto: è anche mediante il linguaggio che si combattono la disinformazione e le falsificazioni della realtà.
Con quale frequenza esce il podcast e come scegli le parole da approfondire?
Per il momento, il podcast esce una volta alla settimana. Inizialmente avevamo pensato di registrarlo a un ritmo quotidiano, ma abbiamo preferito questa cadenza, così da farlo conoscere gradualmente e accompagnarne meglio la diffusione. È disponibile su Spotify e sulle principali piattaforme di ascolto. La scelta delle parole è suggerita dal momento che stiamo vivendo. In occasione del 27 gennaio, per esempio, ho voluto soffermarmi sul significato della memoria per noi ebrei. È una parte essenziale del nostro patrimonio, che ci accompagna lungo tutta la vita.
La memoria ebraica, però, non coincide soltanto con quella della Shoah. È anche la memoria dei patriarchi e delle matriarche, della consegna della Torah e dell’uscita dall’Egitto. Durante il Seder di Pesach, ogni anno, raccontiamo la Haggadah e trasformiamo il ricordo in un’esperienza viva. Il precetto ci invita a vivere quella festa come se fossimo noi stessi a uscire dall’Egitto e a conquistare la libertà. Ma sappiamo che la libertà non è mai acquisita una volta per tutte: rimane fragile e deve essere custodita.
Del resto, come ricordava Ronald Reagan, la libertà è sempre a una generazione dall’estinzione.
(*) Foto: Spotify
Aggiornato il 16 luglio 2026 alle ore 15:50
