So’ Vannacci tuoi! Indietro tutta

“Generale Vannacci ma che fa?”. Si ricorda, vero, il film Il vedovo, con Alberto Sordi, imprenditore edile spiantato, e Franca Valeri (ricca e cinica moglie di lui), quando l’ascensorista lo spinge giù per il vano vuoto dell’ascensore al posto di sua moglie? Ecco, questa è esattamente l’immagine di ciò che, grazie a Lei, sta accadendo nel campo della destra italiana. Dato che non sono più in vita i testimoni diretti del fascismo, occorre pensare che il suo bacino elettorale peschi un po’ nei finti bassifondi politici di quello che è un sentimento profondo di disgusto e di rabbia per una civiltà, la nostra, che molte, troppe persone (rifugiatesi sempre di più nell’astensionismo) sentono ormai di aver del tutto perduto, a causa di fenomeni epocali come le migrazioni (illegali) di massa e, soprattutto, la globalizzazione senza regole. Ora, però, se il riconoscersi come “feccia” politico-sociale ha il suo bell’appeal nel diverso e marginale orgogliosamente rivendicato, tuttavia questa versione moderna dei Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola rischia di incorrere in gravi errori storici e mancata visione prospettica. Quest’ultimo concetto va certo spiegato meglio, e allora forse sarà bene procedere per punti cardinali. Il primo è l’Ovest, con il netto arretramento (soprattutto europeo) della nostra civiltà e cultura occidentale. Nessuno può negare, del resto, che America e Vecchio Continente siano oggi alle prese con il drammatico riflusso del loro grande successo storico, le cui cause sono da attribuire al crollo demografico e alla gigantesca bolla dell’antioccidentalismo auto-colpevolista. Quest’ultimo, è rappresentato da decenni di dittatura culturale del woke e del politically correct, che ha generato distopie come la cancel culture e il dirittismo esasperato delle minoranze etnico-sessuali. A tutto questo il suo movimento risponde con il diritto alla restaurazione degli istituti etici e dei valori del passato, per il recupero dell’identità nazionale e dell’amor patrio.

Il problema numero uno, però, è che i parassiti hanno già da tempo divorato le radici della pianta che Lei dice di voler far rinascere. Infatti, come può un tentativo di restaurazione alla Afd (Alternative für Deutschland) risanare le ferite di questa terribile era dell’Io sacro e onnipotente, riportandoci al Noi-popolo? Ora, nessuna vera novità politica può fare a meno di capire e descrivere analiticamente i fenomeni globali in atto, per poi proporre i conseguenti rimedi, rimanendo seria quando si specifica con quali strumenti e risorse si intende intervenire, per cambiare a beneficio di tutta la collettività ciò che non può essere tollerato. Rimaniamo al Nord, e prendiamo in considerazione l’epifenomeno contemporaneo in assoluto più devastante, e vera causa dello sradicamento della nostra civiltà: i social network e la tecnologia digitale, di cui nessuno si può dire ne sia in controllo, ma che ha reso inabitabili i linguaggi (impoverendo in modo irreparabile i vocabolari e, quindi, i concetti identitari) e negato l’abitudine al pensiero lungo, che fa dell’intelligenza il bene più prezioso e il luogo esclusivo e privilegiato della componente umana. Tutto oggi è immediato e i cambiamenti sono velocissimi, incontrollabili; mentre scompare per sempre il culto del lavoro e della fatica, del guadagnarsi le cose con il sudore della fronte, metaforicamente parlando. Il virtuale ha reso gli studi e la passione del merito oggettivo del tutto evanescenti, lontani e alieni dalle biblioteche che ci hanno resi solidi e accompagnato per decine di migliaia di anni. Ora, quale politica di destra o di sinistra potrebbe ricondurci al paradiso perduto, ridando il valore che hanno sempre avuto alla parola, all’incontro, alle merci fatte a mano? Come si obbligheranno o convinceranno le moltitudini a rinunciare al Nulla digitale e agli dei merceologici che abitano fabbriche delocalizzate in altri continenti, in grado di inondarci con fiumi di beni di scarsa qualità e a buon mercato, sterminatori delle nostre classi operaie, avendo noi trasferito altrove molte decine di milioni di posti di lavoro? Tutto ciò, generale, come lo si fa rientrare?

Ora, prendiamo l’altra direzione: il Sud del mondo e le migrazioni epocali. E, ancora una volta, facciamo atto di grande serietà, guardando dentro fino in fondo alla nostra società italiana. Prima considerazione: l’auto-estinzione dovuta al crollo del tasso di natalità non è né un fattore esogeno, né un atto di coercizione di una politica come quella cinese di Deng Xiao Ping del figlio unico, con sterilizzazioni e aborti forzati di massa. No, qui si tratta di un atto volitivo e anche inevitabile, perché l’Io-tutto ha unico godimento in se stesso e nella fuga dalle responsabilità di crescere una famiglia. Non sarà la camicia nera, rossa o azzurra a fermare l’inesorabile invecchiamento della nostra popolazione. E poiché la Natura aborre il vuoto e il diktat riproduttivo è sovrano nella specie, senza più giovani è necessario prenderli da chi ce li ha, e soprattutto dai Paesi sovrappopolati. Ora, tutti vediamo che cosa sono diventate le nostre medio-grandi realtà urbane occidentali: meticciate da milioni e milioni di immigrati, più spesso illegali. Ma, qui dobbiamo parlar chiaro, generale. Oggi, le uniche classi imprenditoriali italiane sono quelle che investono enormi capitali privati nell’overtourism, con operazioni gigantesche di gentrificazione e di riconversione delle località di vacanza e dei centri storici più belli del mondo a una mangiatoia dequalificata ma diffusa dello street food, e a una sconsiderata giostra dei divertimenti planetaria, disseminando cemento infetto in ogni angolo del territorio. Allora perché questa gigantesca economia (del valore di parecchie centinaia di miliardi/anno) del terziario funzioni bisogna pur trovare personale di cucina, di fatica, adibito a lavori manuali di bassa qualità, che si accontenta di poco e lavora più del doppio dei giovani italiani, che quei lavori umili non intendono farli.

Sterminando metaforicamente (nel senso di espellerli con la remigration) tutti costoro, e lo si può fare perché provengono da Paesi sicuri a norma Ue, Lei mette in ginocchio un’immensa economia del lavoro nero, dalla quale con tutta probabilità dipende il reddito di moltissimi dei suoi potenziali elettori del ceto medio. Ma, visto che entrambi abbiamo avuto responsabilità istituzionali, voglio farLe notare un’altra cosa, che riguarda proprio molte migliaia di piccole e piccolissime attività commerciali, gestite da persone originarie dell’Asia. Domanda: da dove vengono gli enormi capitali necessari a tenere assieme economicamente tutte queste attività terziarie, con riferimento a decine di migliaia di banchetti dell’usato (circuito internazionale degli stracci), di negozietti che vendono in zone centralissime lo stesso pellame di bassa qualità, o paccottiglie asiatiche di ogni tipo che gli italiani non comprano; o funzionano da minimarket dove entrano pochissime persone al giorno? Non le sembra, generale, che ad esempio centinaia di migliaia di pacifici cinesi e cittadini originari del Bangladesh costituiscano una vera e propria armata silente di occupazione? Si è chiesto perché, fuori di ogni demagogia? Quale gigantesco meccanismo, cioè, ridistributivo è stato messo in atto da centrali occulte della finanza globale per costruire un ciclo di consumi basato sull’esportazione massiva di beni scadenti? E tutto ciò, in base a un meccanismo di tipo puramente keynesiano: le merci a buon mercato le produco in un continente lontano, creando lavoro e distribuendo ricchezza all’interno, per poi collocarle in un altro con vendite fittizie in esercizi commerciali dei quali ho il pieno controllo. Chi regola e controlla questi immensi flussi di capitali? Caro generale, non guardi all’immigrato, ma agli interessi che fanno muovere lui e noi!

 

Aggiornato il 17 giugno 2026 alle ore 12:07