Cervantes icona gay ultima frontiera del “woke” cinematografico

Di sicuro c’è solo che Cervantes fu a lungo prigioniero del sultano di Algeri dopo la battaglia di Lepanto e che aveva avuto la mano mozzata. Ci ha pensato il pur bellissimo film Il prigioniero di Alejandro Amenabar a trasformarlo in una specie di icona gay, con scene che ricordano il porno soft di Fassbinder in pellicole storiche come Querelle de Brest.

Peccato che, almeno a sentire le dissertazioni dotte di noti studiosi dell’autore di Don Chisciotte (uno dei libri più letti dell’epoca e di quelle seguenti), non ci sia alcuna prova di questa omosessualità di Cervantes. Anzi si sa per certo che ebbe figli e numerose relazioni con damazze dei suoi tempi. Sembra quasi che si voglia trasformare il Don Chisciotte della Mancia in Don Chisciotte della “minchia”.

In questo video del professor Carlos Alameda, che pure illustra come all’epoca fosse l’Islam più aperto in materia rispetto al cristianesimo medievale, è contenuto il ragionamento che smaschera questa operazione da “wokismo” avanzato: perché mai i suoi familiari e amici in Spagna sapendolo invertito avrebbero dovuto pagare un riscatto per liberarlo dalla corte del vice sultano di cui sarebbe divenuto l’amante?

E perché mai lui che si trovava tanto bene in quella corte di sodomiti e nei relativi hammam che sembrano nella pellicola dei saloni-massaggi per soli uomini (che ovviamente esistono anche oggi) avrebbe dovuto desiderare di venire riscattato per tornare in una Spagna omofoba dove rischiava la tortura e la morte da parte della temibile Inquisizione?

In realtà in tutta la pellicola, al netto della pena di morire impalati se si tentava di fuggire da Algeri (tanto per restare in tema), trasuda questa ideologia anti occidentale dove l’Islam viene descritto come liberatorio rispetto al cristianesimo sia pure dell’epoca. E dove la omosessualità viene riportata ai tempi della paideia greca con acrobazie culturali degne di miglior causa.

Il problema come è noto nasce a monte, tra i produttori e i distributori cinematografici. Tempo fa alcuni registi italiani e internazionali sollevarono un’infinità di polemiche quando rivelarono che “oggi come oggi anche se porti una sceneggiatura valida, se vuoi che quelli ci mettano i soldi ti viene imposto di mettere nella trama un immigrato, un gay o un uomo di colore perseguitato”. Tirano più di un carro di buoi a quanto pare. E oggi la situazione è peggiorata: ti può venire imposto di metterci un povero bambino palestinese anche se c’entra come i cavoli a merenda.

 

Aggiornato il 16 giugno 2026 alle ore 11:18