C’è un limite oltre il quale la dialettica giudiziaria e politica smette di essere ricerca della verità e diventa qualcos’altro. Un cortocircuito che lascia esterrefatti, soprattutto quando l’aggressività verbale rompe gli argini istituzionali per riversarsi, con violenza inaudita, persino sui social network ˗ compresi quei video che rimbalzano sulle piattaforme multimediali (da TikTok a X) tra toni accesi e accuse frontali.
Parliamo dell’ultimo, durissimo attacco sferrato dall’avvocato Fabio Repici. Un assalto a 360 gradi che non si è “limitato” a colpire la presidenza della Commissione Parlamentare Antimafia guidata da Chiara Colosimo, ma si è spinto oltre, tracciando un teorema che unisce figure storiche e affetti familiari in un unico grande atto d’accusa.
Secondo questa narrazione, i grandi “registi” occulti della Commissione sarebbero nientemeno che il generale Mario Mori, i figli di Paolo Borsellino e il loro legale (nonché genero del magistrato ucciso), l’avvocato Fabio Trizzino.
Senza alcuna intenzione di schierarsi, ma con il solo dovere cronachistico e civile di porsi delle domande, è impossibile non rimanere sgomenti di fronte a una simile furia iconoclasta.
LA DEMOLIZIONE DEI SIMBOLI E DELLE SENTENZE
Il primo elemento che interroga le coscienze riguarda il generale Mario Mori. Si può legittimamente discutere la storia politico-giudiziaria del nostro Paese, ma non si possono cancellare le sentenze della Repubblica. Mori, dopo vent’anni di gogna mediatica e processi infiniti, è stato assolto in via definitiva dalla Corte di Cassazione. Continuare a dipingerlo come il grande burattinaio di una trattativa o di una deviazione istituzionale significa, di fatto, non riconoscere lo Stato di diritto.
Ma l’aspetto più doloroso e inquietante è l’attacco frontale ai figli di Paolo Borsellino (Lucia, Manfredi e Fiammetta) e all’avvocato Trizzino.
Parliamo di una famiglia che per trent’anni ha sofferto in silenzio, che ha dignitosamente assistito al tradimento di pezzi dello Stato e che, solo negli ultimi anni, ha iniziato a pretendere risposte chiare, portando in Commissione Antimafia elementi documentali pesantissimi. Accusare i figli di Borsellino di essere “registi” di una messinscena politica non è solo un atto di estrema aggressività verbale: è un ribaltamento della realtà che ferisce la memoria storica d'Italia.
LE DOMANDE SCOMODE: A CHI FA COMODO QUESTO CAOS?
Di fronte a questa escalation di fango e veleno, l’opinione pubblica ha il dovere di porsi alcune domande fondamentali: a chi giova delegittimare i figli di Paolo Borsellino? Se persino i familiari della vittima, che cercano la verità sulla morte del padre senza fare sconti a nessuno, diventano “bersagli”, chi rimarrà credibile in questo Paese?
Perché sollevare polveroni su presunte regie occulte proprio oggi? Proprio mentre le istituzioni cercano di fare luce sui punti d’ombra mai chiariti dei primi anni Novanta?
La risposta purtroppo è tanto ovvia quanto drammatica. In tutta questa frammentazione, in questa guerra fratricida tra magistrati, avvocati e pezzi di antimafia, la mafia prende respiro.
E si rafforza.
Cosa c’è di meglio per Cosa Nostra del vedere lo Stato, i familiari delle vittime e i loro legali che si sbranano tra loro?
IL RISCHIO DI COPRIRE IL “VERO DRAMMA”
Il timore più grande è che questo scontro violento e personalistico serva solo a distogliere l’attenzione dal nucleo centrale del problema: il dopo strage di via D’Amelio. Il più grande depistaggio giudiziario della storia italiana.
Invece di perdersi in faide interne, la riflessione e l’azione investigativa dovrebbero concentrarsi unicamente su quell’universo torbido che ruotava attorno alla figura di Arnaldo La Barbera. Era lui il capo della Squadra Mobile che costruì a tavolino il falso pentito Vincenzo Scarantino, confezionando una verità di comodo per coprire i veri mandanti e i veri esecutori. È su quel network, sulle presenze misteriose di “pezzi” dei servizi segreti che bisognerebbe continuare a scavare.
IL DEPISTAGGIO DI VIA D'AMELIO
Ricordiamo che la stessa sentenza del processo “Borsellino Quater” ha definito le indagini condotte all’epoca come un colossale depistaggio, un’attività di palese inquinamento probatorio che ha tenuto nascosta la verità per oltre due decenni, condannando all’ergastolo degli innocenti per proteggere i reali complici della strage.
Cosa ci resta? Cosa resta di tutto questo rumore, dei video virali e delle accuse infamanti? Resta l’amaro in bocca per un’occasione sprecata. Resta il rischio di trasformare la ricerca della verità in una rissa da social network, dove chi urla più forte vince la narrazione del giorno.
L’attacco dell'avvocato Repici impone una riflessione profonda: se l’antimafia diventa il tribunale dell’inquisizione contro i figli di Borsellino, significa che abbiamo smarrito la bussola. E mentre noi guardiamo il dito delle polemiche, la luna — ovvero la verità sulla morte di Paolo Borsellino e sui traditori dello Stato — rischia di rimanere nell’oscurità per sempre.
Aggiornato il 05 giugno 2026 alle ore 15:22
