Procure senza freni e Stato sempre più invasivo

Il cittadino resta l’unico senza potere

Le ultime prese di posizione del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo sul regime delle intercettazioni riportano ancora una volta al centro un problema che in Italia non si affronta mai fino in fondo: la crescita costante del potere dello Stato attraverso lo strumento giudiziario.

Melillo ha criticato l’attuale impostazione dell’articolo 270 invocando interventi normativi che incidono sull’applicazione dell’articolo del Codice di procedura penale, cioè la norma che vieta l’utilizzo dei risultati delle intercettazioni in procedimenti diversi da quelli per cui sono state autorizzate, salvo eccezioni previste dalla legge.

Il punto non è tecnico. È politico.

Perché il cuore della discussione è sempre lo stesso: quanto deve essere “libero” il riutilizzo delle intercettazioni e quanto invece deve restare confinato entro limiti rigidi di garanzia.

IL NODO: ARTICOLO 270 CODICE PROCEDURA PENALE.

L’articolo 270 c.p.p. stabilisce un principio chiaro: le intercettazioni non possono essere utilizzate in procedimenti diversi da quelli per cui sono state disposte, salvo casi specifici previsti dalla legge, in particolare per reati di grave allarme sociale.

Il Sostituto Procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli Giuseppe Visone, intervenendo nel merito è stato chiarissimo. Ha ricordato che l’articolo 270 nasce in un contesto preciso, teso a responsabilizzare Pm, Gip e Gup e ha ricordato che c’è stata solo una breve parentesi al tempo del Governo Conte (Ministro Bonafede) durante la quale la norma è stata oggetto di una pericolosa distorsione, corretta e riportata alla propria funzione originaria nel 2023. Giuseppe Visone mette anche in guardia da ciò che sembra trasparire in vista della prossima assemblea dell’Anm: rendere strutture permanenti i “Comitati del No” al referendum di marzo sulla separazione delle carriere. Sarebbe un autogol per l’intero sistema giudiziario.

Ritorniamo alla questione.

Le modifiche e le interpretazioni in discussione negli ultimi anni si muovono tutte su questo crinale: rendere più ampia o più restrittiva la possibilità di utilizzare ciò che viene captato. Ed è qui che si innesta il conflitto politico-giudiziario. Il vero problema è un sistema paurosamente sbilanciato. Il punto centrale non è il singolo articolo. È la struttura complessiva del processo penale italiano!

Nella prassi:

le richieste del pubblico ministero vengono accolte dai Gip con percentuali stabilmente superiori al 90 per cento nei provvedimenti più invasivi, come intercettazioni e misure cautelari;

nelle udienze preliminari, la maggioranza dei procedimenti si conclude con il rinvio a giudizio richiesto dalla pubblica accusa, mentre le sentenze di non luogo a procedere restano una quota minoritaria del sistema.

Non è un incidente statistico. È un assetto strutturale.

Un sistema in cui la fase investigativa tende a determinare in modo decisivo l’esito del procedimento. Questo squilibrio si inserisce in un contesto ormai consolidato.

Il dibattito sulla giustizia culminato nella lunga e pessima stagione referendaria in fondo è stato solo uno show e l’auspicato confronto sulla riforma dell’ordinamento giudiziario (ci fosse stato, poi, il confronto… nel No c’era di tutto, Trump, Israele, Iran. Gaza…) ha mostrato una polarizzazione evidente: ogni tentativo di riforma del sistema viene rapidamente letto come una minaccia all’efficacia repressiva dello Stato. Certo che li abbiamo visti marciare insieme, magistrati e pro-Pal, durante la campagna referendaria, li abbiamo visti marciare insieme a esponenti dei centri sociali che non disdegnano di sprangare i poliziotti.

Durante quella fase, una parte rilevante della magistratura è intervenuta direttamente nel dibattito pubblico, trasformando una discussione istituzionale in uno scontro politico-identitario con tanto di minacce a giornalisti e garantisti.

Il risultato è stato netto: lo status quo è rimasto intatto. Però si è imbroccata una strada pericolosissima.

Allo stato attuale la situazione è questa:

- Ampliamento continuo dell’uso degli strumenti investigativi.

- Centralità crescente della fase delle indagini.

- Esposizione crescente di cittadini, amministratori e imprese al rischio giudiziario. (Con la sentenza del 23 maggio 2024 la Corte Europea ha condannato l’Italia per violazione dell’art. 8 Cedu. La Corte ha scritto che la legge italiana non contiene garanzie adeguate per proteggere le persone intercettate che, non essendo sospettate né accusate, rimangono estranee al procedimento senza poter ottenere alcun riesame né riparazione).

- Pressione fiscale e amministrativa sempre più invasiva.

Il risultato è un sistema in cui lo Stato si espande per linee parallele: giudiziaria, fiscale, burocratica.

E alla fine il punto è uno solo.

Non serve una svolta autoritaria per comprimere la libertà.

Basta un sistema che non arretra mai.

E quando il potere pubblico continua ad allargare i propri strumenti senza incontrare veri contrappesi, il cittadino resta l’unico soggetto che non ha mai una direzione di crescita: solo un perimetro che si restringe.

In Italia, oggi, il problema non è la forza dello Stato.

È l’assenza di un limite alla sua espansione.

Aggiornato il 12 maggio 2026 alle ore 09:25