La missione antimafia in Puglia e l’ombra della ‘Ndrangheta

Il cuore pulsante del Mezzogiorno non è più soltanto un distretto turistico o agricolo di eccellenza, ma è diventato un fronte di guerra ibrida dove la criminalità organizzata ha smesso di sparare per iniziare a fatturare, infiltrarsi e, soprattutto, a decidere. La recente missione della Commissione parlamentare Antimafia nelle province di Bari, Lecce e Brindisi non è stata una semplice visita istituzionale di cortesia, ma un’operazione di “carotaggio” profondo in un terreno che sta franando sotto i colpi di un’alleanza criminale senza precedenti. Al centro di questo presidio di legalità si staglia la figura della Presidente Chiara Colosimo, la cui strategia sembra voler scardinare quel velo di rassegnazione che spesso avvolge i territori di frontiera.

In questi due giorni di audizioni serrate, il quadro emerso dalle parole dei Prefetti, dei vertici delle forze dell’ordine e dei Procuratori distrettuali non è solo allarmante: è una radiografia dello stato di salute delle nostre istituzioni locali. Ciò che preoccupa maggiormente non è solo la ferocia dei clan autoctoni, ma la mutazione genetica della criminalità pugliese, che appare sempre più permeabile alle logiche della ‘ndrangheta. La mafia calabrese, la più potente e ricca d’Europa, non guarda più alla Puglia come a una terra di passaggio, ma come a un asset strategico per il riciclaggio e il controllo logistico.

Uno dei punti di massima tensione analizzati dalla Commissione riguarda la spietata efficacia degli assalti ai portavalori. Questi episodi, che avvengono con cadenza preoccupante lungo le arterie pugliesi, non sono semplici rapine. Si tratta di vere e proprie operazioni paramilitari che mettono a rischio milioni di euro di denaro pubblico e privato, seminando il terrore e dimostrando una capacità di controllo del territorio superiore a quella dello Stato in determinati frangenti orari e geografici. Questi capitali sottratti diventano la linfa vitale per alimentare il welfare criminale e corrompere i gangli dell’amministrazione pubblica.

Ma il vero grido d’allarme sollevato durante la missione riguarda l’osmosi tra mafia e politica. La Commissione ha acceso un faro accecante sulle infiltrazioni che tentano di piegare le decisioni amministrative agli interessi dei clan. Non si parla più solo di voti di scambio, ma di una presenza strutturale di soggetti contigui alla criminalità all’interno delle stanze dove si decide il destino del territorio. La Presidente Colosimo ha agito con fermezza, ribadendo che la Commissione non sarà uno spettatore passivo ma un organo di controllo attivo, capace di intervenire prima che il danno diventi irreversibile.

La missione si è conclusa con un impegno solenne e operativo. Non ci si è limitati a una stretta di mano tra istituzioni: è stata stabilita un’intesa tecnica e politica per un monitoraggio costante. Il “questionario della vicenda”, ovvero lo strumento di indagine e follow-up che la Commissione utilizzerà per dare seguito alle audizioni, servirà a verificare se le criticità evidenziate dai magistrati e dai prefetti riceveranno risposte concrete dal legislatore e se le maglie della prevenzione verranno finalmente strette.

La Puglia si trova a un bivio. Da una parte la spinta verso un futuro di sviluppo legale, dall’altra l’abisso di una “ndranghetizzazione” del tessuto economico e politico locale. L’intervento della Commissione Antimafia a Bari e nel Salento segna un punto di non ritorno: lo Stato ha dichiarato che il tempo dell’osservazione è finito. Ora inizia quello della bonifica, per evitare che il patrimonio dei contribuenti e la dignità delle istituzioni finiscano nelle mani di chi, nel silenzio, sta tentando di riscrivere le regole della democrazia pugliese.

Aggiornato il 30 marzo 2026 alle ore 12:04