La “Costituzione più bella del mondo non si tocca!”. Quante volte lo avete sentito dire in questa campagna referendaria? Peccato, però, che nel 2001 il referendum confermativo sulla riforma del Titolo V modificava o abrogava ben “quindici” articoli di quella “sacra” Costituzione! Stravolgendo, tra l’altro, un ordinamento importantissimo per la divisione delle competenze legislative tra Stato ed Enti locali, con totale soppressione dei controlli dell’Amministrazione centrale nei confronti delle Autonomie, di lì in poi sacralizzate, con costi e sprechi incalcolabili per i bilanci pubblici. E fu proprio quella riforma del 2001 a creare venti piccole repubbliche regionali e altrettante fameliche, nonché pletoriche burocrazie locali, che hanno prodotto un regime caotico di inefficienze e di disuguaglianze nelle prestazioni di servizi pubblici essenziali, come sanità, scuola e trasporti. Questo perché nel tempo non è subentrato nessun meccanismo centralizzato, che facesse obbligo erga omnes di “copiare da chi fa meglio” (benchmarking, in inglese), premiando le amministrazioni regionali virtuose e penalizzando viceversa le meno efficienti. Bastava, a questo scopo, creare organismi nazionali indipendenti di garanzia per la verifica e il rispetto dei livelli quanto-qualitativi sia nelle prestazioni nei servizi pubblici, sia nelle perfomance della dirigenza amministrativa locale. Per non parlare poi del saccheggio del territorio, abbandonato a ogni sorta di speculazione, in assenza di un’armonizzazione della programmazione territoriale e dell’urbanistica, regionale e interregionale, tale da coinvolgere tutti gli Enti Locali interessati nella condivisione e valorizzazione delle risorse. La recente, devastante epidemia da Coronavirus ha mostrato in tutti i modi, per quanto riguarda la sanità pubblica, i severi limiti del modello regionale, senza però che vi sia stato da allora un serio ripensamento rispetto alla fallimentare riforma del Titolo V.
Oggi, dopo l’esisto del referendum del 22 marzo, non ha trovato conferma popolare la più importante revisione costituzionale sul funzionamento del Csm e della Magistratura, nella sua specificità di ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere nell’esercizio della giurisdizione ordinaria, così come previsto dalla Costituzione in base al principio della separazione dei poteri. Verosimilmente, da parte dei promotori non ha funzionato il modello di comunicazione con cui si è ritenuto di illustrare la riforma ai cittadini-elettori, lasciando che fosse l’opposizione ad appropriarsi demagogicamente del merito con una campagna di difesa a oltranza della Costituzione e di delegittimazione dell’attuale Governo. Così, negli ultimi due mesi cruciali si è scelto di scendere politicamente in campo in difesa della riforma stessa, quando sarebbe stato necessario fare esattamente l’opposto, lasciando le prime linee esclusivamente ai cultori della materia schierati dalla parte del “Sì”. Ora che il popolo italiano ha deciso, non solo bisognerà rispettare il suo verdetto, ma ci si dovrà porre alcune, fondamentali domande, alle quali fin dalla prossima legislatura occorrerà fornire risposte all’altezza delle aspettative popolari, da parte di chiunque avrà le responsabilità di governare il Paese. E questo perché i più intelligenti dei vincitori si stanno fin da ora interrogando sulle ragioni dei vinti e, soprattutto, sul significato da dare all’alta affluenza e al successo netto dei “No”. La bocciatura del testo di riforma costituzionale lascia infatti del tutto invariate le condizioni di gravissimo disagio in cui versa l’intero comparto della giustizia, con arretrati catastrofici nelle cause civili e con i tempi biblici necessari a ottenere una sentenza definitiva nei contenziosi penali. Per non parlare, poi, degli inaccettabili ritardi nell’informatizzazione degli uffici giudiziari, in crisi di organici e di formazione, che vanno drammaticamente a sommarsi alla mancata razionalizzazione delle sedi dei tribunali.
E se è vero, com’è vero, che il funzionamento della macchina amministrativa della giustizia non era oggetto della riforma (e non poteva esserlo, essendo la Costituzione un enunciato di principi), va detto che la sua bocciatura ha impedito l’avvio di un delicato processo di attuazione che avrebbe dovuto coinvolgere anche le opposizioni. A seguito della sanzione popolare, per come stanno messe oggi le cose, si rischia di aver creato una supercasta intoccabile di burocrati, pur essendo i magistrati dipendenti statali come tutti gli altri. E come tali il loro organo di autogoverno li dovrebbe sottoporre a un rigoroso controllo di risultato e di gestione, oltre che a irrogare con severità sanzioni disciplinari in caso di mala gestione e di comportamenti scorretti. Si dica pure quel che si vuole, ma a conti fatti la presenza contestuale di magistrati requirenti e giudicanti, ospitati sotto il tetto di una casa comune dell’auto rappresentanza, non può che favorire lo scambio di favori degli incarichi direttivi tra l’una e l’altra funzione, solo in teoria nettamente distinte ma in pratica accomunate da solidi interessi. E sarebbe bene restituire all’attività giudiziaria le centinaia di magistrati distaccati con incarichi direttivi presso il Ministero di Giustizia, affidando esclusivamente ai dirigenti di prima fascia la conduzione dei Dipartimenti e delle direzioni generali ministeriali. Né l’attuale, invariata configurazione del Csm può garantire che venga avviata una totale “spoliticizzazione” della magistratura, che può solo avvenire attraverso lo smantellamento delle correnti che, però, sono la conseguenza della partecipazione democratica dei magistrati all’interno dell’organo di autogoverno, considerato infatti come un “Parlamentino” dei giudici, con le sue belle aberrazioni e storture, così come state messe in luce dal caso Palamara.
Certo, sotto il profilo sociologico, è molto interessante interrogarsi, come fa Alessandra Ghisleri su La Stampa, sul voto al Sud che nella sua bassa affluenza ha privilegiato il “No”, mentre molti elettori del centro destra hanno risposto con l’astensione all’invito della maggioranza ad approvare la riforma Nordio. Molti osservatori sostengono che la situazione internazionale abbia giocato a sfavore del Governo, anche a seguito dell’esposizione personale della premier nei confronti di Donald Trump, fatto quest’ultimo che avrebbe polarizzato a favore del “No” il voto giovanile dei ProPal e dei contrari alla guerra. Probabilmente, con il senno di poi, sarebbe stato meglio far slittare il voto referendario a giugno, così come più volte sollecitato dalle opposizioni, cosa che avrebbe contribuito a stemperare sia gli effetti devastanti della nuova Guerra del Golfo (che però nessuno prima del 28 febbraio poteva prevedere accadesse!), sia le tensioni sui prezzi dell’energia e dei carburanti. D’altra parte, l’opposizione è riuscita anche in questo caso a fare ciò in cui risulta imbattibile: coagulare consenso maggioritario verso tutto ciò che rappresenta la “negazione” (le campagne di odio “anti” o contro qualcuno, come l’antiamericanismo, l’antiberlusconismo, l’antitrumpismo, l’antimelonismo, e così via), piuttosto che mettere l’accento sulla parte costruttiva o “proponens” della politica. Una grande occasione mancata, quindi, che verosimilmente non si potrà più riproporre almeno per un paio di legislature.
Aggiornato il 25 marzo 2026 alle ore 11:28
