Sul ruolo decisivo dell’egemonia culturale nei referendum

Il risultato del referendum appena concluso è difficilmente spiegabile senza tener conto dell’egemonia culturale che la sinistra ha sempre avuto in Italia. Questa sembra essersi paradossalmente irrobustita dopo il crollo del comunismo in Urss e lo scandalo di Mani pulite e ha tuttora una certa influenza nel determinare i rapporti di forza all’interno della magistratura. Questa lettura del voto referendario pone tuttavia una domanda legittima: se davvero esiste nel Paese una forte egemonia culturale della sinistra, come si spiega il fatto che nelle elezioni politiche degli ultimi anni abbia prevalso il centrodestra? Non siamo forse di fronte a una smentita di quella stessa egemonia?

In realtà, il paradosso è solo apparente, e proprio il referendum lo dimostra con particolare chiarezza. Le elezioni politiche e i referendum rispondono infatti a logiche profondamente diverse. Nelle prime, entrano in gioco fattori immediati: leadership, comunicazione, percezione economica, sicurezza, capacità di mobilitare un elettorato. Il centrodestra, negli ultimi anni, ha dimostrato di saper intercettare efficacemente una parte consistente del proprio bacino elettorale su questi temi, spesso con maggiore chiarezza e compattezza rispetto a una sinistra divisa e, soprattutto negli ultimi tempi, meno capace di rappresentare in modo credibile i propri elettori virtuali.

Il referendum, invece, scava più in profondità. Non riguarda una leadership o un programma, ma chiama in causa convinzioni radicate, categorie culturali, riflessi quasi automatici che sono spesso il frutto di processi formativi e mediatici persistenti nel tempo. È qui che emerge ciò che la politica quotidiana talvolta nasconde: la struttura profonda del senso comune.

In quest’ottica, il voto referendario sembra indicare con una certa evidenza che il Paese, nel suo sostrato culturale, resta largamente legato a paradigmi culturali proposti e coltivati a lungo dalla sinistra. Non si tratta necessariamente di un’adesione consapevole a un’ideologia, ma di un insieme di convinzioni sedimentate nel tempo: una certa concezione dello Stato, una fiducia quasi sacrale nella Costituzione intesa non come testo da interpretare e aggiornare, ma come punto di equilibrio difficilmente modificabile; una diffidenza verso riforme percepite come “di parte”; un’idea della magistratura come presidio etico prima ancora che istituzionale.

Queste categorie non nascono nel momento del voto, ma sono il risultato di un lungo processo formativo scandito dalla scuola, dall’università, dai media, dall’editoria e oggi anche dai social network. In altre parole, sono il prodotto di quella egemonia culturale di cui si è detto, individuata e proposta come chiave di una strategia complessiva per giungere al potere da Gramsci e coltivata fino all’Ultimo dal Pci, poi dal Pds e quindi dal Pd.

Un esempio particolarmente significativo riguarda proprio il sistema dei media. Esiste infatti una differenza evidente tra modelli editoriali: le reti Mediaset, in quanto espressione di un’impresa commerciale, tendono a offrire spazio a posizioni diverse, anche contrapposte, perché il loro obiettivo principale è raggiungere il pubblico più ampio possibile. La logica è quella del mercato: massimizzare ascolti e pubblicità implica parlare a tutti, e quindi includere voci differenti.

Al contrario, altri segmenti del sistema mediatico mostrano una maggiore coerenza ideologica. Programmi di approfondimento politico come quelli di La7, o interi canali e reti culturali come Rai 3 e Radio 3, pur offrendo spesso contenuti di alto livello, risultano orientati in modo riconoscibile come “di sinistra”.

Il caso di Radio 3 è, sotto questo profilo, emblematico: rappresenta da decenni uno dei migliori servizi culturali disponibili nel Paese, accessibile a un pubblico ampio e non specialistico anche mentre si trova alla guida dell’auto, e tuttavia questa qualità si accompagna a un’impostazione culturale che riproduce sistematicamente vecchi modelli, più o meno aggiornati, di una lettura marxista della società, della situazione politica e della vita culturale in Italia e nel mondo.

Ora, ciò che colpisce non è tanto l’esistenza di queste differenze, quanto piuttosto l’assenza di un’offerta equivalente da parte di altri attori politici. Né la destra né i liberali sono infatti stati finora in grado di concepire e realizzare strumenti culturali di pari livello e diffusione, capaci di proporre una visione alternativa con la stessa continuità e profondità.

Questo squilibrio contribuisce a spiegare perché l’egemonia culturale sui media, insieme a quella nelle Università e nelle scuole, o nel mondo dello spettacolo, pur non traducendosi automaticamente in vittoria elettorale, continui a incidere in maniera assolutamente rilevante ogni volta che il Paese potrebbe, attraverso un referendum, compiere un passo decisivo verso un miglioramento della qualità della sua vita democratica e della sua efficienza complessiva.

È proprio qui che il referendum si distingue dalle elezioni politiche: nelle seconde il centrodestra può vincere anche in un Paese culturalmente orientato in senso diverso, perché riesce a mobilitare in modo più compatto interessi, paure, principi e aspettative immediate laddove invece il centrosinistra risulta un fronte più frammentato e meno coerente. Nel primo, invece, cioè quando si vota per un referendum, poiché si deve prendere una decisione sulla base di ciò che si è interiorizzato nel tempo, spesso al di là delle contingenze politiche, i risultati possono essere anche molto diversi, perché si riesce a riportare alle urne anche elettori da tempo sfiduciati e disincantati.

Da questo punto di vista, il referendum ha funzionato come una sorta di radiografia del Paese reale: ha mostrato che, al di sotto delle oscillazioni elettorali, esiste una maggioranza culturale che continua a riconoscersi in schemi interpretativi consolidati. E questo aiuta anche a spiegare un altro fenomeno: la difficoltà della sinistra a vincere le elezioni pur disponendo, potenzialmente, di un bacino culturale più ampio. Negli ultimi anni, sotto diverse leadership e in particolare sotto quella attuale, il centrosinistra non è infatti riuscito a tradurre questa base culturale in consenso politico effettivo.

Il centrodestra, al contrario, ha vinto proprio perché ha saputo parlare a un elettorato reale, anche se non necessariamente maggioritario sul piano culturale, ma questa forza elettorale non si è tradotta in capacità di incidere sui livelli più profondi della formazione del consenso.

Il risultato è un Paese diviso tra una superficie politica che può cambiare rapidamente e una struttura culturale che muta molto più lentamente, o addirittura non muta affatto. Ed è su questo secondo livello che si decidono, in ultima analisi, le sorti delle riforme istituzionali.

Il referendum lo ha dimostrato in modo netto: una proposta che poteva apparire tecnica è stata letta attraverso categorie culturali consolidate, frutto della formazione ricevuta da più generazioni di elettori almeno dagli anni Settanta in poi, ed è stata inesorabilmente respinta anche se era stata in precedenza appoggiata dagli stessi leader prima del Pci, poi del Pds e quindi del Pd. Allora, evidentemente, non minava la nostra Costituzione democratica, come a quanto pare invece fa oggi, quando c’è un governo di centrodestra.

La conclusione che se ne può trarre è semplice ma decisiva: le elezioni si possono vincere anche senza godere di un’egemonia culturale, ma con i referendum la cosa si rivela quasi impossibile. Ed è forse questa la lezione più importante: il consenso politico può essere contingente, ma il consenso culturale è ciò che, nel lungo periodo, decide davvero la direzione di un Paese.

Con la cultura, quindi, non solo si mangia, ma si possono anche vincere delle battaglie decisive per il futuro di un paese, per la sua effettiva libertà e democrazia, e se oggi si è persa un’occasione preziosa per compiere un passo avanti un questo senso è stato anche perché la battaglia culturale che è necessaria per difendere e promuovere i valori della liberaldemocrazia è stata per troppo tempo trascurata proprio dalla parte politica cui stavano più a cuore.

Aggiornato il 25 marzo 2026 alle ore 11:01