L’Italia del No brinda e festeggia a una “vittoria di Pirro”. Quei magistrati che brindano a champagne cantando Bella ciao sono l’emblema di un’Italia sonnolenta rimasta fissata al trauma della guerra. La loro vittoria è, infatti, una sconfitta per l’Italia e per tutti gli italiani perché è una sconfitta della ragione e della libertà ad opera del tam tam dell’Italia tribale. Il sud più retrivo e clientelare si è unito alla piccola e media borghesia legata alla sinistra e a molti giovani (per natura “antagonisti”) in un voto che è chiaramente contro qualcuno – il Governo di centrodestra di Giorgia Meloni – e non per un qualcosa che non sia la conservazione dell’esistente regime di malagiustizia. I problemi della giustizia restano. L’Italia si avvicina oggi ancor più che in passato a un tipo particolare di democrazia illiberale, una “democrazia giudiziaria” dominata dal partito della magistratura organizzata, l’Anm che ha dimostrato di potere usurpare i poteri del Parlamento (creando norme nuove), della Corte Costituzionale (non applicando e quindi abrogando di fatto norme vigenti sulla base di un riferimento diretto ed improprio a norme costituzionali) e la stessa sovranità popolare decidendo chi possa e soprattutto chi non possa governare.
È una vittoria, infatti, soprattutto dell’Anm e del suo sistema correntizio dominato da un pugno di capicorrente politicizzati contro l’autonomia e l’indipendenza della maggioranza dei magistrati non iscritti ad alcuna corrente. È una vittoria referendaria delle forze conservatrici e reazionarie che accelera il declino dell’Italia proprio come il referendum che 40 anni fa mise fine alle centrali nucleari in Italia. Un referendum di cui oggi possiamo valutare la portata regressiva. Cantano vittoria Elly Schlein, Giuseppe Conte e compagni dopo una campagna referendaria condotta agitando contro la riforma timori assurdi e spettri autoritari, come quello della sottomissione dei pm all’Esecutivo; una riforma che, invece, mirava, al contrario a sottrarre la magistratura all’influenza della politica e a un ruolo improprio e anticostituzionale di supplenza; una riforma che realizzava davvero l’autonomia e l’indipendenza di tutti i magistrati; una riforma che mirava anche alla liberazione del cittadino dalla spada di Damocle dalle frequenti angherie di magistrati negligenti, disattenti e resi irresponsabili da un senso di assoluta impunibilità. Si tratta infine di una vittoria che la sinistra non deve a sé stessa ma soprattutto al ministro Carlo Nordio. Un ministro che ha dormicchiato per tre anni, presentando la riforma fuori tempo massimo, e cercando poi di farla approvare frettolosamente dal Parlamento senza un dibattito in aula; un ministro che non ha fatto nulla per promuovere la costituzione e la valorizzazione di un comitato nazionale di “magistrati per il sì” ben visibile e agguerrito.
È stato questo un errore strategico gravissimo perché ha consentito al fronte del no di presentare la riforma come un “attacco” del Governo alla magistratura nel suo insieme. Ciò ha consentito che l’Anm nascondesse le sua divisione interna e il conflitto di interessi tra magistrati iscritti alle correnti e quelli non iscritti che, pur essendo la maggioranza (il 77 per cento), vedono le loro carriere condizionate e sottoposte al dominio dispotico dei politicizzatissimi capi delle correnti politico-sindacali e degli accordi spartitori tra loro. Una divisione della magistratura che se forse apparsa chiaramente e visibilmente agli occhi dell’opinione pubblica avrebbe consentito di far apparire la riforma e il referendum per quello che era in effetti: una difesa dell’indipendenza dei magistrati non iscritti ad alcuna corrente dallo strapotere dei capicorrente. E avrebbe smentito nei fatti la balla dell’intenzione di sottomettere la magistratura al potere politico. Questa balla ha creato lo spettro che ha fatto breccia tra molti italiani e soprattutto tra i giovani che hanno per questo votato in massa no.
Nordio è stato poi il ministro che in piena campagna referendaria ha dichiarato che la riforma non avrebbe reso più efficiente il sistema giudiziario (il che non è nemmeno vero) e che si è anche prodotto in altre dichiarazioni maldestre e controproducenti, attirandosi un rimbrotto pubblico di Sergio Mattarella, che ha rafforzato l’immagine anti-istituzionale del fronte del Si propagandata dal fronte del Nord. Ha perso soprattutto Nordio. Ma chiederne oggi le dimissioni non serve a nulla perché comunque ha perso l’Italia liberale che ha sottovalutato la posta in gioco. Fuor di retorica ieri ha perso in Italia la libertà e la ragione. Le forze del fronte de Sì, fidandosi dei primi sondaggi favorevoli, sono andate allo scontro con sicumera, leggerezza e frettolosità senza curarsi del principale e doveroso obbiettivo tattico: quello di dividere il fronte avversario e di fare apparire in pubblico la divisione esistente nella magistratura.
Il referendum sul divorzio del 1974 fu vinto per la divisione del fronte cattolico e della Dc. Nordio e i leader politici del fronte del Sì non hanno nemmeno tentato di incoraggiare e valorizzare una divisione nella magistratura e nella sinistra che pure c’erano. Forse speravano così di intestarsi solo a se stesse una facile vittoria? Può darsi. Ma così hanno perso clamorosamente una battaglia strategica che potevano vincere. Hanno così riaperto la strada alle forze illiberali che riproducono e accentuano l’anomalia e il declino dell’Italia e che di autodefiniscono “progressiste”. L’Italia ha perso un altro treno per la sua modernizzazione e razionalizzazione e accentua la sua distanza dalle democrazie liberali moderne che non hanno al piede la palla di una magistratura organizzata che agisce impropriamente come partito politico.
Aggiornato il 24 marzo 2026 alle ore 11:28
