Analisi a caldo del referendum

E stavolta non scomodiamo nemmeno Tomasi di Lampedusa perché, nel nostro Paese, per far rimanere tutto com’è non è necessario nemmeno cambiare una qualsivoglia parvenza nelle prassi costituzionali o magari applicare un tocco di maquillage grammaticale. Macché! Si ragiona un po’ da tafazzi e si usa, a mo’ di giustificazione politico-morale, la difesa della Costituzione: una formula solitamente brandita da chi sa a malapena recitare il primo articolo della Carta. Ma tant’è.

Nelle righe seguenti provo a buttare giù pensieri a caldo – diciamo pure un decalogo di considerazioni appena sfornate da un’entropia elettorale marcata – che non hanno nulla di pedagogico, molto di banale e per lo più annaffiate da una spruzzata di frustrazione, lo ammetto e mi scuso! Ora però iniziamo.

1 – Il paradosso macroscopico di questo referendum credo sia il seguente: coloro che si sono sempre definiti antifascisti, peraltro eredi del Partito Comunista più grande dell’Occidente durante gli anni della Guerra fredda e, va da sé, della Prima Repubblica; gli stessi che non si sono mai curati di porre in essere una catarsi storica, tipo Bad Godesberg, per depurarsi dalle dottrine liberticide adorate lungo il fluire della Storia; quelli che sono passati con nonchalance dal socialismo reale alla socialdemocrazia europea senza sapere cosa fosse, e da questa a una forma raffazzonata di neolaburismo senza però un Tony Blair capace di farne le veci, ecco: proprio loro, con la vittoria del No non solo difendono l’ordinamento giudiziario elaborato durante il fascismo, ma ne consentono il perpetrarsi per molti anni a venire, dato che non si parlerà più di riforme costituzionali per moltissimo tempo;

2 – Ha perso il Paese, dicevo. Ma chi se ne frega. Il dato politico è la vittoria di quell’area politico-culturale che potremmo definire di sinistra-centro, sebbene quest’ultima appendice ormai si trovi in una condizione per lo più agonizzante. Vince Elly Schlein, che così riesce a tamponare le molteplici battute a vuoto che hanno contraddistinto la sua segreteria. Vince Landini, al quale ora verrà abbonata la debacle referendaria sul Jobs Act. Vincono Bonelli e Fratoianni, che hanno affossato una riforma garantista e liberale dopo aver accolto nelle loro fila una pluricondannata (passata in giudicato) che, ad occhio e croce, non ha mai tenuto in particolare considerazione il dettato costituzionale. Che dire; almeno loro sono stati un minimo coerenti. Vince Conte, ma fino a un certo punto, dato che una vittoria del Sì avrebbe rilanciato la sua premiership sul campo largo. Perde Renzi, che a maggior ragione si ritaglia ancor più il ruolo di utile idiota del campo largo;

3 – Perde malissimo la sinistra riformista e, più in generale, quell’area liberaldemocratica non di destra le cui idee non sono riuscite minimamente a permeare né il campo largo né i suoi elettori. Questo forse renderà più chiaro e pulito il quadro partitico del prossimo futuro, con un sistema bipolare dove chi sta a sinistra sta con lo Stato, la spesa pubblica e tutela una calcificazione della Carta irrimediabilmente condannata a non evolversi e, dall’altra (si spera), chi sta a destra punta ad ampliare le libertà individuali, sostiene il libero mercato e non si adegua allo status quo imperante;

4 – Dal punto 3 due considerazioni ulteriori. La prima: molto probabilmente coloro che da sinistra hanno parteggiato per il Sì o verranno emarginati in vario modo (nelle rassegne stampa piuttosto che nei posti dei listini elettorali), oppure verranno riposti nel dimenticatoio in virtù di una “damnatio memoriae” che non farà sconti;

5 – Seconda considerazione: se volessimo riscontrare un (flebile) dato positivo per la coalizione di centrodestra è che questo esito referendario inevitabilmente avvicina a sé realtà come quelle di Calenda e di Marattin, le quali, pur non essendo ancora elettoralmente chissà quanto appetibili, presentano tuttavia una freschezza argomentativa e una compatibilità tematica e di visione che promette solo cose belle. Almeno queste;

6 – In Italia il referendum piace, soprattutto se non presenta quorum (e lo scrivente propende per toglierlo anche dai quesiti abrogativi), perché è la forma di democrazia più diretta che esiste. Insomma, siamo un popolo di pannelliani senza che nessuno si ricordi più di Pannella. E soprattutto senza che nessuno abbia assimilato la sua lezione radicale e antipartitocratica;

7 – Piuttosto: sarebbe strano se l’alleanza tra il campo largo e +Europa continuasse senza colpo ferire dopo le invettive della Schlein contro coloro che volevano modificare la Costituzione. Magi e Bonino torneranno a Canossa? Sarebbe strano, certo. Ma non impossibile;

8 – Le motivazioni. La percezione che lascia un grande amaro in bocca è che ci siamo fatti soffiare via un’occasione storica (ripeto: storica!) di vivere in un Paese più civile, non in virtù di argomentazioni aderenti al contenuto dell’impianto costituzionale, ma per aver usato la riforma come clava politica da scagliare contro gli avversari. Suvvia: aver detto che il ddl Nordio mina l’autonomia e l’indipendenza della magistratura o che la politica avrebbe preso il sopravvento sull’ordine giudiziario era e rimane una baggianata. E lo sanno bene anche coloro che l’hanno propinata. Gli stessi che, peraltro, avevano più e più volte proposto sostanzialmente la stessa modifica mediante bicamerali, mozioni e disegni di legge;

9 – E il centrodestra? Si è fatto male, malissimo. E si è fatto male a un anno di distanza dalle politiche, le quali sono un’altra partita, certo, ma si poteva partire con un maggiore vantaggio. Rimane il fatto che la coalizione liberal-conservatrice può a ragione fregiarsi come una realtà autenticamente riformatrice, capace persino di coagulare attorno a sé movimenti, partiti, associazioni, fondazioni e che, seppur variegate in termini di sensibilità politica, rappresentano una speranza per un domani non forzatamente ancorato a precetti costituzionali così stantii che addirittura un partigiano socialista voleva modificare. Certo, se ne parlerà tra molti anni. Però prima bisogna acquisire una maggiore capacità di veicolare il proprio verbo, le proprie idee, la propria visione. In primis all’elettorato di riferimento e poi alla società italiana nel suo complesso. E per farlo si deve creare e/o rafforzare un network intermodale mediatico-culturale capace di penetrare nella carne viva di una società molteplice, come si dice tra gli addetti ai lavori, fluida;

10 – In un Paese dove sono necessarie riforme istituzionali legate all’architettura governativa, come a un nuovo sistema di approvvigionamento energetico – quindi sfide epocali – nell’immediato sarà assai difficoltoso poter smuovere le acque con questo timore del cambiamento che pervade il Paese. Forse – ma spero che questa mia considerazione invecchi malissimo e nel volgere di poco tempo – coloro che governeranno, da qui in avanti, si limiteranno a praticare l’ordinario, poiché immuni a qualunque velleità di modifica sostanziale dell’esistente;

10 bis – La magistratura? Possiamo mandare al macero i saggi di Nordio (e quando ci ricapita un Guardasigilli con la sua cultura giuridica?), i libri-intervista di Sallusti e Palamara, le riflessioni di Caiazza, le copie del Foglio, del Riformista ma anche dell’Unità di Sansonetti (esatto: il fu organo di stampa del Pci si è schierato contro gli eredi di Berlinguer, tanto per accarezzare uno dei tanti ossimori di questa tornata elettorale). Le corporazioni continueranno a spadroneggiare come e più di prima, il Csm rimarrà cosa loro, magari qualche magistrato tornerà ad avere velleità da storico, se non da legislatore. E poi chissà quanti Gratteri proveranno a “fare i conti” con chi era per il Sì. Sabino Cassese e Augusto Barbera non credo verranno più “celebrati” da Repubblica e dai suoi simili, e un giudice terzo e imparziale ci sarà senza nemmeno andare a Berlino, ma sarà una situazione legata alla correttezza del singolo, non al riflesso giurisprudenziale di uno Stato di diritto.

Aggiornato il 24 marzo 2026 alle ore 10:21