Umberto Bossi teneva in particolare considerazione la dimensione esornativa della politica. Per lui simboli e parole erano elementi costitutivi di un corollario ideale e, a tratti, mitico che affondava le proprie radici addirittura nell’antropologia – si pensi al periodico “Terra Insubre” diretto allora da Gilberto Oneto – ma il tutto senza accarezzare alcuna velleità accademica. A quella, tutt’al più, bastava Gianfranco Miglio, intellettuale di assoluto vaglia mai sufficientemente compreso e apprezzato, per quanto meritasse.
Per il Senatur alcune forme rituali, quali i raduni di Pontida, la scalata del Monviso con successivo prelievo dell’acqua sorgiva, quel suo modo magari raffazzonato ma genuino di mantecare la tradizione cristiana con un paganesimo celtico, finanche il richiamo al “celodurismo”, ovvero un’esaltazione virile di una presunta razza padana, erano degli atteggiamenti ben studiati per compattare un corpo elettorale facendolo sentire, prima di tutto, un popolo accomunato da principi e rivendicazioni comuni.
La Lega di Bossi o era Nord o non era Lega. Il riferimento territoriale sostanzia la ragion d’essere del movimento. D’altronde la questione settentrionale vide in Bossi il suo primo rappresentante politico, in quanto comprese che la caduta della Prima Repubblica, ancor prima che per Tangentopoli, fu dovuta al progressivo scollamento tra i partiti di massa – in primis la Dc, come naturale realtà politica di riferimento – e le istanze provenienti da un Nord Italia in preda a gravi carenze infrastrutturali e burocratiche, coadiuvate da un livello di tassazione tale da non essere più un tema fiscale bensì morale.
Quella Lega fece propria una grammatica altisonante che doveva coprire le spalle a dei tentativi di buon senso di allargare il perimetro delle libertà individuali e d’impresa: si proclamava l’indipendenza per ottenere un minimo di federalismo, si accarezzava il liberismo tout court affinché si potesse spuntare qualche lasciapassare dal Leviatano capitolino (lo slogan-manifesto: “Roma ladrona!”).
Ritengo che il centrodestra italiano debba molto a Bossi e alla sua creatura ancora esistente, sebbene con connotati identitari differenti. Silvio Berlusconi – come sempre – intuì prima di tutti la forza rivoluzionaria di quel suo corregionale e, nonostante i vari dissidi e abbandoni, portò avanti quell’alleanza per anni, riuscendo nel miracolo politico non solo di tenere assieme una realtà che propugnava una differenziazione istituzionale tra le varie aree del Paese con un soggetto politico (Msi-An) dalla forte impronta centralista, ma avviando anche una contaminazione tra i generi dai risultati talvolta carsici, ma indubbiamente fecondi.
Aggiornato il 20 marzo 2026 alle ore 13:17
