C’è un tema che torna ciclicamente nel dibattito pubblico italiano, spesso evocato ma raramente affrontato fino in fondo: quello delle macroregioni. Una parola che suona tecnica, quasi burocratica, e che invece nasconde una questione eminentemente politica: come ripensare l’organizzazione territoriale dello Stato in un’epoca in cui i confini amministrativi del Novecento appaiono sempre più inadeguati.
L’Italia è un Paese costruito su una stratificazione complessa di livelli istituzionali – Stato, regioni, province, comuni – che negli anni ha prodotto più sovrapposizioni che chiarezza. Le regioni, nate con grandi ambizioni, non sono mai diventate davvero quel motore di sviluppo e di governo territoriale che i costituenti avevano immaginato. Troppo deboli per essere strategiche, troppo forti per essere semplici articolazioni amministrative: una terra di mezzo che oggi mostra tutti i suoi limiti.
È qui che si inserisce il tema delle macroregioni.
Non si tratta – come talvolta si pensa – di cancellare le regioni o di inventare nuove identità artificiali. Piuttosto, di costruire spazi più ampi, capaci di coordinare politiche economiche, infrastrutturali e ambientali su scala adeguata alle sfide contemporanee. In altre parole: passare da una geografia amministrativa a una geografia funzionale.
Se guardiamo all’Europa, vediamo che questo processo è già in atto. Le grandi strategie macroregionali dell’Unione – dall’area baltica a quella danubiana fino alla regione adriatico-ionica – non cancellano gli Stati né le regioni, ma li mettono in rete. Creano piattaforme di cooperazione dove si pianificano trasporti, energia, innovazione. Dove si gioca, in sostanza, la partita della competitività.
E l’Italia? L’Italia resta, ancora una volta, sospesa.
Eppure, proprio nel nostro Paese esiste un’area che più di altre sembra pronta per un salto di scala: il Nordest. Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige – con possibili estensioni verso l’Emilia orientale – costituiscono già oggi, nei fatti, una macroregione economica. Le imprese collaborano, le filiere produttive si intrecciano, i flussi logistici superano da tempo i confini amministrativi.
Chi conosce quel territorio sa che esiste una continuità reale: nei distretti industriali, nella vocazione all’export, nella capacità di stare dentro le catene globali del valore. E sa anche che quella stessa area è naturalmente proiettata verso l’Europa centrale, verso il mondo danubiano, verso l’Adriatico.
La domanda, allora, è semplice: perché questa realtà non trova una forma politica adeguata?
Le risposte sono molte, e non tutte rassicuranti.
C’è innanzitutto una resistenza istituzionale. Le regioni esistenti difendono il proprio perimetro, le proprie competenze, i propri equilibri di potere. Ed è comprensibile: ogni riforma territoriale tocca interessi consolidati.
C’è poi una diffidenza politica. Parlare di macroregioni, soprattutto al Nord, evoca immediatamente lo spettro di derive autonomiste o addirittura separatiste. È un riflesso condizionato della storia recente, che però rischia di bloccare qualsiasi ragionamento serio.
Infine, c’è un limite culturale più profondo: la difficoltà italiana a pensare in termini strategici di lungo periodo. Le macroregioni non sono una riforma da ciclo elettorale, ma un progetto di Paese.
E tuttavia, ignorare il tema non lo farà scomparire.
Anzi, il rischio è opposto: che i processi reali – economici, infrastrutturali, europei – continuino ad avanzare senza una guida politica. E che l’Italia si ritrovi, ancora una volta, ad inseguire trasformazioni che altri hanno già governato.
Naturalmente, le macroregioni non sono una panacea. Possono migliorare l’efficienza, ma anche creare nuovi squilibri. Possono rafforzare la competitività, ma anche accentuare il divario tra territori. Una macroregione del Nordest, ad esempio, rischierebbe di allargare ulteriormente la distanza con il Mezzogiorno, se non inserita in una strategia nazionale complessiva.
Per questo il punto non è “fare o non fare” le macroregioni, ma come farle.
Una strada possibile – e probabilmente la più realistica – è quella di partire da forme leggere di cooperazione: agenzie comuni, pianificazione condivisa, integrazione di servizi strategici. Senza strappi istituzionali, ma con una visione chiara. Costruire, insomma, la macroregione nei fatti prima che nel diritto.
Se questo percorso funzionasse, potrebbe aprire la strada a evoluzioni più strutturate. Se fallisse, almeno avrebbe chiarito i limiti del modello.
Ma c’è una questione che resta sullo sfondo, e che merita di essere portata al centro del dibattito pubblico.
L’Italia, così com’è oggi organizzata, è ancora adeguata a competere in un’Europa di grandi aree integrate? Oppure rischia di restare intrappolata in una geografia istituzionale che appartiene a un altro secolo?
Il Nordest, in questo senso, non è solo un caso territoriale. È un banco di prova politico.
Se lì non si riesce nemmeno a immaginare una macroregione – dove le condizioni oggettive sono più favorevoli – difficilmente lo si farà altrove. Se invece si aprisse una sperimentazione seria, il dibattito potrebbe finalmente uscire dalle semplificazioni ideologiche e misurarsi con la realtà.
Le macroregioni non sono una minaccia all’unità nazionale, se governate. Possono diventarlo, se subite o strumentalizzate.
Come spesso accade, la differenza non sta negli strumenti, ma nella politica.
Ed è proprio la politica, oggi, a essere chiamata a una scelta: continuare a difendere l’esistente, oppure avere il coraggio di immaginare un’Italia diversa.
Aggiornato il 19 marzo 2026 alle ore 11:14
