L’irremovibile e lutulento antiamericanismo della Sinistra italiana
Non s’intende affatto ripercorrere tutto l’insieme degli avvenimenti bellici verificatisi nelle varie parti del globo, che hanno coinvolto gli Stati Uniti da circa un settantennio a questa parte, bensì svolgere soltanto alcune considerazioni soprattutto alla luce del pervicace, avverso atteggiamento della sinistra nostrana nei confronti dell’intervento americano ed israeliano in atto nell’Iran, prendendo come base di riferimento quello posto in essere, verso la metà degli anni Sessanta, in Vietnam e conclusosi otto anni dopo; tutto ciò, peraltro, anche per una valutazione più adeguata in ordine ai riflessi politici, a carattere aspramente contestativo, e sociali nel nostro Paese.
Non v’è dubbio che, per le forze di sinistra e lacchè vari al suo servizio, gli Stati Uniti abbiano rappresentato, e rappresentino a maggior ragione in questi momenti e pertanto non da ora ma da sempre, un modello positivo di un “imperialismo fatale”, inducendo alcuni intellettuali dell’epoca – già alla fine dell’Ottocento – a far propria la tesi che gli americani avessero trovato la propria unità nazionale nel crogiolo bellico, riferendosi alla guerra lampo ispano-americana, conclusasi con la Pace di Parigi del dicembre 1898, con l’occupazione di Cuba e delle Filippine e con l’annessione delle Hawaii: cosicché, la vittoriosa guerra con la Spagna finiva per diventare, agli occhi di costoro, il vero elemento costitutivo degli Stati Uniti come entità nazionale. A parte il dovuto sarcasmo per siffatto assunto, solo per dire quanto sia antico l’antiamericanismo come paranoica visione di una Nazione, la quale, invece, con la rivoluzione del 1776, sboccata poi in quella francese del 1789 e in complesso definita come “Rivoluzione atlantica”, ha innescato un inarrestabile processo generatore della forma di Stato di democrazia classica occidentale, sfociata poi nel costituzionalismo liberale e democratico fino al 1918, quindi in quello di democrazia razionalizzata dal 1919 e, dal secondo dopoguerra, nel costituzionalismo di democrazia sociale, tuttora in atto.
Senza volerci dilungare ulteriormente sull’argomento, valga l’ulteriore considerazione che più tardi, in occasione della stipula del “Patto atlantico” nell’aprile del 1949, per la sinistra italiana gli Usa si sarebbero trasformati in un “grande nemico”; su Rinascita dell’epoca: “L’ispirazione politica essenziale del Patto atlantico è l’esigenza dell’imperialismo anglo americano di crearsi una pozione di forza tale da potere con la minaccia o l’uso della violenza imporre la sua volontà all’Unione sovietica e ai Paesi di democrazia popolare”. Un’ottusa visione ideologica e settaria che, con tutti gli aggiornamenti del caso, è tutt’ora in auge nell’ambito di una sinistra affetta da una dissociazione cognitiva ed ancora racchiusa nella sua macabra identità irrisolta e che, sotto la guida di un novello “cavaliere nero” intriso di neo–profetismo, viaggia disinvoltamente verso la definitiva distruzione dello Stato nazionale e degli stessi principi della democrazia liberale. Ma su tali passaggi mi sono già particolarmente soffermato, anche costo de ”l’esilio nel deserto”, più volte in questi anni, da Gli eredi di Gramsci del 2020 a L’Italia al bivio del 2025.
Ma sarà a seguito del compimento del processo di decolonizzazione, agli inizi degli anni Settanta, allorquando, nell’eclisse delle vecchie potenze coloniali, Inghilterra e Francia, toccherà agli Stati Uniti riempire il vuoto creatosi, che si scatenerà tutta la reazione rabbiosa, di matrice comunista, dell’antiamericanismo e dell’antisionismo; su il Manifesto nel 1970, Luciana Castellina indicava nei feddayn dell’Olp “una forza rivoluzionaria” di formazione laica e marxista, foriera di una deriva antiebraica dell’antisionismo che si sarebbe poi consolidata con ancora più chiarezza nell’opinione antiamericana negli anni Novanta nei settori estremi dei movimenti pacifisti e anti globalizzazione. Ma questo miscuglio di risentimento antiamericano trovava già una base efficiente nel conflitto vietnamita, allorquando, dopo la conclusione nel 1953 di quello in Corea, sarebbe toccato ancora una volta agli americani subentrare più tardi agli sconfitti francesi a Dien Bien Phu, in Indocina, nel luglio 1954, ad opera di un esercito contadino, il Vietminh, guidato da comunista Ho Chi Minh e dal generale Vo Nguyen-Giap, alle cui spalle vi era la Cina, caduta nel 1949 in mano a Mao tze-tung. Infatti, sin dal 1951 si era costituita la Repubblica democratica del Vietnam, prontamente riconosciuta dall’Unione sovietica e dal governo di Pechino; in conseguenza, si rendeva necessario impedire l’insediarsi nel Golfo del Tonchino di un altro regime comunista.
L’intervento degli Stati Uniti, nella più lunga e mai dichiarata, guerra della loro storia e che mai fu vinta e mai fu persa, cominciò quando i primi battaglioni americani da combattimento sbarcarono a Danang, nel marzo del 1965, una guerra in cui quella tanto temuta supremazia tecnologica e militare degli Stati Uniti avrebbe subito una battuta d’arresto nella giungla del Mekong e che si sarebbe definitivamente conclusa solo nel 1973, con Richard Nixon alla presidenza. Per gli Stati Uniti si trattò di un impegno militare che lacerò la nazione al suo interno, cosicché la sinistra nostrana finalmente scopriva, oltre all’operaio del film di Elio Petri, anche il contadino delle risaie asiatiche, ciò che si sovrapponeva alla già impressa immagine della guerriglia in Bolivia di “Ernesto” Che Guevara, giustiziato nel 1967.
Tutti questi drammatici accadimenti finiranno per affiancare, quando non proprio sostituirla, alla “lotta di classe” di marxiana memoria, la “lotta di massa”, individuata appunto nella “guerriglia contadina”, talché l’antiamericanismo finirà per assumere nuovi drammatici contorni che neppure la caduta del Muro di Berlino nel 1989 ed il crollo dell’Urss riusciranno ad arrestare, essendosi potentemente radicata nei movimenti della sinistra, ma non solo quella estrema, con pacifisti e no-global, trovando questa una sponda importante anche nel mondo cattolico cosiddetto “di base”.
Per quanto riguarda più specificamente il nostro Paese – in cui gli Stati Uniti hanno certamente fallito nel loro tentativo di contrastare la penetrazione ideologica del comunismo anche in tutti gli apparati di gestione della società civile, ciò di cui paghiamo ancora le nefaste conseguenze – non vi è dubbio che esso stia tuttora subendo un antiamericanismo di carattere soprattutto ideologico. Tornando all’epoca dei fatti, tutto quel mix esplosivo, intimamente metabolizzato e ideologizzato, innescava l’intera galassia del terrorismo, non solo quello internazionale ma anche e soprattutto quello nostrano, ciò che faceva proclamare con fanatica sicumera ai giovani comunisti che “La bandiera americana è un simbolo di morte”. Ma ancora nel 2004, il Manifesto unitamente a l’Unità, a commento della vittoria del Frente amplio di Tabaré Vasquez in Uruguay, all’annuncio dell’avvento al potere in Iran dell’ayatollah Ruhollah Khomeyni, declameranno a gran voce: “Il popolo ha vinto”, ed era l’instaurazione di una delle più feroci autocrazie, tuttora in atto, che si conoscano!
Su siffatti presupposti, dunque, ecco l’insorgere e l’affermarsi, a suo tempo – efficiente e solerte l’importante contributo della Teologia della liberazione, amplificata soprattutto dalla morte del prete colombiano Camillo Torres, caduto in un’azione di guerriglia, e ripresa in buona parte proprio da papa Bergoglio con la sua “Teologia del popolo”, derivata appunto da quella della liberazione – della base ideologica della sinistra extraparlamentare italiana e della contestazione studentesca del Sessantotto, che rappresenterà un passo fondamentale per il movimento generale della lotta rivoluzionaria contro il capitalismo, ciò che, agli inizi degli anni Settanta, darà luogo alla nascita di quel gruppo rivoluzionario con il nome tristemente famoso di Brigate rosse. Queste, in quel contesto così avvelenato ad opera della sinistra, godettero delle coperture dell’allora Partito comunista – così come d’altra parte sta tristemente avvenendo ora ad opera del monstrum sinistroide in atto – nonché del colpevole silenzio della stampa di sinistra, che, enfatizzando le stragi, per alcuni anni ebbe a definire i brigatisti rossi come “sedicenti” e “fantomatici, riconducendo le loro azioni all’eversione nera. Soltanto dopo l’uccisione del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, questa stampa smise di fare disinformazione, fermo restando che, come scrisse Rossana Rossanda, appunto nel 1978 su il Manifesto, le Br appartenevano – cosi come appartengono oggidì alla sinistra, senza se e senza ma, manifestanti, violenti o meno, e rivoltosi sociali vari – all’album di famiglia; un corposo, efferato album che si è già lugubremente riaperto con nuovi/vecchi adepti, sapientemente diretto dal quel “cavaliere nero” e “scarafaggi” al suo servizio compresi, di cui si diceva innanzi, con modalità analoghe a quella forma di contiguità e di copertura per una buona parte della lunga fase del terrorismo di sinistra, il fenomeno più conturbante della Repubblica, frutto dell’allora braccio armato dello stesso Pci, nei suoi rapporti con le Brigate rosse e le culture e le tecniche di lotta dei gruppi di azione partigiana, Gap, Sap, eccetera.
Allo stato, dunque, a fronte dell’intervento americano e israeliano nell’Iran, in merito al quale potrebbe essere del tutto legittimo nutrire perplessità varie a causa delle possibili gravissime ricadute sotto il profilo bellico ed economico a livello globale – ancorché non fosse più tollerabile che quel letale regime avesse potuto entrare in possesso di armamenti nucleari tali da mettere a repentaglio le sorti del mondo, dal che discenderebbe la necessità dell’intervento in parola – tutto il pidocchiume di sinistra, il quale ha girato lo sguardo dall’altra parte pur a fronte delle atrocità commesse da ultimo dal feroce entourage al comando della Nazione da ben oltre un quarantennio e che ha stroncato nel sangue di decine di migliaia di morti ogni anelito di libertà di un popolo oppresso, il quale in larga maggioranza ha gioito per l’accaduto, si trincera dietro l’inconsistente, omertoso paravento della violazione del diritto internazionale verso uno Stato indipendente.
Tutto ciò s’innesta su un humus disperatamente vigliacco, dettato esclusivamente dall’odio verso il presidente degli Usa, reo di agire in nome di spropositati interessi economici, assumendo in sé la funzione di “gendarme” del mondo, ma soprattutto per disprezzo nei confronti dell’attuale autorità governante, impersonata dal suo presidente del Consiglio Giorgia Meloni, a cui viene ascritta la colpa grave di volere la guerra e di essere la leccapiedi del presidente Trump, senza che sviluppi una vera azione di pace. Cosicché, ad opera di costoro, ammantati di un infame pacifismo in questa e altre occasioni appena messe sotto traccia, torna drammaticamente in auge in questo nostro incuboso Paese, a guisa di spettro ricomparso dal profondo degli inferi, una visione palingenetica, manichea, cinica, settaria e demagogica, di cui si è fatta paladina il suo nuovo conducator Elly Schlein, intrisa di neo–profetismo, una sorta di inaspettata esplosione chiliastica; in realtà, solo uno schizofrenico e globale disegno eversivo in nome di una rivolta sociale, così come enunciata dal segretario generale della massima organizzazione sindacale italiana, volto all’abbattimento degli infetti agenti responsabili della governance in atto, conservatrice, retrograda, sessista e fascista.
In definitiva, un “partito nuovo” spasmodicamente impegnato in una lotta finale – l’Armageddon – contro le “perverse” potenze del male, personificate appunto dalla Meloni oltre che, a livello mondiale, da Trump. Un novello Lohengrin di wagneriana memoria, dunque, impostosi alla guida di un processo anaciclotico volto a riprendere l’iniziale sviluppo di quella truce fase politica, caduta nella polvere ma ora rinverdita per l’occorrenza, in una Repubblica che ha “bruciato” la sua esistenza nella grottesca mitologia antifascista, resistenziale e antimonarchica e che ora rischia il definitivo avvelenamento psicologico in un rinnovato clima da “guerra di liberazione”. Un “partito nuovo”, come nelle intenzioni di questo “moderno Principe”, che, con la sua anima disperata e apocalittica, coltiva un folle disegno – in realtà è lo zoccolo più duro della subcultura comunista – che nulla ha a che vedere con i valori della cultura e della tradizione liberaldemocratica: tutto ciò non rappresenta altro che il ritorno a una polarizzazione ideologica, oscillante tra la mistificazione e il ridicolo, il nuovo avatar di una concezione giacobina tesa a una inderogabile purificazione dell’esistente, catalogato sic et simpliciter come “fascismo mascherato”. Una strategia ossidionale, dunque, finalizzata alla costruzione di un “Ordine nuovo”, l’attesa dell’elemento catastrofico–palingenetico, ciò che ben si sposa con la strategia dell’assedio all’establishment in atto, per mezzo di una logorante guerra psicologica e ideologica condotta con estrema faziosità. È in gran rispolvero, dunque, da parte della sinistra nostrana, in piena “crisi di nervi”, di obsoleti schemi neo–frontisti, scaricando addosso all’aggregazione di centrodestra – una coalizione di certo impregnata comunque di valori liberali sebbene con qualche sfumatura – insensati odi e veleni, una vera e propria opera di sciacallaggio, tesa a eccitare passioni ideologiche in un rinnovato clima di strisciante guerra civile, da “ultima crociata” contro le “forze del male” in agguato.
In tutto ciò, non v’è chi non veda come la drammatica riscoperta di un incubo risalente da un fosco passato, propagata da un torbido condottiero, che ora capeggia, in un’ondata di pazzia collettiva, schiere idolatranti il drappo rosso, ha tutte le sembianze di una “prova d’orchestra” per l’avvio di una nuova stagione terroristica di brigate ultrasinistre, solo all’apparenza pacifiste, determinate a trasformare nuovamente questo Paese in un enorme mattatoio. Ed è dunque fondato il sospetto che, in particolar modo in questi momenti, tutto ciò rappresenti solo il pretesto per scatenare una rivolta estremistica che brucerebbe del tutto ogni possibilità di interlocuzione con le forze di governo e, da parte di queste, con gli ambienti studenteschi e movimenti vari, il che comprometterebbe seriamente le possibilità future di un ruolo protagonista sulla scena politica dell’opinione pubblica moderata.
Insomma, il fatto gravissimo è che in tal modo, nella visione di costoro della sinistra, la borghesia liberale o comunque quella sostenitrice delle attuali forze di governo, lega saldamente il suo nome alla causa conservatrice, inchiodando così la sua immagine a un movente talmente di retroguardia tale che il fautore di siffatto indirizzo politico diventa addirittura un epiteto infamante, sinonimo di reazionario e di anti-popolare, quando non – tout court – di fascista. Pertanto, in siffatte condizioni, nel nostro Paese, in cui si sente solo “aria di fogna” a onda di questo monstrum sinistroide – un cerbero assetato di “sangue” e di vendetta, che sta giocando rancorosamente la sua partita ponendo in atto un fosco disegno ad destruendum e in cui la destra non c’è né ci può essere in quanto impossibilita a vantare qualche diritto di cittadinanza – che, nella sua veste di “Capitale morale”, è tenacemente impegnato egemonicamente – come sempre – nella infiltrazione metastatica nel mondo della scuola, della magistratura, dell’informazione e dello spettacolo, nella sua ricerca spasmodica – peraltro ben riuscendovi – di maggiordomi, di imbonitori e servitori; ma è una polemica che non mi appassiona perché trovo squallido il mestiere dei cantori e degli intellettuali di regime, affetti da una presunta idea di superiorità intellettuale, per l’appunto l’idea del “filosofo re”. Tutto questo sta portando, attraverso una macabra “galleria degli orrori”, la già fragile democrazia italiana al suo capolinea tra invettive e lacerazioni profonde. E allora, in mancanza di reazione, sarà troppo tardi per spiegarci il senso di inutilità e di frustrazione di fronte alla tragedia di questa Italia!
Ma tralasciando siffatti aspetti, peraltro già ampiamente esplicitati anche in precedenti scritti ma sui quali si potrebbe comporre un corposo cahier de doléance, e tornando alla questione del diritto internazionale – quell’assieme di norme cogenti riconosciute dai vari Stati come vincolanti nelle loro relazioni reciproche, discendenti da accordi e da sane relazioni diplomatiche – che l’azione statunitense avrebbe violato, sfoderata in mala fede – ciò in mancanza di più congrue motivazioni – come vero e proprio “cavallo di battaglia” dalla sinistra nell’attuale contingenza, non v’è chi non veda, invece, come l’attività politica e diplomatica governativa in atto in questi drammatici momenti – storicamente e culturalmente sempre efficace e discreta e volta a tutelare interessi italiani anche nei passaggi più cruciali del suo percorso storico già a far tempo dall’epoca risorgimentale – si svolga con il massimo equilibrio proprio sulla scia dei miti fondanti della nostra politica estera, quelli che si formano all’incrocio fra i grandi miti della guerra risorgimentale e gli antichi riflessi della sua esperienza storica, snodandosi con coerenza e lungimiranza fino all’età della Repubblica.
A voler tracciare soltanto un brevissimo profilo, come dimenticare alcuni luminosi esempi, a partire dall’azione cavouriana susseguita al fallimento delle rivoluzioni democratiche in Italia e in Europa, che ha portato poi all’unità d’Italia, o l’azione diplomatica svolta dallo stesso Re Vittorio Emanuele III, d’intesa con il suo ministro degli Esteri il marchese Antonino di Sangiuliano, nella sua fervida diplomazia itinerante nelle varie capitali europee svolta prima dell’intervento nel primo conflitto mondiale, al fine di allentare i vincoli dell’Italia alla Triplice alleanza e dirigersi verso l’Intesa? E che dire di Tommaso Tittoni, per tre volte ministro degli Esteri, il quale presiedette la delegazione italiana al trattato di Versailles, prendendo parte come ambasciatore a Parigi ai lavori della Società delle Nazioni, o piuttosto di Carlo Sforza, che rifiutò il fascismo ed elaborò un programma che intendeva riservare all’Italia una vera leadership politica e morale? Ma si potrebbe continuare con altri luminosi esempi – il marchese Emilio Visconti Venosta al Congresso di Berlino nel 1878 – di altri protagonisti della politica estera italiana anche dopo la Seconda Guerra mondiale. Tenere l’Italia assolutamente fuori dalla guerra in atto e nel contempo svolgere una silente intensa attività diplomatica tesa al ristabilimento della pace nell’area mediorientale! E questo l’imperativo categorico che contraddistingue dunque l’attuale fattiva opera diplomatica del capo del Governo e del suo ministro degli Esteri, nella scia di un disegno coerente che storicamente è riscontrabile.
Di certo, non ci si può nascondere che, nonostante questa politica di prudenza, in tale frangente la minaccia più grave possa provenire proprio dal terrorismo internazionale, in particolar modo – così come del resto già avvenuto nel recente passato – da quello legato al fondamentalismo islamico, che ha ribaltato i modelli tradizionali della guerra, portando in primo piano il problema della sicurezza interna unitamente a quello della stabilità globale, atteso che, così come affermato in maniera convincente dal politologo Sunil Khilnani: “Il terrorismo è un tratto distintivo dell’agire politico moderno, teso a minacciare la capacità dello Stato di assicurare protezione ai suoi membri”. In siffatta situazione il prezzo dell’indifferenza sarebbe catastrofico, ma, sebbene dubbiosi sulla capacità della democrazia di bloccare il terrorismo, si è comunque consci – esprimo la certezza che il Governo sappia trarre ogni conseguenza e adottare le misure più idonee a sventare una pericolosa escalation terroristica nel nostro Paese – che gli attentatori possano provenire proprio dalla seconda generazione di immigrati, integrata sì ma capace di radicalizzare l’odio contro l’Occidente. Farebbero bene, dunque, le nostrane nefaste Cassandre della sinistra a risolvere, una volta per tutte, il problema micidiale della doppiezza, solo per odio, per giustificare tutto e il contrario di tutto.
Aggiornato il 13 marzo 2026 alle ore 09:17
