Infantino e la reazione totalitaria

Vedo nero, ma non è pessimismo; è un pensiero che mi attraversa la mente senza lasciarsi codificare. Ho bisogno di leggere. Prendo l’ultimo (in ordine di tempo) libro che ho messo sulla scrivania, e mi ci immergo; si tratta del saggio postumo di Lorenzo Infantino, La reazione totalitaria, e già nel titolo sento qualcosa di drammaticamente attuale, qualcosa che mi turba come un’ombra di cui non riesco a definire le fattezze.

Cerco le domande giuste, e trovo il filo conduttore di mille risposte in una sola frase: “Dietro ogni idea di società c’è sempre una teoria della conoscenza”. Poche parole che riassumono il senso stesso dell’ultimo lavoro di Infantino, chiarendo con una semplicità disarmante il principio spartiacque di qualsiasi società: non esiste una civiltà che non sia fondata su un’idea di sé (inteso come essere umano), e non esiste ˗ di conseguenza ˗ un consesso sociale in cui non si affermi e non si imponga un pensiero dominante. Ma cosa comporta, esattamente, tale presupposto?

Nella costituzione del mondo occidentale questo principio ha prodotto due diverse visioni, dalle quali sono scaturiti gli archetipi politici cui, in qualche misura, le differenti esperienze di convivenza umana e organizzazione sociale susseguitesi nei secoli e nei millenni di storia dell’Occidente si sono più o meno ispirate, e che sono infine riconducibili a due modelli coevi e opposti: Atene e Sparta. Scrive Infantino che Platone è stato il primo a pensare di sostituire l’ordine determinato dalla volontà divina con quello voluto dagli uomini, ma la caduta della credenza religiosa come collante sociale ha aperto la strada a due sole alternative: accettare la condizione umana di ignoranza e fallibilità, o pretendere di sostituire l’onniscienza divina con quella umana.

Non ci sono terze vie; la differenza sostanziale risiede nella convinzione che ci sia o meno un bene comune inteso come meta verso cui le azioni di tutti debbano essere dirette, attraverso l’intervento di una mente ordinatrice, umana o divina che sia.

Scorrendo il libro si evince facilmente che il concetto di bene assoluto annovera tra i suoi fautori menti eccelse: da Platone a Cartesio, passando per Thomas Hobbes e Francis Bacon, l’idea che un determinato gruppo sociale ˗ i filosofi, i sovrani, la pubblica autorità ˗ possa detenere una conoscenza e una verità superiori, e per tale ragione sia legittimato a gestire il potere, costituisce il nerbo di una visione che riconduce al modello spartano.

A questo si oppongono i fautori della società aperta come Bernard de Mendeville, David Hume o Edmund Burke, secondo i quali l’assetto istituzionale non può essere imposto o guidato da alcuna mente ordinatrice, perché la condizione umana non contempla la possibilità di un punto di vista privilegiato sul mondo, e di conseguenza l’unica tutela possibile alla libertà di scelta e all’uguaglianza tra gli uomini all’interno di un consesso sociale è il governo della legge. È lo stretto rapporto tra il diritto e la concezione fallibilista della conoscenza a garantire un rapporto produttivo tra libertà individuale e convivenza sociale. 

Il libro, tuttavia, non è incentrato sul modo in cui tali visioni siano state declinate nei secoli; il punto che Infantino porta inesorabilmente in luce è che, al netto delle differenze abissali che ci possono essere tra Platone e Marx, la storia del pensiero filosofico e politico occidentale non ha fatto che barcamenarsi tra questi due archetipi, Atene e Sparta. Non a caso Alexis de Tocqueville, nella sua analisi della Rivoluzione francese, ha ribadito il concetto di fondo, affermando che da tale evento sono sgorgati due fiumi: da un lato coloro che hanno rinunciato al punto di vista privilegiato sul mondo, rendendo possibile l’affermazione delle istituzioni libere, e dall’altro quelli che hanno accordato fiducia illimitata all’essere umano, spingendo verso la centralizzazione di ogni decisione.

Lo scontro, dunque, è tra due titani: una visione universalista, determinista, teleologica e definitiva della conoscenza, il cui fine ultimo è la corretta realizzazione di sé e la creazione di una società ideale, privata del male attraverso l’azione degli eletti ˗ depositari unici della verità ultima ˗ e una visione individualista, fallibilista, limitata e mai definitiva della conoscenza, il cui obiettivo è la valorizzazione sociale dell’azione dei singoli e la ricerca, attraverso il processo sociale della cooperazione, di una verità storica, non escatologica, in grado di proteggere la libertà di scelta e l’eterogenesi dei fini attraverso il governo della legge. Per secoli questi due giganti si sono sfidati, alternati, confusi, ma nel corso del Settecento hanno preso vita e si sono sostanziati in forme mentali e politiche che hanno segnato in modo indelebile la storia del secolo breve, il Novecento.

È Rousseau (grande estimatore di Sparta) il primo a porre la visione universalista sulla strada del radicalismo filosofico, ponendosi l’obiettivo di espungere il male dalla vita degli esseri umani e creando, a tale scopo, un nuovo soggetto della responsabilità del male stesso: la società, che con le sue sovrastrutture ha infettato lo spirito primordiale e innocente dell’uomo. È il primo, anche, a indicare nella distruzione delle istituzioni vigenti ˗ percepite come vecchi residui ˗ una necessità storica, e a porsi, insieme ad altri illuministi radicali come Diderot, d’Holbach o Babeuf, in modo ostile verso il recente assetto istituzionale inglese, la monarchia costituzionale figlia della Glorious Revolution, prima vera declinazione politica di governo parlamentare.

Nasce così, con gli illuministi radicali, la cultura rivoluzionaria, di cui Edmund Burke ha capito forse per primo gli esiti liberticidi, mentre Tocqueville è stato senza dubbio il primo a individuare e definire i caratteri generali del totalitarismo, rilevando che la cultura rivoluzionaria tende ad assumere un aspetto religioso, attribuendosi una conoscenza capace di realizzare in terra il regno dei cieli. Ne consegue, inevitabilmente, l’esigenza di spazzare via l’esistente, la negazione di ciò che è stato, la necessità di un nuovo inizio, di una trasformazione totale, di una attesa messianica del futuro che indiscutibilmente si concretizzerà.

È il sigillo alla visione universalista e teleologica del bene assoluto che immancabilmente sarà realizzato dai depositari della verità ultima; è la vittoria, in senso moderno, del fine che giustifica i mezzi, della estensione e giustificazione di un potere illimitato.

Il resto è storia. Da Jeremy Bentham, che riteneva possibile riplasmare l’essere umano attraverso l’istruzione, a Saint-Simon, convinto che per edificare l’età dell’oro gli illuminati, conoscitori della legge del progresso, dovessero svolgere un lavoro pedagogico che insegnasse alla massa a comportarsi, fino ad Auguste Comte, secondo il quale per raggiungere l’onniscienza generalizzata ci voleva un potere che cancellasse ogni differenza e volontà individuale, la cultura rivoluzionaria e l’idea della verità inconcussa ha percorso il XIX secolo abbracciando infine i suoi più grandi epigoni: Hegel e Marx. Con loro si è affermato il profetismo sociale, secondo una definizione di Arthur Schopenauer, il cui unico obiettivo, sempre secondo il filosofo tedesco, era la cancellazione della libertà individuale. La Storia gli ha dato ragione.

Marx, con il materialismo storico, ha codificato in termini economici il radicalismo filosofico, arricchendo la condanna morale dei rapporti di mercato di una presunta investitura scientifica, e collocando la sua teoria della crisi (del sistema capitalista) in una dimensione metafisica. Se alla prova dei fatti questa si è dimostrata del tutto inadeguata a spiegare la reale dinamica sociale, il mito è sopravvissuto, si è nutrito di attese e di promesse, e si è infine storicamente realizzato sul presupposto originario della cancellazione della libertà di scelta. Questo, scrive Infantino, è il totalitarismo: una reazione contro il tipo di convivenza sociale basato sulla libertà individuale, e sottolinea la convergenza tra la sociologia positivistica francese e l’idealismo tedesco ˗ data dall’ostilità nei confronti dell’ordine inintenzionale delle azioni umane ˗ per evidenziare come il totalitarismo non sia il carattere peculiare di un determinato regime politico, quanto il fondamento ideologico di qualunque sistema liberticida.

Se questo è vero non c’è alcuna differenza tra fascismo, nazismo o comunismo; lo Stato moderno, ha scritto Georg Jellinek, si attribuisce come e più dell’antico il diritto e il potere di dominare tutte le dimensioni della vita collettiva, ed è questo il punto.

Tutte le dittature del Novecento, a prescindere dalle relative differenze, hanno fondato la presunta legittimità del loro potere su una teoria della conoscenza esaustiva, “scientifica”, in grado di spiegare, incasellare e determinare le azioni umane, il cui fine doveva essere la rifondazione della società, l’uomo nuovo, o la riaffermazione di una grande e antica civiltà, epurata degli ostacoli alla sua realizzazione. Che questi fossero interi popoli, etnie o classi sociali fa poca differenza; le ideologie totalitarie si fondano su una visione collettivistica della vita e sulla identificazione degli impedimenti (nemici) da rimuovere, e il nemico, alla fine, è solo uno: la democrazia liberale, fondata sulla consapevolezza della parzialità e fallibilità del processo sociale determinato dalle azioni libere dei singoli individui. Non si esce da questa dicotomia. 

In conclusione, il positivismo francese, l’idealismo tedesco e il materialismo storico hanno in comune l’ostilità per la libertà individuale di scelta, e l’individuazione di una forza teleologica che agisce in modo determinista nella Storia attraverso l’azione dei gruppi sociali che la rappresentano, ma ciò che colpisce è che le declinazioni storiche del totalitarismo novecentesco sono diverse, mentre il loro nemico è sempre lo stesso, e questo è vero ancora oggi. Ecco che cos’è quella inquietudine che mi perseguita: è la reazione totalitaria, la consapevolezza che nel terzo millennio, a distanza di trentasei anni dalla caduta del Muro di Berlino, non solo l’Occidente non ha maturato una coscienza definitiva della differenza tra il sistema filosofico, politico ed economico delle sue istituzioni (con tutti i limiti e gli errori che ne rispecchiano, inevitabilmente, quelli della conoscenza umana), e le varie forme di dittatura, oligarchia, teocrazia o autoritarismo che imperversano su due terzi del pianeta, ma è più che mai minato da un fanatismo antioccidentale che ha inquinato la percezione stessa dei valori delle democrazie liberali.

Lorenzo Infantino ci ha lasciato in eredità un monito, un avvertimento: il totalitarismo è tutt’altro che sconfitto; esso ha reagito, si è organizzato, alleato, infiltrato nel tessuto stesso della nostra civiltà. La nostra visione del mondo non è scontata; non lo è la sua sopravvivenza così come il suo futuro. Sta a noi scegliere da che parte stare. Oggi più che mai.

(*) La reazione totalitaria di Lorenzo Infantino, a cura di Simona Fallocco e Nicola Iannello, Rubbettino editore, euro 17.

Aggiornato il 10 marzo 2026 alle ore 12:37