Cent’anni di Rothbard

Tra rigore teorico e battaglia contro il potere

Nel celebrare il centenario della nascita di Murray N. Rothbard, il convegno “100 di questi Murray”, promosso da Mario Fagioli per FenImprese Pescara e il Centro Studi Synapses, in collaborazione con Students for Liberty e Il Tempo, ha restituito il profilo di uno studioso che continua a dividere, attrarre e inquietare. D’altronde, è questo il destino dei pensatori che non si lasciano assorbire nei canoni del mainstream, ma obbligano chi li legge e ascolta a riflettere in maniera critica. Roberta Adelaide Modugno lo ha sintetizzato con una formula efficace, come è solita ripetere agli studenti del suo corso di Storia del pensiero politico: “Rothbard o lo si ama, o lo si detesta”. Con lui, la tiepidezza intellettuale dura poco.

Ad aprire l’evento è stato lo stesso Mario Fagioli, che ha ricordato la capacità rothbardiana di rimettere continuamente a fuoco il proprio pensiero, di correggerlo e affinarlo senza mai perderne l’asse portante. Una duttilità che non aveva nulla del trasformismo e molto, invece, del rigore di chi prende sul serio le idee, lasciandole maturare fino alle estreme conseguenze. A questo primo omaggio si è aggiunto il saluto, venato di sincera commozione, di David Gordon, che fu amico di Rothbard per diciassette anni. Il suo ricordo ha avuto la nettezza delle testimonianze più genuine. Gordon ha evocato un eclettismo impareggiabile, una mente capace di spaziare dall’architettura barocca tedesca alle elezioni del Congresso americano con una spontaneità disarmante. Più ancora della vastità delle sue conoscenze, a sorprendere è la lungimiranza del suo sguardo. Rothbard sapeva afferrare il nucleo di ogni argomento con una precisione adamantina. Quando Gordon ha concluso dicendo: “Vorrei che oggi Murray fosse qui”, la sala è stata pervasa da una nostalgia che, per molti amanti della libertà, non ha mai smesso di farsi sentire.

L’intervento di Roberta Adelaide Modugno ha avuto il merito di collocare Rothbard nel punto esatto in cui si incontrano la genealogia intellettuale e la radicalizzazione teorica. L’approdo al seminario di Ludwig von Mises alla New York University, quando era ancora giovanissimo, fu certamente decisivo, ma non nel senso un po’ scolastico di una conversione improvvisa. Rothbard, infatti, era già un convinto individualista e riconosceva nella libertà il criterio su cui si impernia l’ordine sociale. L’incontro con Mises gli offrì piuttosto una struttura concettuale solida e una strumentazione teorica entro cui elaborò con maggiore profondità le intuizioni che gli appartenevano da tempo. Questo fu il momento in cui la sua inclinazione temperamentale e filosofica divenne un’architettura sistematica.

Secondo Modugno, la fecondità dell’opera rothbardiana consiste nell’aver saputo congiungere due tradizioni distinte ma affini. Da un lato, il liberalismo classico della Scuola austriaca, con il suo impianto concettuale e la sua attenzione all’azione umana, alla moneta, alla teoria del ciclo economico e ai limiti della pianificazione. Dall’altro, il liberalismo classico americano di matrice lockiana e jeffersoniana, contraddistinto dalla diffidenza verso il potere centrale, dalla centralità morale dell’individuo, inteso come proprietario di sé. Rothbard salda queste due eredità e ne trae una conclusione ulteriore. Laddove il liberalismo classico si arrestava spesso a uno Stato minimo, egli scorgeva una contraddizione destinata a ripetersi. Se la libertà è il principio regolatore della vita associata, allora anche il monopolio politico della coercizione deve essere sottoposto a uno scrutinio radicale. Da qui prende forma l’idea di una società priva di coercizione istituzionalizzata, nella quale la libertà non sia una concessione del potere, ma la condizione originaria dei rapporti umani.

In questa prospettiva acquista rilievo anche il grande tema dell’innesto del diritto naturale dentro la tradizione austriaca. La prasseologia misesiana resta avalutativa: spiega, illumina, chiarisce i processi dell’azione, ma non pretende di fondare un’etica. Rothbard avvertì con forza questa lacuna e cercò un fondamento etico-razionale della libertà; un criterio che consentisse di affermare che la libera produzione e il libero scambio non sono soltanto efficienti, ma conformi alla natura dell’uomo. Da qui la sua insistenza sulla natura umana. L’uomo vive e prospera quando può produrre liberamente, scambiare senza costrizione, disporre di sé e del proprio lavoro. La libertà diventa così, insieme, un dato economico, una norma morale e un principio giuridico.

Modugno ha poi ricostruito alcuni snodi centrali dell’opera rothbardiana. Man, Economy, and State rappresenta il grande sforzo di sistemazione teorica, il tentativo di sviluppare in maniera ampia e coerente l’impianto misesiano. America’s Great Depression ribalta una narrazione consolidata, mostrando come la crisi sia stata aggravata dalla manipolazione monetaria e da un interventismo politico che trasformò una recessione in una tragedia ben più profonda e duratura. Di particolare interesse è l’insistenza sulla continuità tra Hoover e Roosevelt. Lungi dall’incarnare modelli opposti, entrambi si collocano lungo la medesima traiettoria di espansione del potere pubblico. Anche qui si coglie una delle intuizioni più vive di Rothbard. Il potere ama presentarsi come rimedio ai danni che ha contribuito esso stesso a produrre.

Con Power and Market e, più tardi, con For a New Liberty: The Libertarian Manifesto, questa critica si allarga fino a investire l’intera struttura dello Stato. Rothbard distingue due modi di procurarsi ricchezza. Il mezzo economico, fondato sulla libera produzione e sullo scambio consensuale, e il mezzo politico, basato invece sull’espropriazione della proprietà altrui. Lo Stato vive precisamente del secondo. Si mantiene tramite la tassazione, vale a dire attraverso un prelievo coercitivo che, se fosse esercitato da un privato, verrebbe immediatamente qualificato come un furto. È da qui che scaturisce la doppia morale che attraversa la modernità politica. Gli atti che sarebbero reputati “criminali” se compiuti dal singolo diventano legittimi, persino rispettabili, quando a compierli è l’apparato pubblico. La conseguenza più grave non è soltanto istituzionale, bensì morale. La coscienza civile finisce così per assuefarsi alla coercizione elevata a privilegio permanente.

Molto acuta è stata anche la parte finale dell’intervento di Modugno, dedicata al rapporto tormentato fra Rothbard e la destra americana. Iniziò come un giovane sostenitore della Old Right isolazionista, ma si allontanò dai cold warriors che, in nome della lotta al comunismo, accettavano l’incremento della pressione fiscale, la militarizzazione e la corsa agli armamenti. La rottura con l’ambiente di William F. Buckley segnò un passaggio emblematico. Più tardi, nel mutato scenario successivo al crollo del Muro di Berlino e alla fine dell’Unione Sovietica, Rothbard tentò nuovi riavvicinamenti, fino alla stagione paleolibertaria sviluppata insieme a Lew Rockwell. Anche in questo caso, non si trattò di oscillazioni capricciose, ma del tentativo di tenere insieme l’antistatalismo radicale, la tradizione culturale del cristianesimo e il rifiuto di una piattaforma libertaria che si riducesse al permissivismo dei costumi. L’itinerario politico rothbardiano, per quanto variegato, conserva una notevole coerenza di fondo.

Nicola Iannello ha scelto di mettere a tema il Rothbard economista, mostrando al tempo stesso come la sua riflessione economica tenda naturalmente a sfociare in una teoria del potere. Formatosi anche in ambito matematico, Rothbard divenne presto un pensatore eminentemente politico, interessato alle relazioni umane, alla natura dell’autorità, alle forme della cooperazione sociale. Da qui prende corpo la sua proposta più audace e più discussa, quella di sostituire i servizi tradizionalmente attribuiti allo Stato con istituzioni generate dal mercato. Difesa, ordine pubblico, infrastrutture e sicurezza potrebbero essere affidati a compagnie di protezione e ad agenzie assicurative private, incentivate a ridurre la conflittualità invece che a perpetuarla. Il punto, nell’interpretazione offerta da Iannello, è che Rothbard non pensa il mercato come un’arena di interessi sregolati, quanto piuttosto come una rete di cooperazioni volontarie capace di coordinare le aspettative e le responsabilità individuali senza bisogno di un monopolista politico della forza.

Se Modugno e Iannello hanno insistito soprattutto sulla costruzione teorica di Rothbard, Carlo Lottieri ne ha mostrato la profondità genealogica. Il suo intervento ha avuto un taglio insieme storico e polemico. Storico, perché ha ricostruito quel lungo fil rouge che va dai diritti soggettivi scaturiti dalla teologia al giusnaturalismo lockiano, da Lysander Spooner a Gustave de Molinari, dalla Seconda scolastica spagnola a Frédéric Bastiat, fino all’incontro con Carl Menger e con la lezione hayekiana sulla dispersione delle informazioni nello spazio e nel tempo. Polemico, perché ha denunciato il settarismo e il nozionismo esasperato che troppo spesso sviliscono la lettura dei grandi autori, trasformandoli in reliquie scolastiche e sottraendoli alla fecondità del confronto.

Lottieri ha toccato un tema cruciale: l’opposizione rothbardiana al positivismo giuridico. L’idea che la bontà e la tenuta delle leggi debbano essere valutate alla luce di parametri anteriori e superiori al comando del sovrano appare oggi, a molta cultura giuridica dominante, quasi un oltraggio. Eppure, qui si gioca la possibilità di distinguere tra la legalità e la giustizia. Le tragedie del Novecento hanno dimostrato quanto sia fragile un ordine che rinuncia a giudicare le leggi in nome di qualcosa di più alto della loro mera validità procedurale. Da qui la centralità del diritto naturale, dell’autoproprietà, della possibilità per l’individuo di appropriarsi legittimamente di porzioni del mondo esterno attraverso il frutto del proprio lavoro. La società libertaria si fonda sull’associazione volontaria. Ogni rapporto che si sottragga a questa logica reca già in sé un principio di sopraffazione.

Su tale base Lottieri ha sviluppato una riflessione più ampia sul significato politico dell’eredità rothbardiana. Sottrarre la previdenza, la scuola, la sanità, la magistratura e gli altri ambiti al controllo del ceto politico significa immaginare una diversa localizzazione del potere, una trama di comunità associate e di processi di decentramento capaci di spezzare la verticalità dello Stato moderno. La vera utopia diventa dunque il minarchismo, perché presuppone che un monopolista della violenza possa restare stabilmente contenuto entro i confini che la sua stessa natura tende a oltrepassare. Molto più realistico, nel lungo periodo, è l’abolizionismo libertario che smaschera il carattere servile dell’obbedienza politica e rilancia, con Étienne de La Boétie, l’idea semplice e sconvolgente secondo cui occorra “smettere di servire” affinché il dominio perda il suo incantesimo.

Marco Bassani ha portato la riflessione su ciò che in Rothbard resta vivo, anzi vivissimo, con un intervento estroso e pirotecnico. Il cuore ancora pulsante della sua eredità è l’antistatalismo. Nessuno, ha suggerito Bassani, può dirsi antistatalista come Rothbard, perché in lui la critica del potere raggiunge una purezza quasi insostenibile per la sensibilità contemporanea. Il fondamento di questa radicalità risiede nel diritto naturale, il solo capace di offrire una panoramica esterna al potere. Senza un criterio esogeno, il potere finisce sempre per autoassolversi; con quel criterio, invece, diventa possibile giudicarlo.

Bassani ha ricondotto il cuore del libertarismo alla self-ownership lockiana, alla sovranità dell’individuo sul proprio corpo, alla delimitazione rigorosa della violenza. Da ciò discende anche il principio di non aggressione, che Rothbard contribuisce a sistematizzare dentro una teoria coerente della convivenza umana. Questo approccio, anziché implicare un pacifismo remissivo, sottolinea che la forza può trovare legittimazione solo come risposta all’aggressione, mai come uno strumento ordinario di governo. La tassazione, la coscrizione obbligatoria, la guerra, l’espropriazione diventano delle manifestazioni diverse di una medesima logica coercitiva. Lungo questa linea, Bassani ha ricordato anche la dimensione distruttiva del monopolio statale della forza, evocando i democidi del Novecento e la sproporzione impressionante tra la violenza privata e quella organizzata dagli Stati.

Molto suggestiva è stata la ricostruzione del retroterra storico e concettuale di Rothbard. Dal proto-federalismo delle autonomie di Althusius, dalla critica della statualità moderna alle esperienze storiche del policentrismo politico, Bassani ha mostrato come il libertarismo rothbardiano si nutra di una lunga memoria, europea e atlantica al tempo stesso. In Rothbard convivono un criterio epistemologico, che difende l’economia decentralizzata come ordine della conoscenza e dell’azione, un criterio storiografico, che respinge la favola di un progresso lineare, e un criterio valutativo, che misura i protagonisti della storia alla luce di una teoria causale ancorata alla realtà. È forse questa la sua lezione più esigente, perché costringe a guardare la modernità senza riverenza, a considerare lo Stato non come l’approdo inevitabile della civiltà, ma come un dispositivo storico contingente, possente e, tuttavia, contestabile.

Aggiornato il 09 marzo 2026 alle ore 12:49