Mani grandi, callose, che gesticolano davanti alle telecamere di Rete 4. Antonio Di Pietro non è cambiato: la voce è rimasta quella del contadino del Molise prestato alla procura di Milano, ma il contenuto di ciò che dice oggi, a distanza di oltre trent’anni, ha il sapore amaro di una verità che è stata tenuta sotto il tappeto per troppo tempo. Il “Tonino nazionale” ha riacceso la miccia su quello che potremmo definire il “peccato originale” della seconda Repubblica: il legame ombelicale tra la corruzione dei palazzi romani e il cemento mafioso siciliano.
DUE INCHIESTE, UN UNICO DESTINO
Di Pietro ha messo insieme i pezzi di un puzzle che molti, all’epoca, preferirono vedere come quadri separati. Da una parte il pool di Milano, che scoperchiava il sistema delle tangenti; dall’altra il Ros dei Carabinieri in Sicilia, che con il dossier “Mafia-Appalti” stava seguendo il flusso del denaro che dalle grandi imprese nazionali finiva nelle tasche di Cosa Nostra. Secondo Di Pietro, non furono due storie diverse. Fu un’unica, gigantesca operazione di pulizia che venne fermata esattamente nello stesso modo: isolando e delegittimando i protagonisti. “A Paolo Borsellino, ai funerali di Falcone, dissi: Dobbiamo fare presto. Lui mi guardò e capì che il tempo non era un nostro alleato, ma il nemico giurato di chi cerca la verità” ricorda l’ex Pm di Mani pulite.
IL “DOSSIER MALEDETTO” E IL LAVORO DELLA PROCURA DI CALTANISSETTA
Il magistrato ha ricordato con fermezza come il dossier Mafia-Appalti fosse la “pista delle piste”. Quella che Giovanni Falcone aveva intuito e che Paolo Borsellino voleva approfondire nei suoi ultimi 57 giorni di vita. Oggi, la Procura di Caltanissetta sta lavorando alacremente proprio su questo: l’ipotesi che la strage di Via D’Amelio sia stata accelerata non solo per la trattativa Stato-Mafia, ma per l'interesse convergente di politici, imprenditori e boss di seppellire quel dossier. Di Pietro lo dice chiaramente: fermare i magistrati a Milano e fermare i carabinieri del Ros in Sicilia serviva a salvare lo stesso sistema di potere.
PERCHÉ PARLARNE OGGI?
Trentaquattro anni dopo, il linguaggio di Di Pietro non è quello del reduce, ma del testimone che vede le fila della storia riannodarsi. Mani Pulite è stata dipinta per decenni come un colpo di stato giudiziario. Mafia-appalti è stata archiviata troppo in fretta subito dopo le stragi del ‘92. Mettere insieme questi due elementi significa ammettere che la corruzione non era un “vizio” della politica, ma l’infrastruttura su cui poggiava il patto tra criminalità organizzata e pezzi dello Stato.
UNA RIFLESSIONE FUORI DAL CORO
Mentre il dibattito pubblico si arena spesso su tecnicismi giuridici, Di Pietro ci ricorda che la storia d’Italia è scritta col sangue di chi ha cercato di seguire i soldi. Il suo “fare presto” gridato a Borsellino risuona oggi come un monito: la verità non ha scadenza, ma il potere sa come renderla irrilevante se non viene difesa con la memoria collettiva.
Aggiornato il 26 febbraio 2026 alle ore 10:45
