Per mesi, il giornalista de Il Fatto Quotidiano, Andrea Scanzi, ha trasformato Vittorio Sgarbi nel bersaglio preferito delle sue invettive. Non una critica isolata, non un’analisi severa ma circostanziata: un vero e proprio tiro al bersaglio reiterato, martellante, spesso condito da quell’aria di superiorità morale che, nel giornalismo militante, tende sovente a diventare cifra stilistica. Ora però, dopo che la giustizia ha finalmente fatto il suo corso e i fatti si sono incaricati di smentire, ridimensionare o comunque rendere assai meno lineare quella narrazione a senso unico, il punto non è più insistere nelle stesse accuse con la medesima ostinazione ideologica. Il punto è verificare se chi ha scelto di alzare i toni per mesi sia, allo stesso modo, disposto ad alzare anche il livello della propria responsabilità. Perché quando si sceglie la linea del “massacro” mediatico, quando si alza il tono, si personalizza lo scontro e si trasforma l’avversario in un bersaglio, bisogna poi avere la stessa forza di fare un passo indietro. Altrimenti non è giornalismo d’inchiesta: è tifo. Non è rigore: è livore.
Scanzi ha costruito negli anni un’immagine di commentatore inflessibile, pronto a smascherare ipocrisie e incoerenze altrui. Benissimo. Ma la coerenza, per essere tale, deve valere anche per sé stessi. Se si pretende dagli altri trasparenza, ammissione di errori e rettifiche pubbliche, non si può diventare improvvisamente allergici alla parola più semplice e, al contempo, più difficile del vocabolario civile: “scusa”. Non si tratta di assolvere Sgarbi da tutto e a prescindere. Si tratta di misurare il peso delle parole. Quando per mesi si attacca una persona con toni che vanno oltre la critica politica o culturale, si crea un clima. E il clima pesa: pesa sulla reputazione, sulla percezione pubblica, sulla dignità personale. Un grande giornalista si riconosce non solo dalla durezza delle sue accuse, ma dalla capacità di ricalibrare il tiro quando i fatti lo impongono. Continuare a fare finta di nulla o, peggio, spostare l’attenzione altrove non è segno di forza: è un’ammissione implicita di debolezza. La decenza, prima ancora dell’eleganza, imporrebbe almeno una riflessione pubblica: un riconoscimento degli eccessi, un’assunzione di responsabilità. Perché la credibilità non si difende con l’arroganza, ma con l’onestà intellettuale. E chi, per mesi, dall’alto di un pulpito, ha dispensato lezioni di moralità e correttezza al prossimo, oggi dovrebbe almeno dimostrare di averle imparate.
Aggiornato il 24 febbraio 2026 alle ore 10:33
