Nel mese di marzo il Paese è chiamato a esprimersi sul referendum “giustizia” che propone un diverso assetto organizzativo e una diversa modalità di selezione degli organi che governano la “giustizia”. È aperto lo scontro tra coloro che sono favorevoli e coloro che sono contrari. Il dibattito è acceso sui temi in ordine di confronto e quasi sempre emerge il tema che il problema alla base del diverso modello organizzativo sia solo un problema tecnico e che i malanni del sistema giudiziario siano risolvibili con un ripensamento del modello organizzativo e delle modalità di selezione delle persone chiamate alla gestione del complesso organizzativo giudiziario. Mentre poco ci si sofferma sul vero problema di fondo che sta portando la classe dirigente del Paese e dell’Occidente in generale ad una forma di collasso sociale legato a una caduta della tensione morale che nel Dopoguerra aveva risollevato il Paese portandolo ad essere uno dei Paesi più evoluti sia socialmente che economicamente. Il vero problema che travolge il Paese e l’Occidente è la mancanza di una visione morale di un modello socioculturale che innalza il bene personale ad essere realizzato a scapito del bene comune con la corsa a comportamenti illeciti che diventano norma e cancellano il settimo comandamento “non rubare”.
La rivoluzione finanziaria che ha sdoganato un’immoralità diffusa ha cancellato l’economia come scienza sociale facendola diventare contro la sua natura una scienza esatta e arrivando a dominare con una sorta di Senato virtuale sopra i Paesi e le istituzioni. Le conseguenze di questo modello socioculturale si vedono nei fatti con una crescita della disuguaglianza, della disoccupazione, della povertà, della stagnazione economica, del degrado sociale e del sorgere sistematico di conflitti sociali che erodono la tenuta della società. I problemi non sono mai problemi tecnici né economici ma sono sempre e solo problemi di uomini che possono guidare una nuova crescita o avvallare il caos e il collasso. Il tema della giustizia è un tema centrale di tutte le democrazie che si dichiarano tali anche se talora non lo sono ed è evidente che il suo funzionamento dipenda da regole e assetti organizzativi ma in modo particolare dalla qualità morale e dalla onestà intellettuale delle persone che ai vari livelli sono chiamate e fare giustizia e cambiare le tecniche aggregative senza cambiare il livello della qualità morale ed etica. Il funzionamento della giustizia in Italia si fonda su un sistema che genera a fronte di ogni problema una nuova norma, un inasprimento della stessa o un nuovo organo di controllo con la conseguenza di una burocratizzazione estrema del compendio giudiziario trasformandolo in una sorta di caos giuridico che scontenta tutti, ma questo è un problema di normazione non un problema organizzativo e cancellare dieci norme ogni volta che se ne fa una potrebbe essere una via da seguire. Ma il reale problema che non affrontiamo è la ricerca di avviare una rinascita della morale così la riforma della giustizia diventa una questione morale così come lo è per tutto l’Occidente di fronte al più grave degrado della sua storia e delle sue istituzioni a partire dall’Unione europea alla disperata ricerca di un’identità indefinibile per la mancanza ancora una volta di uomini. Il termine morale deriva dal latino moralis, e di mos moris “costume”, coniato da Cicerone per calco del greco ethos, etico, etica e riguarda i costumi, cioè il vivere pratico, in quanto comporta una scelta consapevole tra azioni ugualmente possibili, ma alle quali compete o si attribuisce valore diverso o opposto (bene e male, giusto e ingiusto).
Questo comporta la capacità di scegliere e operare, assumendosene in coscienza la responsabilità, in accordo con principi ritenuti di valore universale o contro di essi mentre oggi siamo in un sistema dove spesso le azioni e le decisioni sono scollegate dalle relative responsabilità che spesso sono ingiudicate. La morale guida la polis verso la felicità tramite la politica (polis-ethos) ma oggi il senso morale cioè la guida nelle azioni sociali verso la collaborazione si traducono in un sistematico conflitto che sconfina nella giustizia che a sua volta azzoppata da un diritto ipertrofico e da troppi interessi colpevolmente seguiti porta a giudizi di ingiustizia ma il problema di fondo rimane la morale o la sua scomparsa non le tecniche organizzative. Ne nasce dunque una “questione morale” che è un’espressione della lingua italiana appartenente al lessico politico e filosofico. Con essa, originariamente, si indicava la necessità di non utilizzare il potere pubblico per celare delitti; dagli anni Settanta in poi, fu invocata per sollecitare l’impegno, da parte dei partiti politici, al rispetto dei principi di onestà e correttezza nella gestione del denaro pubblico denunciando i pericoli della cleptocrazia e dell’appartenenza a scapito del merito. La questione morale parte da lontano il primo fu Felice Cavallotti che coniò il sintagma nel suo pamphlet Per la storia: la questione morale di Francesco Crispi nel 1894-1895 “per denunciare il malgoverno dell’epoca crispina”.
Il termine fu poi ripreso in occasione del delitto Matteotti nel 1925 e poi negli anni cinquanta da Pietro Ingrao rispetto al caso Montesi; negli anni settanta fu ripreso da Enrico Berlinguer che ne fece una sfida politica per venire ai tempi più recenti lo scontro fra giustizia e politica fu rovente negli anni di Tangentopoli in cui le accuse di reciproci interessi causarono il dramma dei Governi politici del tempo e lo scontro tra politica e giustizia. Quella di Tangentopoli fu di fatto la base dello scontro tra interessi politici ed economici e il ruolo non sempre imparziale della giustizia che ha alimentato il confronto sul funzionamento della stessa giustizia. Tangentopoli avrebbe dovuto porre di fatto una “questione morale” che non è mai stata affrontata sul piano della disciplina intellettuale e della moralità sociale e ora la si vorrebbe affrontare con meccanismi organizzativi confondendo come spesso accade i fini. Il modello socioculturale che ha sostenuto questi ultimi quarant’anni è fallito causando un degrado culturale e del pensiero, un caos sociale, economico e finanziario e privando le coscienze, in senso collettivo, dell’attenzione al bene comune e non a quelli particolare con una immoralità diffusa alimentando il mostro del Bellum omnium contra omnes.
Ora possiamo porre attenzione alle forme organizzative del funzionamento della giustizia solo con la consapevolezza che quello non è il problema e qualunque organizzazione si trovi non potrà mai risolvere il problema di un’equità sociale se mancano gli uomini e un loro orientamento a un comportamento morale rispettoso degli altri e a un bene comune non solo dichiarato ma anche realizzato altrimenti saremo sempre da capo. Rimane un forte ostacolo a una dimensione di critica indipendente e intellettualmente onesta ed è la paura di pensare specie con la propria testa come scriveva Bertrand Russell: “Gli uomini temono il pensiero più di qualsiasi cosa al mondo, più della rovina, più della morte stessa. Il pensiero è rivoluzionario e terribile. Il pensiero non guarda ai privilegi, alle istituzioni stabilite e alle abitudini confortevoli. Il pensiero è senza legge, indipendente dall’autorità, noncurante dell’approvata saggezza dell’età. Il pensiero può guardare nel fondo dell’abisso e non avere timore. Ma se il pensiero diventa proprietà di molti e non privilegio di pochi, dobbiamo finirla con la paura”.
Aggiornato il 24 febbraio 2026 alle ore 11:50
