“Gruppi e gruppetti in magistratura”, l’allarme di Nenni nel 1964

Il referendum del 22 e 23 marzo prossimi rappresenta una stazione di svolta, per tentare di ripristinare un equilibrio costituzionale fortemente compromesso da parecchi decenni di tensione nei rapporti fra la sfera della decisione politica e l’area della giurisdizione. Il punto culminante di tale alterazione venne raggiunto negli anni del “biennio rosso”, quando una grande slavina giudiziaria cancellò le famiglie politiche (tranne quella post-comunista) che avevano scritto la Carta costituzionale della Repubblica. Si trattò di un “combinato disposto” tra una crisi di sistema (all’indomani della caduta del Muro di Berlino) e un’azione delle procure condotta a colpi di piccone.

Le dinamiche affermatesi in quella stagione hanno via via guadagnato spazio nel nostro ordinamento al punto da fare assumere ai magistrati requirenti un potere in grado d’influenzare carriere, di bocciare o promuovere leadership e, in alcuni casi, di condizionare la stessa composizione di governo. In tal senso, aveva visto giusto già nel 1964 il vicepresidente del Consiglio, Pietro Nenni, quando scrisse che “l’indipendenza della magistratura va prendendo forme che fanno di quest’ultima il solo vero potere, un potere insindacabile, incontrollabile e, a volte, irresponsabile. C’è da battere le mani se finalmente qualcuno affronta la mafia del malcostume. Ma c’è anche da chiedersi chi controlla i controllori”.

Il leader socialista a distanza di dieci anni, nel 1974, ritorna sulla questione con considerazioni a dir poco amare: “Abbiamo voluto una magistratura indipendente e il risultato è che essa ha finito per abusare del potere che esercita. Per di più è divisa in gruppi e gruppetti. Abbiamo a che fare con una realtà (il riferimento è alle correnti che controllano il Csm, n.d.r.) peggiore di quella dei partiti”.

Dopo più di mezzo secolo, le distorsioni denunciate da Nenni troveranno conferma nel libro-intervista di Luca Palamara (già membro del Csm ed ex presidente dell’Associazione magistrati) curato da Alessandro Sallusti.

La riforma sulla quale l’elettore è chiamato a pronunciarsi interviene su due nodi decisivi: sulla separazione delle carriere tra Pubblico Ministero e giudice e sulla revisione dell’attuale disciplina e funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura. Con il processo accusatorio, introdotto con il nuovo codice di procedura penale nel 1989 promosso Giuliano Vassalli, viene riconosciuta la parità tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo e imparziale. Nondimeno, ancora oggi Pm e giudici condividono percorsi di carriera e luoghi di autogoverno.

Coloro che si dicono contrari alla riforma sostengono che, nonostante tali commistioni, l’imparzialità non viene compromessa. Ci si dimentica, però, che la credibilità della giustizia si fonda anche sulla “distanza visibile in modo netto tra chi accusa e chi giudica”. Separare le carriere significa rendere coerente l’ordinamento con la natura accusatoria del processo. Significa, altresì, chiarire che accusa e giudice non sono colleghi con funzioni diverse, ma ricoprono ruoli distinti in un sistema di garanzie.

Il secondo fronte riguarda il Csm. Le vicende del Consiglio Superiore hanno evidenziato più volte criticità riconducibili a dinamiche correntizie e a criteri non sempre trasparenti. Per superare tali anomalie, la riforma prevede un nuovo meccanismo di selezione dei componenti − superando il vecchio sistema elettorale segnato dal predominio delle correnti − e l’istituzione di due Csm (uno per i Pm e l’altro per i giudici). Con l’avvio dell’Alta Corte le competenze disciplinari saranno affidate a un nuovo organo autonomo e indipendente.

Votare Sì al referendum del prossimo marzo significa affermare che in una democrazia matura i poteri devono essere distinti in modo chiaro, che la terzietà del giudice deve “apparire oltre che essere”, che l’autogoverno deve essere trasparente e responsabile. L’irrinunciabile riconoscimento del valore dell’indipendenza della magistratura in un ordinamento liberale non deve impedire di vedere ciò che sta accadendo in Italia ormai da molto tempo, ovvero che dietro la difesa dell’autonomia giudiziaria si nasconde, per dirla ancora con le parole di Pietro Nenni, “un potere insindacabile, incontrollabile e irresponsabile”.

Aggiornato il 23 febbraio 2026 alle ore 14:12