Il grido di Nordio e Di Matteo

Non è più il tempo del sussurro, del dubbio educato o del “non si può dire”. Quando un Ministro della Giustizia in carica e un magistrato simbolo della lotta alle mafie convergono, pur da trincee ideologiche opposte, su un’unica, devastante parola ‒ “sistema” ‒ l’Italia ha il dovere morale di fermarsi.

Carlo Nordio e Nino Di Matteo non sono improvvisamente “impazziti”. Non sono eretici in cerca di visibilità. Sono due uomini che hanno vissuto le viscere della magistratura italiana per decenni. E se oggi, con una durezza che gela il sangue, parlano di dinamiche che ricalcano logiche mafiose all’interno del corpo giudiziario, non possiamo permetterci il lusso del negazionismo.

DUE PROSPETTIVE, UN’UNICA FERITA

Nordio guarda al sistema delle correnti come a un cancro che ha divorato l’imparzialità, trasformando le carriere in un mercato di scambi. Di Matteo guarda alle deviazioni interne come a un tradimento dei valori costituzionali, dove il potere giudiziario rischia di farsi casta chiusa e autoreferenziale. Vederli “crocifissi” mediaticamente o isolati dai loro stessi colleghi è il segnale più inquietante: è la reazione immunitaria di un organismo che rifiuta la cura perché preferisce la malattia. Ma la realtà è incontrovertibile: se due esperti di questo calibro denunciano un “sistema”, significa che il re è nudo.

OLTRE LA SUPERFICIE: COSA C’È DENTRO IL SISTEMA?

Parlare di “metodi mafiosi” nella magistratura non significa dire che ogni giudice è un criminale. Significa denunciare una struttura di potere basata sull’appartenenza anziché merito, dove la carriera dipende dalla “tessera” correntizia; dove criticare i colleghi diventa un suicidio professionale; dove la giustizia non è più un servizio al cittadino, ma un’arma di pressione. Questa non è una polemica accademica. È una questione che tocca la pelle di ogni cittadino che entra in un tribunale sperando che la legge sia davvero “uguale per tutti”.

IL REFERENDUM: L’ULTIMA SPIAGGIA

Siamo alla vigilia di una stagione referendaria sulla giustizia che non può essere affrontata con la solita pigrizia ideologica. Le parole di Nordio e Di Matteo sono il preambolo necessario, la sveglia brutale che serve a un elettorato spesso stordito da tecnicismi. Non si può andare al voto senza aver prima metabolizzato questa verità: la magistratura italiana ha bisogno di un’operazione a cuore aperto. Se non ascoltiamo chi, dall’interno, ha avuto il coraggio di scoperchiare il vaso di Pandora, rischiamo di votare bendati.

Non condannate Nordio. Non isolate Di Matteo. Le loro voci, seppur discordanti su tutto il resto, si sono unite in un coro d’allarme che non può essere ignorato. La riflessione è oggi un obbligo, non un’opzione. Prima che il “sistema” diventi irreversibile, prima che la fiducia dei cittadini crolli definitivamente, dobbiamo avere il coraggio di guardare nell'abisso che ci hanno indicato.

Perché la giustizia, in Italia, o torna a essere un valore o continuerà a essere un potere. E il potere senza controllo è l’antitesi della democrazia.

Aggiornato il 17 febbraio 2026 alle ore 10:06