Impunità e morale a corrente alternata di una certa sinistra mediatica

Il punto non sono le chat. Non è neppure la caduta di stile, che pure c’è ed è evidente. Il nodo vero è l’ipocrisia. È quella doppia morale che da anni attraversa una certa sinistra mediatica e che, in casi come questo, emerge senza più filtri.

Dalle conversazioni tra Sigfrido Ranucci e Maria Rosaria Boccia non traspare soltanto un linguaggio discutibile o qualche giudizio sopra le righe. Traspare soprattutto un senso di impunità. L’idea che esista una zona franca per chi appartiene alla “parte giusta”. Che le parole possano essere usate come clave, che le etichette possano essere appiccicate con leggerezza, che le insinuazioni possano diventare strumenti di lotta politica – purché a maneggiarle sia chi si autoproclama custode della morale pubblica.

È qui che l’ipocrisia diventa evidente. Perché chi, ogni settimana, distribuisce pagelle etiche e impartisce lezioni di correttezza linguistica e sensibilità civile, dovrebbe essere il primo a rispettare quegli standard. Invece accade il contrario: chi predica rigore morale si concede deroghe che non tollererebbe mai negli altri.

La domanda che resta sospesa – e che nel circuito dei commentatori progressisti sembra quasi proibita – è semplice: cosa sarebbe accaduto a parti invertite? Se un giornalista considerato “di destra” avesse evocato lobby, insinuato appartenenze, parlato di ambienti “pericolosissimi” legati all’orientamento sessuale? Se avesse utilizzato lo stesso linguaggio, le stesse categorie, lo stesso tono?

Non è difficile immaginare lo scenario. Si sarebbe scatenata una tempesta. Accuse di omofobia, campagne social, richieste di dimissioni immediate. Sarebbe stato indicato come simbolo di un sistema malato, di un linguaggio d’odio da estirpare. Nessuno avrebbe parlato di “sfogo privato” o di “contesto da considerare”. Le parole sarebbero state prese per ciò che sono: parole, con un peso e con delle conseguenze.

E invece, quando a pronunciarle è un volto riconosciuto del giornalismo militante di sinistra, la narrazione cambia. Radicalmente.  Le stesse espressioni diventano marginali. Le responsabilità si diluiscono. Il contesto diventa improvvisamente decisivo. È il meccanismo del doppiopesismo: severità inflessibile per gli avversari, indulgenza comprensiva per i propri.

Non è, o non dovrebbe essere, una questione di schieramenti. È una questione di coerenza. Se si costruisce la propria autorevolezza sull’idea che il linguaggio crea realtà, che le parole possono ferire, che le etichette sono pericolose, allora quel principio deve valere sempre. Non può valere solo quando a sbagliare è l’altro campo politico.

Il problema, dunque, non è l’errore umano in sé. È la pretesa di superiorità morale unita alla pratica costante dell’eccezione per sé stessi. È l’atteggiamento di chi si erge a giudice permanente del dibattito pubblico e poi, quando inciampa, chiede comprensione. È questa asimmetria a logorare la credibilità.

Perché quando la morale diventa uno strumento selettivo – rigida contro i nemici, flessibile con gli amici – smette di essere un principio e si trasforma in un’arma. E ogni lezione sui diritti, sul rispetto, sull’uso corretto del linguaggio finisce per suonare non come un richiamo etico, ma come l’ennesima manifestazione di una doppia morale che pretende di insegnare ciò che in realtà non è disposta ad applicare a sé stessa.

Aggiornato il 12 febbraio 2026 alle ore 10:33