Il Pd strumentalizza l’antifascismo sul referendum

In piena campagna per il referendum sulla giustizia italiana, martedì 3 febbraio dai profili social del Pd nazionale (non un circolo locale qualsiasi) è stato lanciato un video di pseudo-pornografia referendaria. A gusto e consumo di una certa parte politica, che si è così ridotta a tenere il pugno sinistro sul sottoventre mentre l’altra mano mantiene il telefonino.

In quel video, sottoforma di reel dove ha effetto solo ciò che appare nelle immagini mobili e non nel testo didascalico (il più delle volte ignorato), il Pd ha rilanciato un vecchio raduno con saluti romani a braccio teso, associando ad esso le seguenti scritte in sovraimpressione: “Loro votano Si – Ricordagli che la Costituzione è antifascista – Referendum Costituzionale 22 e 23 marzo Vota No per difendere la Costituzione”. Soltanto in didascalia viene specificato che “Casapound annuncia il sostegno alla riforma del governo Meloni. Loro votano sì, noi difendiamo la Costituzione: il 22 e 23 marzo vota no!”.

Il Pd non è mai ironico. A differenza del centrodestra, non riesce mai ad esserlo per sua impostazione, almeno fino ad oggi. Il reel con quel “Loro”, pertanto, è stato pensato e pubblicato al netto di ogni eventuale ironia.

Alcune considerazioni, in tutta onestà intellettuale, si fanno urgenti. Uno: il raduno richiamato nel reel del Pd nulla c’entra con il governo Meloni. Due: quel raduno nulla c’entra con il referendum di marzo. Tre: le scelte sul referendum prescindono dalle bandiere partitiche o movimentiste, tant’è vero che lo stesso referendum nasce da esigenze anti-neocorporativistiche per assicurare il sano funzionamento della giustizia giudiziaria in Italia; il fatto che CasaPound nutra o meno simpatie per il corporativismo storico del 1926, ma sul referendum del 2026 sceglie di votare per il Si, non è un problema che riguarda tutti noi Italiani che – da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi Moderati, Azione, Italia Viva, Partito Democratico, Cinque Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra – non apparteniamo a CasaPound. Quattro: è spaventoso che un reel del Pd nazionale utilizzi il generico “Loro” per insinuare una unicità di essenza politica tra il governo Meloni, i cittadini amanti della democrazia liberale che sostengono l’azione del governo Meloni, e più in generale i cittadini che voteranno per il Si, da un lato, e le super-minoritarie persone che dall’altro lato sbagliano a fare gesti ignobili, totalmente fuori dalla storia e dal senso di amore per la libertà che la storia ha già da lungo tempo reso a sé medesima.

Per portare acqua al mulino del retrogrado nonché neocorporativista No al referendum sulla giustizia, il Partito Democratico sta così cercando di confondere alcune fette di opinione pubblica sui social.

Lo fa a mani basse, tentando di traslare il solito incoerente dualismo “fascisti-antifascisti” anche sul referendum del 22 e 23 marzo: abbassando così la storiografia a pornografia revanscista, nonché giuocando con la politologia. Con quel reel, così come esso risulta pubblicato sui canali social ufficiali di un partito che vorrebbe presentarsi ancora come popolare, i piddini hanno alimentato pure delle evitabili psicosi subliminali nelle emotività civiche di quanti, soprattutto tra i giovani, iniziano a studiare il vero antinazifascismo storico. L’intento dei sinistri, in generale, è quello di far confondere i sani processi antifascistici della storia del secolo scorso con le antistoriche frange antifasciste gruppettare dell’oggi: tutto ciò fa parte di una ormai nota tattica partitocratica con evidenti fini ideologico-elettorali, a cui il Pd – ormai privo di veri contenuti d’attualità – si sta semplicisticamente prestando.

Fare politica procedendo per astrattismi, fare campagne referendarie inseguendo le fragilità emotive di alcuni elettori di sinistra, per diffondere raccapriccianti associazioni mentali tra il fascismo o il neofascismo e il Si alla separazione delle carriere dei magistrati italiani, è davvero un atto di estremo infantilismo. I piddini & compagni dovrebbero forse ripassare la lettura del libretto L’estremismo malattia infantile del comunismo di Lenin? Ma nessuno glielo dirà, perché a differenza loro nel fronte del Si referendario non si procede per anacronismi, bensì solo guardando in faccia le necessità del tempo presente, proiettato sul bene comune futuro, in tema di giustizia giusta.

Mentre a sinistra tentano di far annegare i cittadini in un magma post-ideologico che spiana la strada al sequel del neocorporativismo politico-giudiziario, tra giochetti video-social a mani basse e lontananza dalle reali esigenze delle aule di giustizia, il governo Meloni con la riforma sulla magistratura si sta dimostrando attivo al servizio della giustizia reale dell’Italia.

Trasversalmente, i cittadini di sana coscienza, al di là se solitamente votano a destra o a centro o a sinistra, il 22 e il 23 marzo avranno un grosso potere in mano: quello di votare Si per confermare la riforma costituzionale del governo.

Votare Si servirà a superare la lottizzazione delle poltrone di vertice in procure e tribunali, che la partitocrazia correntizia di molti giudici e Pm uniti attraverso l’Anm in un unico Csm elettivo ha incontrollatamente realizzato, per decenni (il sistema descritto da Palamara e le tante altre dinamiche uscite allo scoperto lo dimostrano). Votare Si servirà a garantire la sorteggiabilità dei membri di due Consigli superiori della magistratura distinti e divisi, uno per i giudici e uno per i Pm, i quali esercitano due mestieri istituzionali differenti che mai devono intrecciarsi con gli interessi carrieristici personali, per il bene della giustizia giusta nei processi. Si ricordi, tra l’altro, che la giustizia giusta è un tema che riguarda tutti, giacché qualsiasi cittadino può incappare in un procedimento ed eventualmente in un successivo processo penale, anche solo per errore, come accadde ad Enzo Tortora. Votare Si per separare le carriere dei magistrati ordinari servirà a realizzare effettivamente lo spirito della riforma sul processo accusatorio del 1989, in cui il giudice deve essere terzo, imparziale e neutrale, mentre il Pm è una parte pubblica, terza e imparziale ma – in quanto parte – non neutrale.

Ancora tanto potremo e dovremo fare dopo che vinceremo il referendum con il Si.

Per garantire alle future generazioni una magistratura composta da due carriere separate e non politicizzate, contro eventuali capricci retrogradi nonché neocorporativisti che potrebbero rieditarsi tra alcuni decenni, dovremmo modificare anche il primo comma dell’articolo 25 della Costituzione sul giudice naturale precostituito per legge, da cui nessuno può essere distolto. Il giudice, secondo chi qui scrive, è davvero naturale solo se è precostituito per legge come carrieristicamente separato dal pubblico ministero: e quest’ultimo particolare occorre a tal proposito aggiungerlo riformando anche il venticinquesimo articolo della Carta costituzionale.

In tal mondo se futuri eventuali riformatori, tra alcuni decenni, volessero modificare nuovamente gli articoli 101 e seguenti della Costituzione per farli ritornare allo stadio attuale, con le carriere non separate, ci sarà uno dei princìpi cardinali a nocciolo duro della Costituzione a porsi come ostacolo: il principio del giudice naturale o di naturalità giurisdizionale, sancito appunto dal primo comma dell’articolo 25. Se gli articoli 101 e seguenti appartengono alla Parte Seconda della Costituzione, l’articolo 25 appartiene alla Parte Prima, ossia alla Parte che risulta culturalmente e legalmente più resistente di fronte ad eventuali capricci riformistici di ogni tipo. I primi articoli della Carta costituzionale – composta in totale da 139 articoli e da diciotto disposizioni transitorie e finali – rappresentano, infatti, il cuore pulsante del nostro sistema giuridico nazionale, un cuore che irrora tutti i ragionamenti sulla disciplina legale presente, ma anche su quella futura.

Inserire la separazione delle carriere anche nell’articolo 25 della Costituzione, per sancire il contenuto del principio di naturalità giurisdizionale, e quindi per specificare quando e come il giudice è davvero naturale, potrà garantire alle future generazioni una vita giudiziaria più giusta, senza ritorni al passato (ossia al nostro presente) con le note commistioni politico-carrieristiche delle correnti dei magistrati: per una giustizia che abbia davvero l’anelito a farsi giusta per rimanere giusta.

Ma intanto, occupiamoci di ciò che bolle in pentola, votando e facendo votare Si al referendum del 22 e 23 marzo per migliorare questo nostro presente giudiziario. Tenendo alta la guardia sui video che da alcune aree del fronte del No utilizzano come pinza psicologica, unta dal solito antistorico moralismo immorale.

Aggiornato il 05 febbraio 2026 alle ore 11:47