Lo Stato del sospetto

Quando il potere anticipa la coercizione, l’ordine cede il passo all’arbitrio e si trasforma la libertà in una concessione revocabile.

La riapertura del dossier sicurezza da parte del governo guidato da Giorgia Meloni, con il ritorno in scena del fermo preventivo, segna un passaggio che va ben oltre l’attualità politica. Non siamo di fronte a un semplice irrigidimento normativo: ciò che si prospetta è una modifica profonda del rapporto tra individuo e potere pubblico. Il trattenimento di persone “sospette” prima che abbiano commesso un reato non rafforza l’ordine giuridico: lo rovescia.

Il fermo preventivo introduce infatti un principio estraneo allo Stato di diritto: la privazione della libertà personale fondata non su un fatto accertato, ma su una valutazione anticipata di pericolosità. In pratica, non conta più ciò che l’individuo ha fatto, rileva piuttosto ciò che potrebbe fare. In questo slittamento concettuale si consuma una mutazione silenziosa: la responsabilità individuale cede il passo alla presunzione, il diritto penale dei fatti diventa diritto penale dell’intenzione.

Chi difende queste misure invoca la necessità di prevenire disordini, soprattutto in occasione di manifestazioni pubbliche. È una giustificazione antica. Ogni epoca ha avuto le sue emergenze, e ogni emergenza ha prodotto strumenti straordinari destinati a diventare ordinari. Il riferimento all’ordine pubblico non è una novità, è un copione già visto.

La storia offre precedenti istruttivi. Nell’Inghilterra del XVIII secolo, i general warrants consentivano arresti e perquisizioni senza indicazione precisa dei soggetti, in nome della sicurezza del regno. Proprio contro quell’arbitrio era maturata una delle più forti reazioni giuridiche a tutela delle libertà personali. La lezione era chiara: quando il potere può fermare senza spiegare, il cittadino non è più titolare di un diritto, è il mero destinatario di una concessione revocabile.

Anche nell’Europa continentale i precedenti non mancano. Le legislazioni di polizia dell’Ottocento, pensate per “prevenire” rivolte e disordini, hanno introdotto strumenti di controllo amministrativo che aggiravano il giudice. Il risultato non è stata maggiore sicurezza, si è rivelata una progressiva estensione della discrezionalità, con effetti corrosivi sulla fiducia sociale. L’ordine imposto dall’alto produce obbedienza, non cooperazione.

È in questa prospettiva che va letto il ritorno del fermo di prevenzione, sostenuto con forza da Matteo Salvini, con l’ipotesi di trattenimenti fino a 48 ore. Un lasso di tempo sufficiente a incidere pesantemente sulla libertà personale, senza che vi sia stato un reato e in assenza di una responsabilità accertata. La sicurezza diventa così una categoria elastica, adattabile a ogni contesto e a ogni necessità politica.

Il fermo preventivo non è tuttavia un’anomalia isolata, è in realtà il perno attorno a cui ruota un insieme più ampio di interventi fondati sulla stessa logica anticipatoria.

In essa si collocano infatti le altre misure annunciate nel cosiddetto “pacchetto sicurezza”: il potenziamento del Daspo urbano, l’estensione delle zone rosse, il divieto generalizzato di porto di coltelli e la responsabilizzazione preventiva dei genitori per i comportamenti dei figli minorenni. Provvedimenti diversi, sebbene siano unificati da un medesimo presupposto: non colpire il fatto, bensì anticipare il rischio.

Non si sanziona più un comportamento accertato, si limita lo spazio di azione sulla base di una valutazione preventiva di pericolosità, spesso fondata su indizi o precedenti amministrativi. Il risultato è un diritto amministrativo della sicurezza che si espande a scapito delle garanzie, spostando l’asse dal giudice all’autorità di pubblica sicurezza. La prevenzione diventa così criterio ordinario di governo dello spazio pubblico, trasformando luoghi, persone e relazioni sociali in variabili da gestire prima ancora che da giudicare. È in sostanza la logica ricorrente delle legislazioni di polizia nate per governare il disordine: quando il potere rinuncia a giudicare i fatti, sceglie di amministrare il sospetto.

Ancora più rivelatrice è la proposta di imporre una cauzione agli organizzatori delle manifestazioni. Qui la logica preventiva si intreccia addirittura con una selezione economica dei diritti. Se l’esercizio di una libertà fondamentale viene subordinato alla capacità patrimoniale, il diritto smette di essere universale. Non si colpisce il violento, si scoraggia invece il pacifico.

Non sorprende quindi che siano stati denunciati rischi di compressione incostituzionale delle libertà. Ma la questione non riguarda solo una parte sociale o politica. Investe la struttura stessa dell’ordinamento. Uno Stato che interviene prima del fatto, che presume la colpa e sospende diritti per prevenzione, cambia natura. Non governa più attraverso regole generali e astratte, lo fa attraverso decisioni contingenti e discrezionali.

C’è poi un effetto meno visibile, ma più profondo. Quando la sicurezza viene costruita sulla paura preventiva, il tessuto sociale si indebolisce. I cittadini non sono più considerati soggetti responsabili, sono ritenuti potenziali minacce. La cooperazione spontanea lascia spazio al controllo, la fiducia alla sorveglianza.

La vera tutela dell’ordine pubblico nasce altrove: dalla chiarezza delle norme, dalla certezza delle sanzioni per chi viola la legge, dalla responsabilità personale accertata dopo i fatti. Anticipare la repressione significa ammettere l’incapacità di governare secondo regole stabili. È la scorciatoia del potere che rinuncia ai propri limiti.

Del resto, è sin troppo evidente che ogni volta che, in nome della sicurezza, si accetta di spostare più avanti il confine dell’arbitrio, si apre una breccia difficile da richiudere. Le emergenze passano, le norme restano. E ciò che oggi viene presentato come eccezione rischia di diventare normalità. La storia insegna che la libertà non muore con un colpo solo, ma per piccoli slittamenti successivi.

In definitiva, il nodo non è scegliere tra sicurezza e libertà, è decidere come la sicurezza venga perseguita. Uno Stato che anticipa la coercizione perché non si fida dei propri cittadini non diventa più forte: rivela, al contrario, la propria fragilità istituzionale. La sicurezza compatibile con una società libera è sempre successiva, mai presuntiva, limitata, mai discrezionale. Quando lo Stato sceglie di fermare prima di giudicare, non protegge l’ordine: lo sostituisce con il potere.

Aggiornato il 04 febbraio 2026 alle ore 09:48