Per addestrare i modelli di Intelligenza artificiale, alcune aziende stanno acquistando milioni di libri, tagliandone il dorso e scansionandone le pagine. Il testo sopravvive come sequenza digitale. Il libro, spesso, no. Si potrebbe pensare che il problema sia tutto lì: nella distruzione di un oggetto che aveva attraversato decenni o secoli per finire sotto una lama perché una macchina aveva bisogno delle sue parole.
Poi mi sono ricordato di un libro usato acquistato molti anni fa. Non ricordo più il titolo. Ricordo la dedica scritta a penna sulla prima pagina. “Come dicevano gli indios del Chiapas, continua a camminare domandando”. Sotto c’erano un nome e una data. Non conoscevo chi avesse scritto quelle parole né la persona alla quale erano state donate. Eppure, per qualche istante, quel libro non fu più soltanto mio. Fra le sue pagine continuava qualcosa che mi aveva preceduto.
Una scansione avrebbe conservato il testo. Non quella dedica, la pressione incerta della penna, la data, il nome, la domanda su che cosa fosse accaduto fra quelle due persone. Avrebbe salvato le parole considerate utili e cancellato la vita considerata marginale. È qui che il problema cambia natura. Il testo viene separato dal libro, le parole dalla loro storia, l’opera da chi l’ha scritta.
Non è nostalgia per la carta. Digitalizzare può salvare un’opera fragile, allargare l’accesso alla conoscenza, sottrarre un testo all’oblio. Ma c’è un paradosso difficile da ignorare: i testi prodotti prima dell’esplosione dell’Intelligenza artificiale sono diventati preziosi proprio perché non contaminati dalla produzione automatica disseminata in rete. La macchina presentata come il superamento della scrittura umana ha bisogno di una lingua prodotta prima della propria comparsa. Per non alimentarsi dei propri residui deve tornare a un mondo che ancora non la conosceva.
La macchina ha fame del mondo prima di sé. Dietro la naturalezza di ogni risposta ci sono generazioni di persone che hanno studiato, immaginato, tradotto, sbagliato, cancellato e riscritto. Qualcuno ha dedicato anni a una ricerca, qualcun altro una vita a trovare una voce. L’Intelligenza artificiale elabora quella lingua, ma tende a nascondere la storia dalla quale proviene. Le opere diventano dati. Gli autori diventano assenze. Un libro può sopravvivere al proprio autore. Lo ha sempre fatto. Qui, però, gli si chiede qualcosa di diverso: conservare le sue parole dopo averne cancellato la voce, il tempo, perfino il debito. Non è soltanto un testo senza libro. È una lingua resa orfana per poter diventare proprietà.
Forse l’espropriazione più profonda non consiste nel sottrarre una frase, ma nel cancellare la possibilità di riconoscerne l’autore. Qualcuno aveva scelto quelle parole e aveva accettato di risponderne. Dentro un modello linguistico, invece, milioni di voci ci vengono restituite come una probabilità senza biografia. La macchina parla con le parole di tutti. Nessuno può più dire da quale vita siano arrivate.
E qui il problema riguarda anche il potere. Un archivio non custodisce soltanto il passato. Permette al passato di contraddire il presente. Possiamo tornare alla fonte, confrontare una copia, scoprire una manipolazione. Ma se l’originale scompare e la sua riproduzione appartiene a chi lo ha acquisito, consegniamo a un proprietario il luogo al quale dovremo rivolgerci per ricordare. La macchina non ha deciso tutto questo. Nessun algoritmo acquista da solo un manoscritto e ne spezza il dorso. Prima della lama c’è una scelta umana. Siamo noi a decidere che l’autore possa diventare irrilevante, che la provenienza di una parola sia un dettaglio, che la biografia possa essere separata dalla lingua senza conseguenze.
Forse non ricordavo il titolo di quel libro perché il libro aveva finito per consegnarmi qualcos’altro: un nome sconosciuto, una data e un invito a camminare domandando. Una macchina avrebbe trattenuto le parole utili. Io avevo ricevuto una presenza. Per insegnare alla macchina a scrivere spezziamo il dorso ai libri. Poi le chiediamo di dirci chi siamo. Distruggere l’irripetibile per fabbricare il probabile.
Aggiornato il 14 settembre 2026 alle ore 11:12
