Riflessioni sulla statura dell’umanità come specie interplanetaria

E mentre gli altri animali guardano il suolo, all’uomo diede viso al vento e ordinò che vedesse il cielo, che fissasse, eretto, il firmamento”: così Ovidio, nelle sue Metamorfosi, specificava la differenza posturale e strutturale dell’essere umano rispetto a tutto il resto degli altri animali presenti in natura.

Le brillanti notazioni ovidiane, tuttavia, non possono essere limitate soltanto alla dimensione meramente corporea della vita, trascendendo, inesorabilmente, ogni tentazione di riduzionismo materialistico e spalancando semmai la via solenne verso le porte colossali ed eleganti dell’altrove, cioè della dimensione metafisica e spirituale dell’umano.

In questa prospettiva, lo sguardo elevato verso i cieli altro non è che il moto perpetuo dell’anima incapace di accettare passivamente la propria animalità, la propria finitudine dinnanzi all’eco dell’eterno che occhieggia e sfavilla nella notte; è il desiderio (la cui etimologia non a caso è concettualmente astrale, in quanto indica la “mancanza delle stelle” per orientarsi) della ragione umana di comprendere il creato che la circonda, per non più subirlo, ma per esserne vera protagonista; è la risposta all’irresistibile appello del divino che ha lasciato la discreta firma di sé sui tori e sui trochili dei colonnati stellati i quali sorreggono l’intera volta celeste dispiegata al di sopra del mondo e dell’esistenza; è il richiamo dell’amore per l’Essere che abbraccia finalmente a da ultimo l’essere per l’Amore.

In fondo il libro della Sapienza attesta proprio che il Dio creatore tutto ha “disposto con misura, calcolo e peso” (Sap., 11,20), così che sarebbe uno spreco di spazio e di ragione, di tempo e di vita, di pensiero e di anima, di umanità e di divinità, attraversare la storia umana ignorando le pulcherrime immensità del cielo che ci sovrastano, dovendosi piuttosto conservare e tramandare l’integrità e l’integralità del senso di una vita compiutamente cosmoteandrica.

La missione Artemis II che da poco è rientrata dal suo sorvolo della superficie lunare, propone, quindi, nuove e vecchie speranze, note e inedite inquietudini, remoti e futuri sogni, specialmente in ordine alla statura dell’umanità che tenta – pur nella sua grottesca fragilità – di scalare i cieli diventando una specie interplanetaria elevandosi perfino al di là di quei titani che sorressero il mondo nelle mitologiche fondazioni dell’avventura umana, fin quasi a grattare i cieli della creazione con le proprie stesse dita.

Diviene così ossessiva l’icastica domanda di Stanislaw Jerzy Lec che infatti così ha annotato tra i suoi fulminanti Pensieri spettinati: “Oltre alla forza di gravità, cosa è che ci trattiene sul globo terrestre?”.

La ragione umana, grande risorsa e infinito mistero, del resto, brilla tra gli astri di quel firmamento che non intende più osservare e indagare, ma conquistare e performare. Se la ragione è creata a immagine e somiglianza del divino Logos, adesso essa intende plasmare il cosmo intero a propria misura e conforto.

Ed è proprio in questo scenario che si dischiudono, come la notte delicata dopo un tramonto turbolento, tutti i più profondi interrogativi del caso, i quali si condensano bel al di qua di un superficiale “quando” e ben al di là di un tecnico “come”.

Perché l’uomo vuole lasciare la sua dimora naturale? Perché intende diventare una specie interplanetaria? Quali conseguenze antropologiche derivano dalla conquista dello spazio? È l’uomo che ha conquistato lo spazio o è lo spazio che ha già conquistato l’uomo attirandolo a sé? L’umanità intende abbandonare se stessa o auto-condursi ad un livello diverso storicamente ineguagliato e inimmaginabile? È il tempo che pressa queste ambizioni dell’essere dell’uomo che rincorre il divenire, o sono le ambizioni del divenire che esprimono soltanto il volto segreto e caduco dell’essere? È solo il linguaggio del potere della tecnica che si intende pronunciare a gran voce nel teatro della storia, pur da quell’esile sibilo di tempo che in sostanza è l’umanità sulla Terra, o è piuttosto la voce dell’essere che non può più venire tacitata neanche attraverso le immensità silenziose dei meandri del cosmo? Davvero, dunque, lo spazio è la meta? Non è forse piuttosto l’origine?

Arduo rispondere, per di più sinteticamente, anche ad uno soltanto di tali interrogativi; ancor più difficile rispondere a tutti i predetti e a tutti quelli, ancor molteplici, inespressi ed ulteriormente esprimibili.

I problemi, in fondo, non sono né pochi né di lieve entità, dato che il maggior progresso tecnico grazie al quale l’uomo salpa dalla Terra natìa verso le infinite distese dello spazio sembra essersi registrato proprio nell’epoca della storia umana di maggior regresso morale della stessa, a riprova che l’espansione della scienza non coincide necessariamente con un parallelo sviluppo della coscienza.

L’esigenza di volgere le spalle alla Terra verso le maestose distese di luce e di tenebra che si intrecciano nello spazio non è, allora, forse l’altro modo di esprimere il proprio essere razionale da parte dell’uomo? Non più pago di guardare a se stesso, di contemplare il proprio ombelico, si dirige verso l’altrove per definizione, il lontano per eccellenza, diventando egli stesso l’alieno conquistatore di mondi stranieri.

In fondo, se ciascuno è sempre alieno perfino a se stesso oltre che al proprio prossimo, una connotazione così strutturale dell’umano non può biasimarsi se – perfino inavvertitamente – assurge a paradigma propulsivo dell’espansione dell’umanità nel cosmo.

Ad ogni modo, pare proprio che per essere ciò che è, cartesianamente, l’uomo non può che pensare e solo in quanto pensa e calcola in lungo e in largo attraverso l’universo può essere, e all’un tempo sapere di essere ciò che in effetti è.

O forse è esattamente il contrario?

Forse proprio la sua volontà di andare a zonzo nello spazio rivela precisamente l’inverso, cioè che la spinta del superamento dei propri limiti non è altro che il limite del riconoscimento del proprio essere, invertendo, anzi capovolgendo l’assioma cartesiano, per cui non più cogito ergo sum, sed sum ergo cogito, poiché non si può pensare prima, senza o contro l’essere, tanto più quanto l’essere si assume come essere precipuamente razionale che addirittura partecipa del Logos divino.

Forse, allora, è proprio questa la statura dell’umanità come specie interplanetaria, cioè una umanità, quale scintilla divina, che torna a cogliere il senso dei propri limiti proprio in virtù del limite del senso.

Le nuove esplorazioni spaziali, allora, lasciano presagire come non sono nuove e precipitevoli antropomanie ciò di cui abbiamo bisogno, ma delle originarie ed elevanti teogonie e cosmogonie, poiché l’esplorazione delle remote profondità del cosmo non può davvero avvenire razionalmente ed umanamente senza la coeva esplorazione degli abissi dell’umano.

Un universo esplorato in cui ancora ignoto fosse il suo esploratore sarebbe ben più di un universo sconosciuto: sarebbe un universo ostile, perché l’universo è fonte di paradossi, ma è anche foce del senso.

L’universo, infatti, è quel sito in cui ci troviamo da sempre, ma è altresì quel luogo dove non siamo mai stati; è l’unica casa di cui possiamo disporre fino a misurarne perfino le fondamenta chimiche e fisiche, ma è anche l’unica dimora in cui non ci sentiamo mai pienamente al nostro posto; è la meta che non abbiamo mai ancora raggiunto, ma è anche l’origine prima della nostra viscerale nostalgia come sempre accade per i patri lidi abbandonati in occasione di un lungo viaggio quale è la vita.

L’umanità come specie interplanetaria, allora, avrà una sua specifica statura soltanto se e nella misura in cui tornerà a riconoscere il vigore e la cogenza dei suoi stessi limiti, scoprendo che la meta verso cui è destinata non è altro che lo stesso punto di partenza da cui ha preso le mosse, così da tornare alla mente, sublime metafora delle corrispondenze dell’essere e dell’amore, i versi di Thomas Eliot per cui “non dovremmo smettere di esplorare. E alla fine delle nostre esplorazioni arriveremo là donde partimmo come ad un luogo sconosciuto...”.

Aggiornato il 13 aprile 2026 alle ore 10:32