Abbas posticipa le elezioni: chi controllerà la Cisgiordania?
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Il 10 ottobre scorso, Mahmoud Abbas ha emanato un decreto che indice elezioni presidenziali e legislative per l’11 settembre 2027, facendo così slittare la consultazione per il rinnovo del Consiglio palestinese prevista per il prossimo 28 novembre. A motivare la decisione, secondo il suo ufficio, sono le operazioni militari israeliane, le limitazioni agli spostamenti in Cisgiordania, l’espansione degli insediamenti e gli ostacoli allo svolgimento delle elezioni a Gerusalemme Est e nella Striscia di Gaza.

Le autorità israeliane hanno respinto le accuse di aver impedito lo svolgimento delle elezioni. Il rinvio non fa che prolungare una paralisi elettorale che dura ormai da due decenni e rilancia una questione cruciale, alla quale Israele non può sottrarsi: se Abbas dovesse lasciare la scena politica prima che i palestinesi possano rinnovare il mandato elettorale, le istituzioni da lui a lungo dominate sarebbero in grado di assicurare una transizione ordinata del potere? E, soprattutto, il suo successore disporrebbe di un’autorità effettiva, capace di andare oltre la legittimazione formale?

Mahmoud Abbas, nato il 15 novembre 1935, è stato eletto presidente dell’Autorità palestinese (Ap) nel gennaio 2005, con un mandato quadriennale scaduto nel gennaio 2009. Da allora, non si sono più tenute elezioni presidenziali palestinesi. L’ulteriore rinvio elettorale lascia irrisolto il deficit di legittimità della sua leadership e prolunga l’incertezza sulla successione, sulla gestione dell’Ap e sul coordinamento in materia di sicurezza, ambiti cruciali per Israele nel contenimento dei rischi in Cisgiordania. L’Autorità Palestinese continua a collaborare con le agenzie israeliane sul fronte della sicurezza, in un contesto politico segnato dall’assenza di elezioni nazionali da vent’anni. In assenza di meccanismi credibili per il ricambio della leadership, il malcontento della popolazione rischia di erodere ulteriormente la fiducia nelle istituzioni e di favorire l’affermazione di reti e gruppi rivali.

Per Israele, gli eventi del 2006 rappresentano ancora oggi un precedente da non sottovalutare. In quell’anno Hamas vinse le elezioni legislative palestinesi; gli scontri armati del 2007 portarono poi il movimento a consolidare il controllo della Striscia di Gaza, sancendo la divisione del sistema politico palestinese tra due centri di potere contrapposti. Ciò non significa che in Cisgiordania debba necessariamente ripetersi lo stesso scenario. Il precedente dimostra che la competizione elettorale, le rivalità tra istituzioni e le contese sul controllo delle forze armate possono alimentare l’instabilità quando mancano regole condivise per dirimere le controversie politiche.

La transizione dopo Abbas richiederà molto più della semplice nomina di un successore. Il sistema politico palestinese si articola infatti attorno a tre organismi distinti, seppur interconnessi: l’Autorità palestinese, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) e Fatah, affiancati da fazioni indipendenti i cui interessi non sempre convergono. Si tratta di realtà con ruoli e funzioni differenti, che non possono essere considerate intercambiabili. Tuttavia, una posizione di rilievo in uno di questi organismi non assicura legittimità politica, accesso alle risorse né sostegno da parte degli altri. La sfida decisiva della transizione sarà dunque capire se un unico leader riuscirà a consolidare il controllo su tutti e tre i centri di potere senza innescare una reazione aperta da parte dei rivali interni o degli attori regionali.

Hussein al-Sheikh ricopre oggi gli incarichi centrali nel piano di successione delineato da Abbas. Nell’aprile 2025 è stato nominato vicepresidente dello Stato di Palestina e vicepresidente del Comitato esecutivo dell’Olp . Nel giugno scorso, è stato inoltre eletto vicepresidente di Fatah. Queste nomine ne rafforzano il ruolo formale all’interno della gerarchia politica palestinese, ma non gli garantiscono il sostegno da parte dei dirigenti di Fatah, delle altre fazioni politiche, dei vertici delle forze di sicurezza o dei centri di potere locali. La sfida per al-Sheikh non consiste soltanto nell’ereditare una carica, ma nel tradurla in un’autorità effettiva su istituzioni che da anni rispondono a interessi contrapposti.

La successione ha già una risposta formale, almeno sulla carta. Nell’ottobre 2025, Abbas ha emanato una dichiarazione costituzionale che stabilisce che, in caso di vacanza della presidenza dell’Autorità palestinese e in assenza del Consiglio legislativo, le funzioni presidenziali vengano assunte temporaneamente, per un massimo di 90 giorni, dal vicepresidente del Comitato esecutivo dell’Olp , che ricopre anche la carica di vicepresidente dello Stato di Palestina. In questo periodo dovrebbero essere organizzate nuove elezioni. Ricoprendo entrambe le cariche, al-Sheikh risulta quindi il primo designato ad assumere ad interim la presidenza. La legittimità di questo meccanismo di successione è tuttavia oggetto di contestazione. L’articolo 37 della Legge fondamentale palestinese indica infatti nel presidente del Consiglio legislativo la figura chiamata ad assumere temporaneamente la presidenza. Secondo diversi giuristi palestinesi, Abbas non può derogare a questa disposizione mediante una dichiarazione unilaterale. Il testo prevede inoltre che il Consiglio centrale palestinese possa concedere un’ulteriore proroga qualora cause di forza maggiore impediscano lo svolgimento delle elezioni, senza però precisarne chiaramente la durata. Israele deve quindi tenere conto non soltanto di chi possa rivendicare formalmente la presidenza, ma anche della disponibilità da parte delle diverse fazioni politiche e degli apparati di sicurezza a riconoscere il nuovo assetto di potere.

La dirigenza di Fatah ha pochi incentivi a esporsi ai rischi di una reale competizione elettorale. Vent’anni senza tornare alle urne hanno consentito alle reti di clientelismo, alle nomine ai vertici degli apparati di sicurezza e al controllo dei canali di finanziamento internazionale di consolidarsi attorno a una cerchia ristretta. Un successore proveniente da questo stesso gruppo erediterebbe non solo gli apparati di potere esistenti, ma anche l’interesse a limitarne la contendibilità. Per Israele, il rischio non è soltanto che il prossimo leader sia privo di una solida legittimazione popolare, ma che lo stesso sistema politico sia strutturato in modo da privilegiare la conservazione degli equilibri interni rispetto alla responsabilità nei confronti dei cittadini.

La stessa tendenza a privilegiare una successione ristretta e controllata indebolisce la capacità della leadership centrale di esercitare la propria autorità sui governatorati. Jenin e Tulkarm mostrano perché la situazione in Cisgiordania non possa essere valutata basandosi soltanto sulle dichiarazioni provenienti da Ramallah. Le operazioni israeliane, gli sfollamenti della popolazione civile e la presenza persistente di gruppi armati locali hanno reso più complesso il quadro della sicurezza in entrambi i governatorati situati nel nord della Cisgiordania. Le formazioni armate attive a Jenin e Tulkarm hanno inoltre dimostrato di poter operare al di fuori dell’effettivo controllo di Ramallah.

Nelle aree della Cisgiordania lontane dai principali centri urbani, il panorama politico è caratterizzato da una frammentazione territoriale che va ben oltre la contrapposizione tra due schieramenti. Reti armate locali, famiglie influenti, consigli municipali e comandanti delle forze di sicurezza a livello regionale possono condizionare gli sviluppi sul terreno indipendentemente dalle decisioni prese a Ramallah. L’indebolimento del potere centrale produrrebbe quindi dinamiche locali eterogenee, anziché favorire l’affermazione di un’unica autorità alternativa. Israele deve tenere conto di questa frammentazione territoriale, senza affidarsi a un unico scenario di successione né dare per scontato un passaggio di consegne lineare nella gestione amministrativa.

Israele dovrebbe valutare la transizione successiva ad Abbas sulla base di tre criteri distinti: chi sarà formalmente designato alla guida, chi controllerà le risorse amministrative necessarie a garantire il funzionamento delle istituzioni e chi sarà in grado di far rispettare la propria autorità sul territorio. Un successore potrebbe ottenere il riconoscimento diplomatico dei governi stranieri senza riuscire a esercitare il controllo su tutti gli apparati di sicurezza e i consigli municipali. Allo stesso tempo, le strutture burocratiche esistenti potrebbero continuare a funzionare anche in presenza di un progressivo calo della fiducia popolare nei vertici politici.

Il controllo dei bilanci pubblici, dei fondi destinati agli stipendi degli apparati di sicurezza e dei canali di aiuti internazionali diventerà particolarmente delicato durante la transizione. In una successione contestata, il potere di approvare i bilanci, erogare gli aiuti e decidere le nomine nei servizi di sicurezza potrebbe trasformarsi in uno strumento di pressione, consentendo alle fazioni rivali di sfidare la leadership centrale senza rompere apertamente con essa. I donatori internazionali e i governi della regione hanno un interesse concreto a evitare il collasso delle istituzioni, ma gli aiuti finanziari, da soli, non possono conferire legittimità politica. Senza controlli trasparenti, i finanziamenti esterni rischiano di consolidare le reti clientelari anziché rafforzare la governance. Per garantire la continuità amministrativa, i futuri finanziamenti dovranno essere subordinati a una gestione trasparente dei bilanci, a verifiche indipendenti e a rigorose garanzie contro l’uso improprio delle risorse a fini politici.

Il coordinamento in materia di sicurezza resta uno strumento essenziale per ridurre le tensioni e prevenire un’escalation in Cisgiordania. Tuttavia, fare affidamento a tempo indeterminato su un’amministrazione priva di un mandato elettorale nazionale rinnovato comporta rischi strategici crescenti. Quando la leadership centrale non riesce a impartire direttive efficaci, il coordinamento della sicurezza sul terreno finisce per dipendere in larga misura dalle catene di comando esistenti e da prassi istituzionali consolidate. I servizi di intelligence israeliani devono distinguere tra esponenti politici le cui alleanze potrebbero mutare nel corso della lotta per la successione e comandanti locali di carriera che mantengono un’influenza concreta sulle forze loro subordinate. Coltivare canali di comunicazione diretti ed efficaci con funzionari locali pragmatici potrebbe contribuire a garantire la continuità dei contatti qualora i contrasti interni rallentassero o impedissero l’adozione e l’attuazione delle decisioni della leadership centrale.

Israele non può decidere chi succederà ad Abbas, né conferire al futuro leader quella legittimità politica che solo elezioni credibili possono garantire. Può però considerare la continuità istituzionale un requisito operativo da verificare concretamente, anziché darla per scontata sul piano politico. Tra i segnali da monitorare figurano le controversie sulle nomine ai vertici degli apparati di sicurezza, le interruzioni nel pagamento degli stipendi del settore pubblico, le rivendicazioni concorrenti di autorità istituzionale e l’incapacità dei funzionari centrali di far rispettare le proprie decisioni a livello locale. L’11 settembre 2027 è una data sul calendario. La questione decisiva è se, a quella data, chi ricoprirà le cariche istituzionali sarà in grado di esercitare un’autorità effettiva sul territorio. È su questa distinzione che Israele deve fondare fin d’ora la propria pianificazione, mentre il sistema è ancora operativo, e non attendere che le sue contraddizioni sfocino in una frattura.

(*) Tratto da Ynet Global

(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada

Aggiornato il 20 ottobre 2026 alle ore 09:54