Il 24 agosto 1991 non è stato una mera conseguenza notarile del collasso sovietico: l’Atto di Dichiarazione d’Indipendenza dell’Ucraina rappresenta l’approdo consapevole di un percorso secolare di emancipazione nazionale, intimamente connesso alle radici liberali dell’Europa continentale.
Quando il 19 agosto 1991 la linea dura del regime sovietico – la cosiddetta “Banda degli Otto” guidata dal capo del KGB Vladimir Krjučkov, dal ministro della Difesa Dmitrij Jazov e dal vicepresidente Gennadij Janaev – orchestrò il golpe reazionario a Mosca, la reazione a Kyiv fu immediata: l’Atto non nacque dal caos, ma dalla lungimiranza del dissidente ed ex prigioniero politico Levko Lukjanenko e degli esponenti dell’opposizione democratica. Redatto d’urgenza per proteggere il Paese dal ritorno della dittatura comunista, il testo della Dichiarazione fu approvato dalla Verchovna Rada con una storica maggioranza di 321 voti su 360 parlamentari presenti, per poi ricevere la definitiva e solenne ratifica del popolo nel referendum del 1° dicembre dello stesso anno.
Oggi, nel 2026, le celebrazioni di quel 24 agosto segnano il traguardo dei trentacinque anni da quella svolta istituzionale. Un anniversario che cade nel quinto anno di una brutale guerra di aggressione su vasta scala e che assume un valore epocale: celebrare la sovranità di Kyiv significa decostruire la mistificazione imperialista e autocratica del cosiddetto Russkij Mir (il Mondo Russo), una narrazione geopolitica della propaganda di Putin, troppo spesso recepita acriticamente in Occidente sebbene sia radicalmente smentita dalla storiografia scientifica.
La traiettoria dell’Ucraina rivela un’identità plurale e intrinsecamente liberale, che ha conosciuto il dispotismo proprio per gli storici disegni egemoni della Russia, nelle drammatiche parentesi di sottomissione coloniale, prima sotto l’impero zarista e poi sotto il totalitarismo sovietico. La retorica “euroasiatica” di Putin e degli ultranazionalisti russi come Alexander Dugin ha tentato di dipingere le regioni orientali, il Donbas e la Crimea in particolare, come propaggini storiche della Russia, ma il dibattito culturale contemporaneo dimostra l’esatto contrario. L’intera Ucraina custodisce una profonda matrice mitteleuropea. Basti pensare alle origini della Rus’ di Kiev, compagine statuale e giuridica fiorita nel Medio Evo molto prima che Mosca emergesse come villaggio rurale, o allo sviluppo industriale del bacino del Donec tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo. Quella modernizzazione fu il prodotto dell’ingegno e dei capitali di finanziatori, imprenditori, progettisti e operai gallesi, francesi, belgi e tedeschi, che giunsero con le loro famiglie in quella regione inserendola nei flussi della modernità culturale e sociale occidentale.
L’influenza russa in queste aree non è dunque un dato culturale né certo né spontaneo, ma è il risultato artificiale e violento di ingegnerie demografiche e politiche oppressive. Questa sottomissione coatta ha toccato il suo culmine nel trauma dell’Holodomor (1932-1933), il genocidio per fame orchestrato da Stalin per recidere l’anima rurale e la forte coscienza nazionale ucraina. Una contaminazione proseguita con le deportazioni di massa – come quella drammatica dei tatari di Crimea nel 1944 – e con le massicce immissioni coatte di manodopera dalle remote regioni russe.
Eppure, al di sotto di questa dolorosa stratificazione coloniale, ha continuato a pulsare l’eredità della Galizia, l’influenza culturale della Confederazione polacco-lituana e l’applicazione del Diritto di Magdeburgo. Sono questi gli anticorpi storici che hanno protetto l’Ucraina dal centralismo dispotico, orientandola verso i valori del costituzionalismo, della limitazione del potere statuale e delle libertà individuali. È in questo fertile alveo che affonda le radici la grande scuola giuridica dell’Università di Leopoli, dove maestri come Raphael Lemkin e Hersch Lauterpacht forgiarono la cultura europea del diritto moderno. Confrontandosi con le tragedie del primo dopoguerra e subendo le persecuzioni antiebraiche, Lauterpacht pose i diritti dell’individuo al di sopra della sovranità statale, concependo la nozione di “crimini contro l'umanità” per il Tribunale di Norimberga. Allo stesso modo, Lemkin elaborò il paradigma concettuale di “genocidio”, applicato all’Olocausto ma da lui stesso anticipato proprio per denunciare lo sterminio sistematico della nazione ucraina nell’Holodomor.
Il trentacinquennale dell’indipendenza impone perciò una seria riflessione sulla difesa della transizione democratica di Kyiv, un percorso scandito da trattati internazionali che rimangono pietre miliari del diritto, oggi violati dall'autocrazia russa. Il Memorandum di Budapest del 1994, con cui l’Ucraina rinunciò al terzo arsenale nucleare del pianeta in cambio di garanzie ferree sulla propria integrità territoriale, è stato calpestato da Mosca fin dal 2014. Quell’anno segnò anche la definitiva scelta di campo del popolo ucraino con Euromaidan: la Rivoluzione della Dignità non fu un colpo di Stato orchestrato da intelligence straniere, ma un movimento spontaneo, interclassista e liberale, animato da studenti e società civile per difendere il proprio futuro occidentale. A quella mobilitazione, il Cremlino rispose con l’aggressione ibrida degli “omini verdi” in Crimea e nel Donbas, applicando lo schema di destabilizzazione già collaudato in Transnistria e in Georgia.
Oggi, l’Ucraina affronta una duplice sfida che mette alla prova la tenuta delle sue istituzioni: la lotta intransigente alla piaga della corruzione e il dibattito, aspro ma trasparente, sull’opportunità di celebrare le elezioni politiche in tempo di guerra. Nel lessico delle autocrazie, queste tensioni interne vengono strumentalizzate come sintomi di debolezza o di anarchia. Agli occhi del pensiero liberale, esse rappresentano l’esatto contrario: sono i sani e vitali fermenti di una società aperta. Un Paese che, persino sotto il fuoco delle artiglierie, non rinuncia al pluralismo discute sui limiti del mandato eccezionale e si impegna a eradicare i sistemi corruttivi ereditati dal passato post-sovietico, dimostra che la democrazia non è un lusso per tempi di pace, ma un metodo di civiltà. È l’essenza stessa della dottrina liberale: lo Stato non è un idolo intangibile, ma un organismo perfettibile, costantemente vigilato dall’opinione pubblica e dal diritto.
La memoria di questa lotta non può dunque ridursi a erudizione passata, ma costituisce un monito stringente per l’Europa. La difesa dell’indipendenza ucraina coincide interamente con la tutela dei confini politici, giuridici e valoriali dell’Occidente. Solo preservando la resistenza e l’integrità di Kyiv, l’Europa potrà presentarsi a un futuro tavolo negoziale con la necessaria forza contrattuale. Una pace autentica e duratura non può nascere dalla sottomissione del diritto alla forza bruta, né da una nuova Monaco che sacrifichi la libertà sull’altare di una fragile tregua. Richiede, al contrario, un assetto che integri appieno l’Ucraina nell’architettura della sicurezza continentale. È da questa consapevolezza che si deve muovere per proteggere la sovranità della stessa Europa di fronte ai rigurgiti neo-imperiali: sulla linea del Dnipro non si decide soltanto il destino di una Repubblica, ma la tenuta stessa della concezione liberale dell’Europa.
(*) Membro dell’International Law Association
Aggiornato il 24 agosto 2026 alle ore 15:45
