Mosca voleva spegnere l’Ucraina. Privarla dell’elettricità, del riscaldamento e dell’acqua nel pieno dell’inverno. Trasformare il freddo e il buio in armi, piegando la popolazione civile dopo aver fallito nel tentativo di ottenere una rapida vittoria sul campo di battaglia. Alla vigilia dell’inverno 2025-2026, molti osservatori ritenevano che il sistema energetico ucraino non avrebbe retto a un’altra stagione di bombardamenti. La Russia aveva intensificato gli attacchi contro centrali, sottostazioni, linee di trasmissione e impianti di distribuzione, distruggendo o danneggiando una parte rilevante della capacità di generazione del Paese. Il collasso, però, non è arrivato. Nonostante le interruzioni, le riparazioni continue e le inevitabili difficoltà, l’Ucraina è riuscita a mantenere in funzione la rete elettrica e a garantire il riscaldamento durante uno degli inverni più difficili della sua storia recente. Non è stato un colpo di fortuna, ma il risultato di un sistema costruito in quattro anni di guerra: difendere, fortificare, decentralizzare e riparare rapidamente le infrastrutture colpite. La lezione ucraina parte da una constatazione semplice: non è possibile proteggere tutto allo stesso modo. Kyiv ha quindi concentrato le risorse sugli obiettivi la cui perdita avrebbe prodotto le conseguenze più gravi, come le centrali nucleari, i principali impianti termoelettrici e le sottostazioni indispensabili alla trasmissione dell’energia. Intorno a queste infrastrutture è stata costruita una difesa stratificata. I sistemi a lungo raggio vengono impiegati contro i missili balistici; quelli a medio raggio contrastano missili da crociera e droni di maggiori dimensioni; le unità mobili a corto raggio affrontano gli sciami di velivoli senza pilota che la Russia utilizza per saturare le difese. A tutto questo si aggiungono i sistemi di guerra elettronica, impiegati per disturbare la navigazione e impedire ai droni di raggiungere con precisione i bersagli assegnati. Ma Kyiv ha compreso anche che nessun sistema difensivo può garantire l’intercettazione di ogni missile o drone.
Per questo motivo, accanto alla difesa aerea, sono state realizzate barriere contro le esplosioni, strutture rinforzate e protezioni specifiche per trasformatori, turbine e centri di controllo. Alcune funzioni di comando sono state trasferite in ambienti sotterranei. L’obiettivo non è rendere le infrastrutture invulnerabili, ma limitare i danni quando l’attacco riesce a superare le difese. Un altro elemento decisivo è rappresentato dalla decentralizzazione. Prima dell’invasione russa, il sistema energetico ucraino dipendeva in larga misura da grandi impianti centralizzati. Strutture efficienti in tempo di pace, ma facilmente identificabili e particolarmente vulnerabili durante un conflitto. L’Ucraina ha quindi iniziato a distribuire la produzione attraverso turbine a gas di dimensioni ridotte, impianti solari, sistemi di accumulo e microreti capaci di funzionare autonomamente quando la rete nazionale viene interrotta. La generazione distribuita non elimina il rischio, ma riduce il valore strategico di ogni singolo bersaglio. Distruggere una grande centrale può mettere in ginocchio un’intera regione; colpire uno dei tanti piccoli impianti produce effetti molto più limitati. Fondamentale è stata anche la capacità di riparare più velocemente di quanto la Russia riuscisse a distruggere. Durante la fase più intensa dei bombardamenti, Mosca ha messo fuori uso circa nove gigawatt di capacità di generazione. Nel giro di pochi mesi, i tecnici ucraini sono riusciti a ripristinarne circa quattro. Il risultato è stato possibile grazie alla disponibilità preventiva di componenti di ricambio, alla formazione di squadre specializzate negli interventi d’emergenza e al coordinamento tra aziende energetiche, autorità governative e Forze armate. In guerra non si può attendere che un trasformatore venga ordinato dopo la distruzione dell’impianto: deve essere già disponibile, insieme agli uomini e ai mezzi necessari per installarlo.
Anche le informazioni sono diventate parte della difesa. Dati che in tempo di pace verrebbero pubblicati per ragioni di trasparenza possono trasformarsi, durante un conflitto, in preziose indicazioni per il nemico. Rendere note le rotte alternative del gas, le quantità immagazzinate o la posizione delle strutture di emergenza significa facilitare il lavoro di chi pianifica gli attacchi. L’esperienza ucraina può essere riassunta in pochi principi: intercettare ciò che può essere abbattuto; fortificare ciò che non può essere spostato; distribuire ciò che può essere decentralizzato; riparare più rapidamente di quanto il nemico riesca a distruggere; proteggere le informazioni sensibili. Non si tratta più, però, di una lezione che riguarda soltanto l’Ucraina. Gli attacchi del 2026 contro raffinerie, terminali e impianti per il gas nel Golfo hanno dimostrato che le infrastrutture energetiche sono ormai bersagli prioritari. I droni hanno contribuito alla sospensione delle attività in importanti strutture in Qatar e Arabia Saudita, con immediate conseguenze sui mercati internazionali dell’energia. Quando i Paesi del Golfo hanno avuto bisogno di personale capace di affrontare gli sciami di droni, si sono rivolti proprio all’Ucraina. Kyiv ha inviato 228 specialisti negli Emirati Arabi Uniti, in Arabia Saudita, Qatar, Kuwait e Giordania per affiancare le difese locali e condividere le tecniche sviluppate contro i droni Shahed impiegati dalla Russia. È un passaggio politico e strategico di enorme importanza. L’Ucraina, per anni rappresentata esclusivamente come destinataria di aiuti occidentali, sta diventando un fornitore di sicurezza. L’esperienza accumulata sotto i bombardamenti viene oggi richiesta da Paesi che dispongono di risorse economiche e sistemi d’arma sofisticati, ma che non hanno affrontato migliaia di attacchi reali contro città e infrastrutture. L’Europa dovrebbe osservare con attenzione questa trasformazione.
Per troppo tempo ha considerato la sicurezza energetica come una questione economica, ambientale o regolatoria. La guerra in Ucraina ha dimostrato che centrali elettriche, gasdotti, terminali, cavi sottomarini e sistemi di distribuzione sono anche obiettivi militari. Le attività di sorveglianza attribuite alla Russia nei pressi di impianti nucleari europei e delle infrastrutture sottomarine indicano che la minaccia non appartiene a un futuro lontano. È già presente. Le aziende energetiche europee dovrebbero simulare attacchi contro le proprie strutture, verificare i tempi di reazione, individuare le vulnerabilità e predisporre scorte di componenti critici. I governi dovrebbero adottare procedure di emergenza capaci di operare con la rapidità richiesta da una crisi militare, superando norme e meccanismi amministrativi concepiti esclusivamente per il tempo di pace. Mosca non è riuscita a spegnere l’Ucraina. Al contrario, l’ha costretta a costruire uno dei sistemi energetici più resilienti al mondo. Quella esperienza, pagata con vite umane, distruzioni e inverni trascorsi sotto le bombe, è oggi un patrimonio strategico che l’Europa non può permettersi di ignorare.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 17 luglio 2026 alle ore 10:22
