Come tenere l’Iran fuori dallo stretto di Hormuz

Accettare legemonia iraniana sullo stretto di Hormuz dovrebbe essere intollerabile per gli Stati Uniti e la comunità internazionale

Il 6 luglio scorso, la guerra tra Stati Uniti e Iran è entrata in una nuova fase quando Washington ha risposto agli attacchi iraniani contro tre navi mercantili nello stretto di Hormuz. La risposta statunitense non è stata una mera risposta proporzionata, ma una massiccia operazione militare. Il 7 luglio, le forze del Comando centrale americano (Centcom) hanno colpito 80 obiettivi, mentre il giorno successivo hanno condotto attacchi contro altri 90 obiettivi. Nel mirino sono finiti motoscafi ad alta velocità del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc), sistemi di difesa aerea, strutture di sorveglianza costiera, depositi di missili e droni, capacità navali e infrastrutture logistiche militari lungo la costa iraniana, nel tentativo di contrastare gli sforzi di Teheran di affermare un controllo egemonico su questa strategica via marittima. I raid aerei statunitensi sono proseguiti anche nel corso del fine settimana.

Come dimostrato da Teheran, il Paese punta a paralizzare il commercio internazionale in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo. Impone già tariffe di transito considerate eccessive che si configurano come un vero e proprio tributo. Può negare il passaggio a qualsiasi imbarcazione, con le navi da guerra statunitensi destinate con ogni probabilità a essere le prime a subirne le conseguenze. Si tratta di una forma di pirateria di Stato che non dovrebbe essere tollerata. Per fortuna, la comunità internazionale dispone dei mezzi per contrastare quest’azione inaccettabile. Al di là degli strumenti diplomatici, una combinazione di misure economiche e di operazioni militari circoscritte potrebbe contrastare efficacemente questa strategia.

La prima misura consiste nel ripristinare la pressione economica sull’Iran. Occorre far ricadere sugli iraniani ogni costo da loro imposto al traffico marittimo. I viaggiatori internazionali già utilizzano gli uffici di rimborso fiscale negli aeroporti per recuperare le imposte locali pagate: lo stesso protocollo potrebbe essere applicato e finanziato attraverso i fondi iraniani congelati, le riserve della banca centrale, i ricavi delle esportazioni petrolifere e altri beni statali ai quali Teheran non può accedere a causa delle sanzioni di Stati Uniti, Unione europea e Nazioni unite. Se l’Iran dovesse imporre tariffe per il transito nello stretto di Hormuz o altri “costi amministrativi”, tali importi verrebbero rimborsati attingendo agli asset iraniani sottoposti a sanzioni. Il messaggio dovrebbe essere inequivocabile: se il regime iraniano incassa in anticipo, sarà costretto a pagare il conto in seguito.

Ciò violerebbe, ovviamente, gli impegni assunti dagli Stati Uniti nell’ambito del Memorandum d’intesa (Mou) firmato il mese scorso. Tuttavia, tali impegni sembrano ormai superati, poiché il presidente Donald Trump ha verbalmente annullato il Mou l’8 luglio, dichiarandolo “concluso” in seguito agli attacchi iraniani contro navi mercantili. L’amministrazione Trump ha inoltre revocato le deroghe alle sanzioni petrolifere concesse dopo la firma del Mou. In secondo luogo, la comunità internazionale dovrebbe farsi carico della gestione del blocco dell’Iran. Le operazioni per garantire la libertà di navigazione (Freedom of navigation operations, Fonop), da sempre uno strumento ampiamente utilizzato dalle marine militari nel corso della storia, furono formalmente istituite dalla Marina statunitense nel 1979 nell’ambito della Dottrina Carter. Secondo il Dipartimento di Stato americano, queste operazioni sono regolari, continue e complete” condotte principalmente nel Mar Cinese Meridionale e nello Stretto di Taiwan per contrastare le rivendicazioni di sovranità della Cina su tali rotte marittime.

Finora, il transito nello stretto di Hormuz è stato considerato alla stregua del passaggio attraverso altri stretti marittimi strategici, come quelli di Malacca, Gibilterra, Dover, Bab el-Mandeb, e numerosi altri corridoi navali di rilevanza globale. Le Fonop devono essere utilizzate per contrastare le azioni illegittime della Persian gulf strait authority (Pgsa) e del suo braccio operativo, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc). È evidente che gli iraniani si opporranno al transito di navi da guerra nel Golfo; le Fonop potrebbero non essere una scelta facoltativa, ma una necessità. I Paesi firmatari della Convenzione delle Nazioni unite sul diritto del mare (Unclos) sono i soggetti più indicati per dare avvio a queste operazioni; gli Stati Uniti, infatti, sono una parte belligerante nel conflitto in corso.

In terzo luogo, gli Stati Uniti e i loro alleati potrebbero interferire con i messaggi radio trasmessi dalla Pgsa alle navi in transito nello Stretto. Ciò potrebbe avvenire attraverso misure passive di disturbo elettronico, utilizzando velivoli per la guerra elettronica (Ew) come gli EA-37B Compass Call e gli EA-18G Growlers statunitensi, droni specializzati nella guerra elettronica e sistemi analoghi installati sulle navi militari americane. Misure più incisive potrebbero invece prevedere limpiego di sistemi di attacco elettronico (Ea). Anziché limitarsi a disturbare i segnali di comunicazione, questi sistemi darma neutralizzano” passivamente i componenti elettronici presenti allinterno dei trasmettitori, rendendo di fatto inutilizzabili le apparecchiature iraniane. È inoltre possibile intraprendere azioni ancora più aggressive mediante limpiego di armi cinetiche che utilizzano le trasmissioni iraniane come fari di puntamento per guidare i missili verso i siti di comunicazione. Le marine militari di Regno Unito, Francia e Germania, tutti Paesi firmatari della Convenzione delle Nazioni unite sul diritto del mare (Unclos), dispongono di capacità analoghe.

Una rappresaglia militare iraniana resta un rischio concreto, così come leventualità che i negoziati tra Washington e Teheran giungano al termine. Ma i pericoli più profondi riguardano il sistema economico internazionale, esposto al rischio di un progressivo cedimento delle regole condivise e alla crescente influenza di attori opportunisti determinati a sovvertire lordine globale esistente. La pretesa iraniana di esercitare unegemonia iraniana sulle acque internazionali dello stretto di Hormuz è considerata inaccettabile. Conferire a Teheran un potere di veto su uno snodo strategico attraverso il quale transita circa il 20 per cento del flusso globale di petrolio e gas naturale significherebbe legittimare una leva di pressione destinata a tradursi in ricatti ricorrenti.

Il mondo ha già sperimentato gli effetti collaterali della chiusura dello stretto: inflazione, incertezza economica e la prospettiva di nuove difficoltà nellapprovvigionamento alimentare per i Paesi più poveri. La crisi ha inoltre conferito alla Repubblica islamica, indicata da molti governi occidentali come il principale Stato sponsor del terrorismo, un ruolo di arbitro delleconomia mondiale. Il blocco imposto da Teheran costituisce una palese violazione del diritto internazionale e una sfida aperta a convenzioni storiche che hanno regolato per decenni la navigazione internazionale. Il mondo non può rimanere ostaggio dellimmobilismo imposto dal regime iraniano. Le sole operazioni militari punitive difficilmente basteranno a riportare lo stretto alla situazione precedente alla crisi. Esistono altri strumenti per contrastare la minaccia rappresentata dallIran, e occorre adottare misure concrete. Per quanto si possa riconoscere a Teheran una certa audacia strategica, la comunità internazionale non può accettare la sua palese rivendicazione di egemonia sul più importante snodo marittimo del commercio mondiale.

(*) Tratto da The National Interest

(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada

Aggiornato il 16 luglio 2026 alle ore 09:58