Mosca finì male: diavolo di droni

Non c’è nulla di peggio che attaccare un nemico che non si conosce! Avreste mai detto che la superpotenza ex sovietica si sarebbe impantanata nel guado di un torrente nella sua cavalcata delle Valchirie, iniziata con grande dispiego di truppe corazzate il 24 febbraio del 2022? Eppure, è accaduto. Come? Tutto sta nel concetto di resilienza e nel forte sostegno economico, tecnologico e politico che l’Europa e (fino a qualche tempo fa) l’America hanno saputo garantire a un piccolo Paese aggredito come l’Ucraina, che vanta un quarto della popolazione della Russia e il 3 per cento del suo territorio. Per non parlare poi dell’immenso distacco che intercorre tra le risorse naturali dei due Paesi, con Mosca che fino a prima della guerra rappresentava l’hub mondiale delle forniture di gas e petrolio. Oggi, il panorama della linea del fronte del Donbas ha radicalmente mutato la sua natura da guerra di trincea a una kill-zone ampia 25 chilometri, in cui operano molte migliaia di droni che sono in grado, da parte ucraina, di penetrare anche per centinaia di chilometri in territorio nemico, devastando le sue linee di rifornimento e i movimenti delle truppe. Per i droni a lungo-medio raggio, infatti, linee ferroviarie, treni merci e autocarri diventano facili prede dall’alto, come pure le infrastrutture militari e i complessi industriali che sostengono lo sforzo bellico russo. Kiev, cioè, partendo anni fa da apparecchi low-cost sviluppati nel garage di casa, sta riuscendo a realizzare una sorta di “lockdown logistico”, rimodellando di continuo il campo di battaglia a suo vantaggio, per impedire al nemico di riguadagnare terreno. Fatto, quest’ultimo, oggetto oggi di attenta valutazione da parte di tutte le accademie militari del resto del mondo. Mezzi di trasporto russi, come camion e treni, sono senza sosta presi a bersaglio da droni sempre più potenti e con un carico utile esplosivo (payload) più elevato, che si avvalgono di sistemi di comunicazioni sofisticati e di modelli evoluti di intelligenza artificiale, supportati dalla rete privata di Starlink.

Gli incessanti attacchi ucraini (i reparti specializzati che operano in remoto sui droni se ne stanno al sicuro in luoghi remoti e blindati) hanno fatto sì che le truppe nemiche si trovino a corto di carburante, e non riescano più a garantire il ricambio dei soldati al fronte, riducendo così notevolmente le capacità operative dei loro reparti. Colpire sistematicamente e massivamente, senza sosta, le basi logistiche dell’avversario fa parte di una campagna sincronizzata multilivello, che copre in modo ravvicinato sia l’intera fascia della “kill zone”, sia l’area di medio raggio nella zona occupata dell’Ucraina, inoltrandosi in profondità in territorio russo per colpire siti strategici per la produzione tecnologica militare. Questa campagna coordinata dai generali di Kiev ha creato enorme difficoltà per Mosca nel riprendere l’iniziativa sul campo, rendendo in pratica inefficaci le offensive estive per riguadagnare il terreno perduto. Il miracolo è avvenuto a seguito dell’aumentata capacità degli ucraini di produrre e lanciare ogni mese fino a 5.000 droni a medio-lungo raggio, arrivando a raddoppiare nell’aprile scorso il numero di attacchi operanti entro le 30 miglia del fronte. La via di salvezza per Kiev, e forse l’unico modo di costringere Vladimir Putin a trattare, è di arretrare quanto più possibile la linea dei combattimenti, costringendo la logistica russa a operare sempre più dall’interno dei territori occupati. E tutto ciò significa rendere difficile la vita anche ai cittadini russi (gli ucraini, al contrario del loro nemico, evitano salve indiscriminate su obiettivi civili!), colpendo i depositi di carburante e i sistemi di difesa antiaerea.

Ma, occorre far presto e mettere sotto pressione quanto più possibile i russi che, con le loro campagne missilistiche sulle infrastrutture civili e le reti elettriche ucraine, puntano alla catastrofe umanitaria per il prossimo inverno di guerra. Tanto più che il Cremlino ha intensificato i lanci di missili balistici, approfittando del fatto che a Volodymyr Zelensky iniziano a scarseggiare da qualche mese le forniture di Patriot e di altri intercettori per le difese antiaeree della capitale e delle altre città più importanti.  Per accelerare la strategia di logistic lockdown,  il ministero della difesa ucraino ha stanziato altri 113 milioni di dollari per lo sviluppo di nuove armi, mentre l’Europa ha messo a disposizione 1,63 miliardi di dollari per la produzione domestica di droni, superando così definitivamente la fase imbarazzante (nel timore di essere direttamente coinvolti nel conflitto) delle forniture di armi a Kiev per missili a medio-lungo raggio, risultati comunque del tutto insufficienti, data la scarsità di munizioni a disposizione e i vincoli sulle restrizioni a colpire in profondità il territorio russo. Cosa che ha fatto la fortuna dell’Ucraina, costretta a trovare una soluzione interna, innovando in profondità la sua produzione bellica e a rivoluzionare le proprie tecnologie militari. Ma la vera forza di Zelensky è stata la capacità adattativa della sua gente, per cui le aziende operanti nell’apparato militar-industriale hanno appreso a cooperare tra di loro, condividendo segreti e tecnologie, in base a un meccanismo messo a punto dal Ministero della Difesa.

Lo strangolamento logistico dei russi, però, appare molto più efficace sul lato sud del fronte, dove la geografia gioca a favore degli ucraini. Particolari vulnerabilità riguardano i ponti in Crimea, come Kerch Bridge lungo 19 chilometri, e i 185 chilometri di autostrade della penisola stessa sui quali fa affidamento Mosca per i suoi rifornimenti allesercito. Su queste aeree strategiche, i dronisti ucraini hanno parzialmente stabilito una sorta di controllo aereo, complicando in modo significativo la libertà di movimento dei reparti logistici russi, tale da interrompere con una certa efficacia le loro catene di rifornimento per il fronte. Il drone più performante ucraino per colpire gli obiettivi logistici avversari si è dimostrato l’Hornet modificato, in grado di danneggiare seriamente treni e autocarri. Mentre i depositi corazzati di munizioni vengono attaccati con un altro tipo di armi, come le più potenti “glide bomb”, o bombe plananti, dotate di alette retrattili (si aprono subito dopo il lancio a quote elevate e alta velocità degli aerei, per coprire la maggiore distanza possibile planando senza propulsione) e di sistemi a guida satellitare per puntare sul bersaglio.

In merito, Kiev ha annunciato di aver sperimentato con successo una glide bomb homemade, in grado di colpire bersagli a dozzine di chilometri distanza dal lancio in quota, mentre i russi ne hanno già pieni gli arsenali, utilizzando da tempo questo tipo di arma per distruggere insediamenti civili e fortificazioni ucraine. Secondo l’ucraina Tochnyl (un’agenzia open source di analisi delle applicazioni belliche), solo nel mese di maggio sono stati geolocalizzati 130 strike a danno di veicoli militari e di strutture di rifornimento dell’esercito russo, operanti a distanze comprese tra 20 e 100 miglia dalla linea del fronte attuale. Allora: quanto altro materiale bellico e soldati dovrà perdere Mosca per degnarsi di trattare?

Aggiornato il 01 luglio 2026 alle ore 12:11