“L’intesa” di Trump con i terroristi

Il regime iraniano rimane al potere per arrestare, torturare e uccidere

Il 17 giugno, il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump ha firmato con la Repubblica Islamica dell’Iran  il “Memorandum d’Intesa di Islamabad” (Mou). Nel documento, gli Usa si impegnano a elaborare un piano che preveda “almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica dell’Iran”. L’intesa sembra configurarsi come un accordo preliminare, un accordo che potenzialmente concede al regime iraniano quasi tutte le concessioni da esso richieste.

A prescindere dalla loro provenienza, i fondi finiranno comunque per essere utilizzati nella ricostruzione dell’apparato di potere iraniano accusato di sostenere il terrorismo. Ma chi farà rispettare questo accordo irrealistico dopo la fine del mandato di Trump? E se gli Stati Uniti hanno vinto la guerra, perché l’Iran dovrebbe dettare loro le proprie condizioni? Peggio ancora, i cittadini iraniani, dopo essersi sentiti dire che “gli aiuti sono in arrivo”, continueranno a subire arresti, abusi e condanne a lunghi anni di carcere per “reati” come il mancato rispetto delle norme inerenti all’uso del velo da parte di una donna, la richiesta di libertà o la conversione al Cristianesimo.

I cristiani, in particolare, continuano ad essere tra i gruppi maggiormente esposti al rischio di arresti e persecuzioni nel Paese.

Nel gennaio scorso, Ghazal Marzban, una convertita dall’Islam al Cristianesimo, è stata arrestata nella propria abitazione a Teheran. Durante la perquisizione, gli agenti hanno sequestrato la sua Bibbia e altro materiale cristiano. Di recente, è stata condannata a nove anni e otto mesi di carcere dal famigerato giudice del tribunale rivoluzionario Iman Afshari, sulla base di accuse che includono “propaganda contro lo Stato mediante slogan” e “associazione a delinquere contro la sicurezza nazionale”.

Marzban era già stata arrestata nel novembre 2024 e aveva trascorso due mesi nel carcere di Evin per aver protestato contro le vessazioni subite da quando, sette anni prima, si era convertita al Cattolicesimo.

Al momento dell’arresto, avvenuto nel gennaio scorso, la donna è stata condotta in una località sconosciuta, senza ricevere alcuna spiegazione. Due ore dopo, ha telefonato a casa per informare il marito di trovarsi in una struttura del Ministero dell’Intelligence. In seguito, è rimasta per un mese in isolamento, senza possibilità di comunicare con l’esterno.

Secondo l’organizzazione per i diritti umani britannica Article18, Marzban, laureata in diritto islamico, sarebbe stata sottoposta a pressioni durante gli interrogatori affinché ammettesse di utilizzare la Bibbia e altro materiale cristiano a fini missionari. Lei ha negato tale accusa, affermando che i testi erano destinati esclusivamente a un uso personale e che, in quanto cristiana, aveva il diritto di possederli.

Dopo la sua conversione, le è stato impedito di sostenere l’esame per l’abilitazione alla professione forense ed è stata sottoposta a pressioni affinché lasciasse il Paese. Il marito, anch’egli convertito, non ha potuto più ottenere i farmaci necessari per la cura del morbo di Parkinson.

A causa delle condizioni di salute del marito, ha affermato il direttore esecutivo di Article18, Mansour Borji, la detenzione di Marzban è stata in realtà “una condanna per entrambi”.

L’organizzazione per i diritti umani Open Doors ha dichiarato che il 25 maggio Marzban ha iniziato lo sciopero della fame.

Bahar Sahraian, stimata avvocata nota per la difesa di cristiani e altri prigionieri politici in Iran, è stata arrestata il 16 maggio nella città di Shiraz. Il suo arresto è avvenuto mentre lavorava ad alcuni casi presso un tribunale rivoluzionario.

Quella mattina è stata condotta presso l’ufficio del procuratore è accusata di “associazione a delinquere finalizzata ad agire contro la sicurezza nazionale”, “attività di propaganda contro il sistema islamico” e “diffusione di informazioni false”, per poi essere trasferita nel carcere di Adel Abad.

Già nel 2022, Sahraian figurava tra gli oltre 30 avvocati arrestati dopo l’ondata di proteste nazionali scoppiate dopo la morte di Mahsa Amini, avvenuta mentre la donna era in custodia. All’epoca, migliaia di manifestanti erano in attesa di processo, senza però poter beneficiare di un’adeguata assistenza legale, e si chiedeva a gran voce la loro condanna a morte, una tendenza che persiste ancora oggi.

Tra i clienti di Sahraian figurano Sam Khosravi e Maryam Falahi. La loro figlia adottiva, Lydia, è stata allontanata dalla famiglia per ordine di un tribunale perché i genitori si erano convertiti al Cristianesimo e Lydia era considerata nata musulmana. In un altro procedimento, Sara Ahmadi e Homayoun Zhaveh sono stati condannati complessivamente a 10 anni di carcere. Homayoun, sessantenne, soffre di una forma avanzata di morbo di Parkinson.

Nel caso di Khosravi e Falahi, Sahraian è riuscita ad essere colpita da due fatwa emesse da Grandi Ayatollah, le più alte autorità islamiche sciite in Iran, che sancivano la “liceità” dell’adozione di Lydia da parte della coppia convertita al Cristianesimo, vista la “natura delicata” della vicenda, le condizioni di salute della minore e l’indiscusso legame affettivo con i suoi genitori.

La donna era anche una dei 120 avvocati che firmarono una lettera aperta indirizzata all’allora capo della magistratura, Ebrahim Raisi. Nella lettera gli si chiedeva di ribaltare la decisione, ma lui respinse la richiesta.

Un altro avvocato che si occupava della difesa di cristiani, Shima Ghosheh, è ​​stata arrestata nel gennaio scorso. A marzo è stata rilasciata su cauzione per un importo equivalente a quasi 40mila dollari.

Ha rappresentato cristiani, tra cui la famiglia iraniano-assira Bet-Tamraz e convertiti accusati di “apostasia”, reato che in passato ha comportato condanne a morte.

In Iran, l’abbandono dell’Islam è considerato un reato punibile con la pena di morte. Il sistema giudiziario prevede la pena capitale per accuse di apostasia e blasfemia. Sebbene l’apostasia non sia esplicitamente considerata un reato capitale nel Codice penale iraniano, la magistratura può applicare la legge islamica (sharia) quando la legislazione vigente non disciplina una determinata fattispecie. Chi abbandona l’Islam può essere condannato a morte o all’ergastolo. La pena di morte è prevista anche per chi offende il profeta Maometto, si esprime contro l’Islam o promuove l’ateismo o religioni non musulmane.

In molti casi, coloro che abbandonano l’Islam e abbracciano la fede cristiana perdono il lavoro, le fonti di sostentamento, l’accesso all’istruzione e persino la libertà personale.

Fatemeh Mary Mohammadi, una convertita al Cristianesimo che lavora come difensore dei diritti umani e giornalista, è stata di recente arrestata e non si sa dove si trovi.

Mohammadi è stata arrestata più volte con accuse pretestuose legate alle sue proteste contro il regime iraniano. Nel 2021 finì di nuovo in carcere, presumibilmente per aver violato le norme sull’uso del velo islamico. Nei dodici mesi successivi al suo rilascio, le è stato impedito di esercitare un’attività lavorativa.

Il 18 gennaio scorso, è stata di nuovo arrestata dalla “polizia morale” iraniana, che ha contestato il suo abbigliamento, affermando che i suoi pantaloni erano troppo aderenti, il velo non copriva adeguatamente il capo e il cappotto era sbottonato.

Mohammadi aveva già trascorso sei mesi in prigione per appartenenza a una chiesa domestica. I membri di queste chiese vengono regolarmente etichettati dal regime iraniano come “gruppi nemici” appartenenti a un culto “sionista”. Le era stata inoltre inflitta una condanna detentiva sospesa per aver preso parte a una protesta pacifica.

La donna ha dichiarato che, nonostante i buoni rapporti con il suo datore di lavoro, non è stata in grado di tornare a lavorare come istruttrice di ginnastica dopo la sua scarcerazione avvenuta nel 2020.

Secondo Mohammadi, era “molto chiaro” che il suo datore di lavoro fosse stato sottoposto a pressioni da parte di agenti dei servizi segreti per impedirle di tornare al lavoro. L’uomo aveva affermato di non potersi permettere di correre rischi perché aveva un figlio piccolo.

In precedenza, era già stata richiamata dalle autorità per aver indossato l’hijab in modo improprio, dopo essersi recata alla polizia per denunciare un’aggressione subita. Nel dicembre 2019, venne espulsa dall’università proprio alla vigilia della sessione d’esami.

Nell’ottobre del 2020, Mohammadi affermò che vedersi negata l’istruzione equivale a “una condanna all’ergastolo o all’esilio inflitta in contumacia”.

“Tutto ne risente. Il tuo lavoro, il tuo reddito, il tuo status sociale, la tua identità, la tua salute mentale, la tua soddisfazione personale, la tua vita, il tuo posto nella società, la tua indipendenza. Ed è ancora più difficile, in quanto donna, continuare ad avere pazienza e sopportare, in una società così ostile alle donne e alla femminilità, pur reclamando entrambe.”

All’inizio di quest’anno, mentre era in viaggio, Mohammadi è improvvisamente scomparsa. La sua famiglia era rimasta in contatto con lei regolarmente prima che ogni comunicazione si interrompesse alla fine di febbraio. Amnesty International ha riferito che era stata arrestata ad Ahvaz, ma poi trasferita in un luogo sconosciuto il 2 aprile.

Amnesty International ha avvertito che lei e gli altri detenuti sono “esposti a un grave rischio, a causa delle segnalazioni di torture e altre forme di maltrattamento in carcere nonché di decessi avvenuti durante la detenzione in circostanze sospette”.

Un rapporto pubblicato da Open Doors rileva: “Purtroppo, episodi del genere non sono rari in Iran, così come non lo è il rifiuto delle autorità di fornire ulteriori informazioni. Le voci che si battono per la giustizia a favore dei cristiani e di altre minoranze sono spesso prese di mira per aver denunciato le ingiustizie del governo in Iran, e Mary Mohammadi è una figura di spicco tra i dissidenti che sostengono i cristiani. Nel 2023, le è stato conferito il St Stephen’s Award, il Premio Santo Stefano, per i cristiani perseguitati durante una cerimonia a Bonn per il suo ‘straordinario coraggio’ e la sua ‘eccezionale abnegazione’.”

Secondo un recente rapporto di Amnesty International, tra gli oltre 6mila iraniani arrestati arbitrariamente e, in alcuni casi, sottoposti a sparizioni forzate dall’inizio della guerra, figurano anche i cristiani.

“Le autorità hanno arrestato arbitrariamente, minacciato e/o convocato centinaia di manifestanti; difensori dei diritti umani; avvocati; giornalisti e altri operatori dei media; attivisti della società civile; sindacalisti e attivisti per i diritti dei lavoratori; studenti; insegnanti; familiari in cerca di giustizia di manifestanti e passanti uccisi illegalmente o giustiziati arbitrariamente; minoranze etniche, tra cui arabi ahwazi, baluci e curdi; e minoranze religiose, tra cui bahá’í e cristiani…”.

Amnesty International ha documentato casi di maltrattamenti e torture sin dal 28 febbraio 2026, come finte esecuzioni, pistole infilate in bocca, percosse, sospensioni per le mani e per i piedi, isolamento prolungato e diniego di cibo e cure mediche”, afferma il rapporto. “Le autorità hanno inoltre utilizzato ‘confessioni’ estorte con la forza come strumento di propaganda, trasmettendo video sui media statali prima dello svolgimento dei procedimenti giudiziari”.

Il rapporto cita arresti di massa in almeno 20 province del Paese. Tra queste, Yazd, dove a maggio un procuratore ha affermato di aver arrestato tre leader di “una rete evangelista cristiana”.

Secondo Erika Guevara Rosas di Amnesty International: “La comunità internazionale non deve consentire alle autorità iraniane di usare il conflitto come cortina fumogena per rafforzare il proprio apparato repressivo e commettere impunemente crimini ai sensi del diritto internazionale. La crisi dei diritti umani e dell’impunità in Iran richiede un’azione diplomatica internazionale urgente e costante al fine di prevenire ulteriori crimini atroci da parte della comunità, nonché creare percorsi per garantire meccanismo di giustizia internazionale, incluso il possibile deferimento della situazione iraniana alla Corte Penale Internazionale da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.”

Secondo quanto riferito al Time da due alti funzionari del Ministero della Salute iraniano, solo l’8 e il 9 gennaio ben 30mila persone sono state uccise nelle strade del Paese. Il numero di persone massacrate dalle forze di sicurezza iraniane in quei due giorni è stato talmente elevato da superare la capacità dello Stato di smaltire i cadaveri.

Il 13 gennaio, Trump ha esortato i manifestanti in Iran a continuare e ha promesso che “gli aiuti sono in arrivo“.

Il nuovo accordo di Trump con questo regime terroristico è un colossale tradimento. Condanna gli iraniani a tempo indeterminato ad abusi, torture e morte.

Un accordo che permette alla Repubblica islamica dell’Iran, una delle principali fonti di terrorismo e instabilità in Medio Oriente e non solo, di rimanere al potere significa che donne, cristiani, avvocati per i diritti umani e altri innocenti continueranno a essere arrestati, torturati, imprigionati e uccisi.

Con la firma di questo memorandum d’intesa, Trump non solo tradisce milioni di iraniani che hanno creduto negli Stati Uniti e hanno sacrificato la propria vita per la libertà, ma “trasformando la vittoria in sconfitta” danneggia sia la reputazione dell’America sia la propria.

(*) Tratto dal Gatestone Institute

(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada

Aggiornato il 26 giugno 2026 alle ore 10:40