C’è una guerra subdola che Mosca conduce contro l’Occidente. È più difficile da comprendere perché non sempre produce crateri sull’asfalto o palazzi sventrati. È una guerra nell’ombra: sabotaggi, incendi, intrusioni informatiche, campagne di disinformazione, operazioni sotto falsa bandiera, reclutamento di intermediari, pressione migratoria usata come arma politica, attacchi alle infrastrutture critiche e manipolazione sistematica delle società occidentali. Il punto essenziale è proprio questo: la Russia non considera l’Europa uno spazio neutrale. Non la considera un osservatore esterno del conflitto. La considera un campo operativo. Non potendo piegare Kyiv nei tempi e nei modi immaginati nel febbraio 2022, il Cremlino ha progressivamente allargato il perimetro dello scontro, cercando di colpire non soltanto l’Ucraina, ma anche la volontà politica di chi la sostiene. Se non riesce a vincere sul campo, Mosca prova a logorare il retroterra strategico dell’Ucraina. Se non riesce a spezzare la resistenza ucraina, tenta di indebolire le democrazie che le forniscono armi, denaro, intelligence, addestramento e copertura diplomatica. Questa guerra non viene combattuta secondo lo schema classico dell’invasione militare. Non ci sono carri armati russi alle porte di Varsavia, Berlino o Parigi. Non ci sono ultimatum formali. Non c’è una dichiarazione di guerra. C’è, invece, una sequenza di episodi apparentemente separati, che presi singolarmente possono sembrare incidenti, provocazioni, atti criminali, operazioni di disturbo.
Ma se messi in fila compongono un disegno molto più chiaro: sondare le difese dell’Occidente, testarne la soglia di reazione, alimentarne le divisioni interne, aumentare il costo politico del sostegno a Kyiv. Negli ultimi mesi, diversi Paesi europei hanno segnalato episodi riconducibili a questa logica: incendi sospetti, atti di sabotaggio, tentativi di interferenza, campagne coordinate di disinformazione e attività ostili contro infrastrutture sensibili. Non sempre è facile attribuire immediatamente ogni singolo episodio. Ed è proprio su questa difficoltà che Mosca costruisce una parte essenziale della propria strategia: agire, negare, confondere, lasciare tracce ambigue, obbligare le democrazie a dimostrare ciò che spesso gli apparati di sicurezza hanno già compreso. È la vecchia scuola sovietica delle “misure attive”, aggiornata all’epoca dell’Intelligenza artificiale, delle piattaforme social, delle app di messaggistica e delle infrastrutture digitali. La differenza rispetto al passato non è nella logica, che resta quella della destabilizzazione, ma nella velocità e nella scala. Un tempo servivano apparati complessi, reti ideologiche, giornali compiacenti, partiti fratelli e lunghi tempi di incubazione. Oggi bastano un account Telegram, un pagamento modesto, un ragazzo fragile o sprovveduto reclutato online, una campagna coordinata di bot, un video manipolato, una voce fatta circolare al momento giusto. Il sabotaggio non ha più bisogno di presentarsi con il volto dell’agente segreto. Può assumere quello del piccolo criminale pagato a distanza, del provocatore locale, del profilo anonimo, del finto attivista, dell’utile idiota convinto di agire per una causa che non comprende. È questo l’aspetto più insidioso della guerra ibrida russa: la negabilità. Mosca agisce, ma nega. Colpisce, ma confonde. Organizza, ma lascia che altri eseguano.
Alimenta il caos e poi chiede prove. Produce instabilità e poi accusa l’Occidente di isteria russofoba. È un metodo antico, ma perfettamente funzionale a un’epoca in cui le democrazie sono spesso costrette a dimostrare pubblicamente ciò che gli apparati di intelligence sanno già, mentre le autocrazie possono mentire senza pagare immediatamente un prezzo politico interno. La Russia si muove deliberatamente nella zona grigia tra pace e guerra. È lo spazio più comodo per un regime che vuole colpire senza assumersi il rischio di una risposta militare diretta. Sotto la soglia dell’articolo 5 della Nato, ma sopra la normale competizione tra Stati. Sotto la guerra dichiarata, ma sopra la diplomazia ostile. Sotto il bombardamento, ma dentro una strategia coerente di aggressione. È qui che si collocano i sabotaggi alle infrastrutture, gli attacchi informatici, le interferenze elettorali, le campagne di disinformazione, le incursioni di droni, la pressione artificiale sui confini orientali dell’Europa. Tutto deve sembrare abbastanza grave da produrre paura, ma non abbastanza chiaro da imporre una risposta unanime. L’obiettivo politico è trasparente: convincere gli europei che sostenere l’Ucraina costa troppo. Troppo in termini economici, troppo in termini di sicurezza, troppo in termini di stabilità interna. Mosca non ha bisogno di persuadere l’Occidente della bontà delle proprie ragioni. Sa che sarebbe impossibile. Le basta insinuare stanchezza, dubbio, sospetto, cinismo. Le basta far credere che la guerra sia ormai ingestibile, che Kyiv sia un peso, che la Russia sia comunque destinata a restare, che prima o poi bisognerà “essere realisti”. In altre parole: trasformare l’aggressore in fatalità geopolitica e la vittima in problema amministrativo. Per questo la risposta occidentale non può limitarsi alla gestione dei singoli episodi. Ogni sabotaggio trattato come fatto isolato è un piccolo successo per Mosca.
Ogni attacco informatico archiviato come disturbo tecnico è un vantaggio per il Cremlino. Ogni campagna di disinformazione ridotta a normale dialettica social è un arretramento culturale prima ancora che politico. La guerra ibrida va riconosciuta per ciò che è: una campagna coordinata, persistente, ostile, condotta da uno Stato che usa strumenti criminali, tecnologici, migratori, informativi e clandestini per indebolire le società democratiche. Non si tratta di militarizzare la vita pubblica europea, né di vedere agenti russi dietro ogni tensione interna. Si tratta, al contrario, di recuperare lucidità. Le democrazie devono restare aperte, ma non ingenue. Devono proteggere la libertà di espressione, ma non confondere la propaganda ostile con il pluralismo. Devono difendere lo Stato di diritto, ma non permettere che la lentezza delle procedure diventi il punto debole su cui un’autocrazia costruisce la propria impunità. Devono evitare la paranoia, ma anche la rimozione. Nato e Unione europea hanno finalmente iniziato a prendere sul serio il problema, rafforzando la cooperazione sulle minacce ibride, coinvolgendo anche i soggetti privati nella protezione delle infrastrutture e aumentando l’attenzione verso cyberdifesa, intelligence e resilienza civile. Ma non basta ancora. Serve una postura più attiva.
Serve un centro di coordinamento capace di attribuire rapidamente gli attacchi, condividere informazioni, proteggere infrastrutture critiche, contrastare le operazioni abilitate dall’Intelligenza artificiale e rispondere in modo proporzionato ma credibile. Soprattutto, servono conseguenze. Le linee rosse non hanno valore se chi le supera scopre che non accade nulla. La vera deterrenza, però, resta in Ucraina. Ogni arretramento occidentale a Kyiv viene letto a Mosca come un incoraggiamento altrove. Ogni ritardo nella consegna di armi, ogni esitazione sulle sanzioni, ogni ambiguità sull’uso degli asset russi congelati comunica al Cremlino che il tempo lavora per lui. Al contrario, un’Ucraina capace di difendersi, colpire le capacità militari dell’aggressore e resistere nel lungo periodo è il messaggio più chiaro che l’Occidente possa inviare: la guerra ibrida non paga, la destabilizzazione non produce concessioni, la pressione clandestina non sostituisce la forza del diritto. Mosca ha trasformato l’ombra in metodo di governo e in strumento di guerra. Ma proprio per questo l’Occidente deve smettere di guardare quei segnali come rumore di fondo. Non sono incidenti sparsi. Sono il fronte invisibile della stessa guerra. Perché una guerra che non viene riconosciuta per tempo finisce sempre per essere combattuta più tardi, e in condizioni peggiori.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 24 giugno 2026 alle ore 10:58
