Il Cremlino manipola il diritto

Per anni l’Occidente ha guardato alla guerra ibrida russa concentrandosi quasi esclusivamente su cyberattacchi, propaganda, sabotaggi, disinformazione e operazioni clandestine. Oggi però emerge con sempre maggiore chiarezza un altro fronte, meno visibile ma potenzialmente altrettanto pericoloso: quello giuridico. Secondo un nuovo rapporto del servizio di intelligence lettone Sab, Mosca starebbe trasformando il diritto internazionale in uno strumento offensivo sistematico, sviluppando una strategia di “lawfare” contro l’Occidente. Il termine lawfare indica l’uso manipolatorio di norme giuridiche, tribunali internazionali e procedimenti legali per raggiungere obiettivi politici, strategici e persino militari. Non si tratta semplicemente di ricorsi giudiziari o dispute diplomatiche. Nella visione russa descritta dal report lettone, il diritto diventa una vera e propria arma geopolitica. Un mezzo per intimidire governi occidentali, delegittimare sanzioni, paralizzare iniziative internazionali ostili al Cremlino e creare le basi narrative per future escalation.

Secondo il documento, negli ultimi mesi le istituzioni russe hanno aggiornato strutture, programmi e priorità per rendere questa strategia molto più aggressiva e coordinata. Mosca starebbe formando nuovi specialisti del settore giuridico, aumentando il personale coinvolto nelle attività di lawfare e costruendo meccanismi centralizzati per gestire contenziosi internazionali e campagne legali contro l’Occidente. Parallelamente, la Russia starebbe lavorando per creare una rete internazionale di giudici, esperti e Paesi politicamente vicini al Cremlino, con l’obiettivo di influenzare il sistema giudiziario internazionale dall’interno. Non è un caso che il rapporto evidenzi il crescente interesse russo verso l’esperienza iraniana. Mosca starebbe studiando attentamente le controversie legali tra Teheran e Washington, in particolare quelle relative alle sanzioni americane e ai beni iraniani congelati.

Il Cremlino ritiene che l’Iran abbia sviluppato negli anni strumenti utili per trasformare i tribunali internazionali in terreni di pressione politica contro l’Occidente. In sostanza, Mosca vuole imparare da Teheran come utilizzare il diritto non per risolvere controversie ma per logorare strategicamente i propri avversari. La parte forse più inquietante del rapporto riguarda però il possibile utilizzo di questa strategia come giustificazione per future azioni aggressive contro i Paesi Nato. Secondo l’intelligence lettone, il Cremlino considera già in corso una “confrontazione diretta” con l’Occidente anche sul piano giuridico. In questa logica, ogni sanzione, ogni mandato della Corte penale internazionale, ogni iniziativa sul tribunale speciale per i crimini di aggressione contro l’Ucraina viene percepita da Mosca come parte di una guerra più ampia contro la Russia. Non sorprende quindi che Vladimir Putin abbia recentemente firmato una legge che autorizza l’invio delle forze armate russe all’estero per “proteggere cittadini russi” coinvolti in procedimenti giudiziari. Dietro la formula apparentemente tecnica si nasconde un principio estremamente pericoloso: trasformare dispute legali o decisioni giudiziarie internazionali in potenziali pretesti per interventi militari o operazioni ostili. È esattamente la stessa logica già utilizzata dal Cremlino per giustificare la guerra di aggressione su larga scala contro l’Ucraina attraverso la presunta “protezione” delle popolazioni russofone del Donbas.

Il rapporto dedica inoltre grande attenzione ai Paesi baltici. Secondo il Sab, Mosca starebbe preparando ricorsi contro Lettonia, Estonia e Lituania presso la Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite accusandole di discriminazione contro le minoranze russe e russofone. L’obiettivo reale, tuttavia, non sarebbe tanto ottenere una vittoria legale quanto alimentare una campagna propagandistica internazionale capace di delegittimare i governi baltici e costruire una narrativa utile a future pressioni politiche o destabilizzazioni. Il vero punto centrale del documento lettone è forse proprio questo: il Cremlino non considera più il diritto internazionale come un insieme di regole condivise ma come un ulteriore spazio di conflitto. In questa visione, tribunali, convenzioni, organismi internazionali e perfino il linguaggio giuridico diventano strumenti di guerra politica. Non per limitare l’aggressione ma per renderla più sostenibile, più credibile e, se possibile, persino “legalmente” difendibile agli occhi di parte della comunità internazionale. Per questo il rapporto del Sab merita attenzione ben oltre i Paesi baltici. Perché mostra una Russia che non sta semplicemente militarizzando la politica estera ma sta tentando di militarizzare anche il diritto.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 11 giugno 2026 alle ore 10:52