Perché le armi nucleari esercitano una compulsione generalizzata, variamente palesata, in molti Stati? L’arma atomica riveste sulla scena internazionale uno dei principali strumenti di potere e pressione, e il suo possesso esercita soprattutto una azione di deterrenza. Ufficialmente, sono nove gli Stati che assicurano di avere atomiche in dotazione, ma altri stanno cercando di ottenerla, sia con tecnologia propria che tentandone l’acquisto. I meccanismi internazionali di non proliferazione nucleare non hanno quasi nessun effetto di contenimento verso questa compulsione diretta all’atomica, tantomeno gli impegni della diplomazia internazionale riescono a frenare queste spinte verso il nucleare militare; solo operazioni di sabotaggio e di intelligence esercitati da vari servizi segreti, anche statunitensi e israeliani, riescono a rendere non agevole questo percorso, in particolare tramite operazioni segrete contro infrastrutture e programmi specifici. Così dall’Asia al Medio Oriente fino all’Europa orientale, la moltiplicazione di numerose crisi regionali ci fa osservare che soprattutto il perdurare dei conflitti e l’incertezza degli esiti, porta all’ostentazione della minaccia dell’utilizzo dell’arma atomica, non tanto come reale modalità offensiva, e quindi di vittoria sull’avversario, generalmente sprovvisto di tale arma, ma come intimidazione catastrofica, con la consapevolezza, da parte di chi minaccia l’utilizzo, che gli ordigni atomici attivabili sono intorno a 10mila (ma probabilmente in numero maggiore) e ben distribuiti solo in un emisfero del pianeta. Considerando che solo Stati Uniti e Russia detengono almeno l’85 per cento delle atomiche attivabili.
Così, in uno scenario dove Donald Trump sta giocando affannosamente la debole carta del nucleare arricchito iraniano con l’obiettivo di tenere concentrata l’attenzione pubblica su un non problema, il dittatore nordcoreano Kim Jong-un ha annunciato, il tre giugno scorso, una svolta storica e un “successo incredibile”, riferendosi al completamento del suo programma che ha permesso l’aumento delle forze nucleari militari della Corea del Nord. La notizia del successo del programma nucleare nordcoreano è stata data dall’agenzia di stampa governativa nordcoreana Kcna, fatta rimbalzare sulla stampa internazionale giovedì 4 giugno dall’agenzia sudcoreana Yonhap. Secondo tale informazione il completamento del “programma” ha fatto più che raddoppiare, nell’ultimo quinquennio, la capacità di produzione nucleare militare del Paese, e questo grazie alla apertura di nuovi impianti di produzione di materiali nucleari, ovvero sistemi di arricchimento dell’uranio.
Kim Jong-un ha così sottolineato la necessità di un esponenziale rafforzamento delle capacità nucleari militari del Paese a causa dei conflitti in atto, dei quali non si scorge la fine, e che si aggravano quotidianamente. Già ad aprile di questo anno la scarsamente considerata Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), aveva avvertito che la Corea del Nord sta mostrando capacità di produzione di armi nucleari in preoccupante aumento. Tale affermazione, fatta durante una visita ufficiale del capo dell’Aiea in Corea del Sud, fa riferimento al sito nucleare di Yongbyon, unico centro di produzione di plutonio e di uranio arricchito, quindi con un ruolo strategico nella produzione di materiale nucleare per il programma di armamenti del Paese. Ma perché Pyongyang, ovvero Kim Jong-un, ostenta a mostrare i suoi successi nel quadro della ricerca e della produzione nucleare a scopo militare? La risposta, considerando il profilo del dittatore, può essere abbastanza intuitiva, ovvero il mostrare deliberatamente le sue crescenti capacità nucleari ha lo scopo di rappresentare che la denuclearizzazione del Paese non è negoziabile con Washington. Inoltre va considerato che la Corea del Nord ha prodotto un gran numero di armi nucleari tattiche, che necessitano la produzione di altrettante testate nucleari.
Così, intanto che la dittatura iraniana continua a mettere il veto sulla interruzione del suo programma nucleare – un falso problema costruito da Donald Trump – e la dittatura coreana replica il veto sul proprio “vero nucleare” a Washington, Russia e Corea del Nord suggellano la loro cooperazione sullo scenario della guerra in Ucraina. Infatti, dal 2022 inizio invasione russa dell’Ucraina, Mosca, oltre a permette a Pyongyang di eludere le sanzioni delle Nazioni unite che dovrebbero limitare pesantemente le sue attività, ha intensificato i legami con la Corea del Nord sia nell’ambito militare, che in diversi settori dell’economia. Tanto è che la località balneare nordcoreana di Wonsan-Kalma è diventata la meta del turismo di lusso dei russi. Uno splendido mare e infrastrutture eccellenti, è ciò che Sergey Lavrov, potente ministro degli esteri russo, ha descritto in una riunione della Duma l’11 febbraio 2026; esaltando le splendide ville della località, il parco acquatico, inaugurato con grande clamore a luglio 2025 da Kim Jong-un, i centri commerciali e la chilometrica spiaggia che fanno del sito turistico una ambita meta di vacanza per i russi.

La realtà, al di là della proliferazione interna del nucleare militare e l’inaugurazione di parchi giochi, è che gli ultimi dati prodotti nel 2025 dalla banca centrale sudcoreana, Banca di Corea, rivelano che il Prodotto interno lordo (Pil), della Corea del Nord è cresciuto almeno del 3,8 per cento nel 2024. Questo miglioramento è attribuito alla rilevante crescita degli scambi commerciali con la Russia dall’inizio della guerra in Ucraina. Quindi si ripropone la domanda: a chi conviene che la guerra tra Mosca e Kiev termini? Sicuramente alla potenza nucleare nordcoreana no, tanto meno alla Russia imbrigliata nella sua economia di guerra; una strategia, quella del proseguimento del conflitto, sottolineata anche venerdì scorso da Vladimir Putin al Forum economico internazionale di San Pietroburgo.
Aggiornato il 08 giugno 2026 alle ore 10:34
