La frattura tra Mosca e la Russia

La guerra dei droni sta trasformando non solo il campo di battaglia, ma anche la geografia psicologica della Federazione Russa. Da oltre quattro anni il Cremlino tenta di convincere i cittadini russi che la guerra possa restare lontana dalla loro quotidianità, confinata ai territori occupati dell’Ucraina e alle regioni di frontiera. Mosca, San Pietroburgo e il cuore economico del Paese dovevano continuare a vivere in una sorta di normalità artificiale, protetti da una barriera invisibile fatta di censura, propaganda e distanza geografica. Oggi quella barriera sta cedendo.

Gli attacchi ucraini con droni a lungo raggio stanno colpendo sempre più frequentemente infrastrutture strategiche russe, aeroporti, raffinerie, depositi di carburante e impianti militari attorno a Mosca. Le incursioni hanno ormai raggiunto decine di regioni russe, dagli oblast meridionali fino agli Urali, alimentando un crescente senso di vulnerabilità all’interno della popolazione.

Per il Cremlino il problema non è soltanto militare. È politico. Ogni drone che supera le difese aeree russe incrina l’immagine di invulnerabilità che Vladimir Putin ha costruito in oltre un quarto di secolo al potere. La Russia aveva abituato i propri cittadini a percepire la guerra come qualcosa che colpiva “gli altri”: i civili ucraini sotto i bombardamenti, le città distrutte del Donbas, le infrastrutture energetiche di Kyiv o Odesa. Ora invece sono i russi a vedere aeroporti chiusi, voli cancellati, raffinerie in fiamme e sirene antiaeree anche nelle regioni più lontane dal fronte.

La portata psicologica di questi attacchi è enorme. La Russia è uno Stato vastissimo, ma profondamente centralizzato. Mosca ha sempre vissuto in una dimensione quasi separata rispetto alle periferie del Paese. Il cittadino medio della capitale poteva ignorare la guerra continuando la propria vita quotidiana tra centri commerciali, metropolitana e ristoranti. L’arrivo dei droni ucraini sopra la regione moscovita rompe questa illusione e introduce un elemento destabilizzante: la percezione che il Cremlino non sia più in grado di garantire sicurezza neppure nel cuore del potere russo.

Non è un caso che le autorità russe abbiano reagito intensificando la censura sulle immagini degli attacchi e limitando la diffusione di informazioni online. Ma nell’era dei social network e di Telegram il controllo totale è impossibile. Video di esplosioni, incendi e colonne di fumo circolano rapidamente, alimentando discussioni sempre più accese anche tra ambienti tradizionalmente filogovernativi.

Dal punto di vista strategico, Kyiv sta perseguendo una logica precisa. L’Ucraina non possiede la superiorità numerica convenzionale della Russia, ma ha sviluppato una capacità asimmetrica fondata sulla produzione di droni relativamente economici e difficili da intercettare. L’obiettivo non è soltanto distruggere infrastrutture militari o energetiche. È costringere Mosca a disperdere le proprie difese aeree su un territorio immenso, aumentando i costi economici e psicologici della guerra.

Le raffinerie rappresentano un bersaglio particolarmente sensibile. Gli attacchi ucraini hanno già provocato interruzioni nella capacità di raffinazione russa e costretto Mosca a rivedere temporaneamente le esportazioni di carburante. Anche quando il danno materiale è limitato, l’effetto simbolico resta devastante: la superpotenza energetica che fatica a proteggere i propri impianti strategici.

Ma esiste anche un’altra dimensione, ancora più pericolosa per il Cremlino: la frattura crescente tra Mosca e il resto della Federazione Russa. Le regioni di confine come Belgorod, Kursk o Bryansk vivono ormai da mesi sotto una pressione continua fatta di attacchi, evacuazioni e allarmi. In molte aree cresce la sensazione che la capitale abbia esportato la guerra verso le periferie senza essere in grado di proteggerle adeguatamente. La propaganda patriottica funziona finché la guerra resta lontana. Quando invece il conflitto entra nella quotidianità, emergono paura, rabbia e domande sempre più difficili da reprimere.

Il paradosso è evidente. Putin aveva lanciato l’invasione su larga scala dell’Ucraina anche per riaffermare l’immagine di una Russia forte, temuta e dominante nello spazio post-sovietico. Oggi la guerra dei droni mostra invece una Russia vulnerabile, costretta a difendere il proprio territorio da incursioni sempre più profonde. Persino Mosca, il simbolo assoluto del potere russo, non appare più intoccabile.

Ed è forse proprio questo il cambiamento più significativo: la guerra sta lentamente cessando di essere soltanto una tragedia ucraina agli occhi dei cittadini russi. Sta diventando, sempre di più, una realtà interna alla Federazione Russa stessa.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 05 giugno 2026 alle ore 15:25