La guerra di aggressione su larga scala della Russia contro l’Ucraina è entrata in una nuova fase. Non perché il Cremlino abbia conquistato una svolta strategica sul campo di battaglia, ma perché Vladimir Putin sembra aver preso atto del contrario: l’invasione non sta producendo i risultati sperati e l’esercito russo, pur continuando a esercitare una pressione enorme lungo il fronte, appare sempre più incapace di trasformare le perdite umane e materiali in successi decisivi. È in questo contesto che si comprende l’intensificazione degli attacchi contro i civili ucraini, una strategia che Mosca presenta come rappresaglia ma che in realtà riflette soprattutto l’incapacità di ottenere una vittoria militare. Nelle ultime settimane le città ucraine sono state colpite da bombardamenti sempre più massicci. Kyiv, Dnipro, Kharkiv, Zaporizhzhia e altre aree urbane sono finite nel mirino di missili balistici, droni kamikaze e attacchi combinati che hanno provocato decine di morti e centinaia di feriti. Secondo diverse ricostruzioni internazionali, Mosca sta cercando deliberatamente di logorare la popolazione civile ucraina colpendo infrastrutture energetiche, abitazioni, reti di trasporto e servizi essenziali.
La narrativa russa continua a parlare di “operazione militare speciale”, ma la realtà è quella di una guerra di attrito sempre più brutale, dove il terrore contro la popolazione civile viene utilizzato come strumento politico e psicologico. Il Cremlino spera evidentemente che il continuo bombardamento delle città possa spezzare la resistenza ucraina, alimentare la stanchezza occidentale e costringere Kyiv ad accettare condizioni negoziali vicine alla capitolazione. È una logica che richiama altre campagne russe degli ultimi decenni, dalla Cecenia alla Siria: quando Mosca non riesce a imporre rapidamente il proprio dominio, trasforma le città in bersagli. Ma vi è anche un altro elemento che sta emergendo con crescente evidenza: l’Ucraina sta portando la guerra in profondità all’interno della Federazione russa. I droni ucraini colpiscono raffinerie, terminal petroliferi, aeroporti militari e infrastrutture strategiche a centinaia, talvolta migliaia di chilometri dal confine.
Persino San Pietroburgo, città simbolo del potere putiniano, è stata recentemente raggiunta da attacchi che hanno colpito un terminal petrolifero e installazioni navali proprio mentre si apriva il Forum economico internazionale voluto dal Cremlino come vetrina di stabilità e normalità. Questo aspetto è fondamentale perché incrina uno dei pilastri psicologici su cui Putin ha costruito il consenso interno: l’idea che la guerra potesse restare lontana dalle grandi città russe. Per oltre quattro anni il Cremlino ha cercato di mantenere una sorta di doppia realtà: devastazione quotidiana in Ucraina e apparente normalità nella Russia europea. Oggi quella separazione si sta sgretolando. Gli aeroporti vengono chiusi, le raffinerie bruciano, le basi navali vengono colpite e l’opinione pubblica russa comincia lentamente a comprendere che la guerra non è più un evento distante confinato nel Donbas o lungo il Dnipro. È proprio questa erosione della narrativa della “guerra controllata” a rendere più nervosa la leadership russa. Da qui deriva probabilmente anche l’escalation contro i civili ucraini. Putin ha bisogno di dimostrare forza in un momento in cui il conflitto mostra sempre più chiaramente i limiti strutturali della macchina militare russa. Nonostante la superiorità numerica e la disponibilità di enormi risorse, Mosca continua a registrare perdite elevatissime senza ottenere sfondamenti decisivi. Numerosi osservatori internazionali parlano apertamente di un esercito russo logorato, costretto a sacrificare uomini e mezzi per guadagni territoriali minimi. Il problema per il Cremlino è che la strategia del terrore rischia di produrre l’effetto opposto.
Ogni nuovo attacco contro edifici residenziali, ospedali o infrastrutture civili rafforza infatti la convinzione, in Ucraina e in larga parte dell’Europa, che questa guerra non possa essere congelata premiando l’aggressore. Al contrario, cresce la consapevolezza che una Russia convinta di poter vincere attraverso la distruzione sistematica delle città rappresenti una minaccia diretta per la sicurezza europea. L’Europa dovrebbe trarre una lezione chiara da questa fase del conflitto. Gli attacchi contro i civili non sono il segno della forza russa, ma della difficoltà crescente del Cremlino nel raggiungere i propri obiettivi strategici. Putin intensifica i bombardamenti perché l’invasione non sta andando secondo i piani. E proprio per questo l’Occidente non dovrebbe interpretare l’escalation come un motivo per ridurre il sostegno a Kyiv, bensì come la prova che il sostegno militare all’Ucraina sta funzionando. La storia insegna che i regimi autoritari spesso diventano più pericolosi quando comprendono di non riuscire più a controllare gli eventi. Oggi la Russia di Putin appare esattamente in quella fase: più aggressiva, più imprevedibile e al tempo stesso più vulnerabile di quanto la propaganda del Cremlino voglia far credere.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 04 giugno 2026 alle ore 10:58
