L’articolo di Tommaso Tuppini apparso su L’Altravoce il 16 maggio 2026 sull’incontro Donald Trump-Xi Jinping ha il pregio raro di affrontare la questione del primato americano con i numeri, non con le impressioni, e di farlo controcorrente rispetto all’umore antiamericano che attraversa larga parte del nostro dibattito. Mentre molti commentatori, soprattutto a sinistra, si affrettano a celebrare il declino di Washington e a misurare la statura di Xi sull’imbarazzo di Trump, Tuppini ricorda i dati che contano: nove fra le dieci imprese più forti del pianeta sono ancora americane, l’Intelligenza artificiale attira a Washington sei volte i capitali che attira a Pechino, l’unica alleanza ufficiale della Cina è la Corea del Nord, e l’inglese è l’unica lingua davvero ecumenica del nostro tempo, quella che ogni scienziato cinese è costretto ad accettare anche quando vorrebbe farne a meno. Vero, tutto vero. Vorrei però provare a spingere quel ragionamento un passo oltre. La verità non è che l’Occidente resista: è che ha già vinto, e ha vinto talmente bene che la forma in cui oggi lo riconosciamo è destinata a cambiare. Bisogna intendersi, prima di tutto, su che cosa intendiamo per “Occidente”.
Se intendiamo l’America, i suoi alleati, la sua egemonia militare e linguistica, allora il discorso si chiude in fretta e si chiude bene. Ma se intendiamo qualcosa di più profondo, ossia la forma di organizzazione del mondo che l’Occidente ha generato nei secoli, fatta di capitalismo, scienza moderna, apparato tecnico-industriale, primato del profitto e dell’efficienza, allora la Cina di Xi non è la sua alternativa: è la realizzazione di una delle sue varianti. Ciò che a Pechino è cresciuto negli ultimi quarant’anni non costituisce un terzo modello rispetto al capitalismo occidentale e al socialismo reale; è una forma di capitalismo di Stato in cui il profitto privato non è più il fine dell’attività economica, ma il mezzo per accrescere indefinitamente le capacità tecnologiche di un apparato. L’autostrada a quarantasette corsie, il treno supersonico, il cantiere chiuso in una settimana non sono prove di un’alternativa all’Occidente: sono il segno che la stessa logica occidentale, fatta di produzione di potenza, accumulazione di mezzi e ottimizzazione dei risultati, opera ormai dai due lati del Pacifico, con bilanciamenti diversi fra efficienza tecnica e valori democratici. A Detroit, a Francoforte e a Milano quella logica si è servita per due secoli della libera concorrenza, accettando i freni imposti dai diritti, dal pluralismo, dal conflitto sindacale; a Pechino si serve oggi del partito unico, dei piani quinquennali, della pianificazione centralizzata, scaricando su quegli stessi freni il prezzo di una maggiore velocità esecutiva.
Non si tratta di stabilire chi dei due abbia ragione: si tratta di vedere che entrambi competono sullo stesso terreno e con la stessa metrica. Qui torna utile il caso Kissinger. Quando il 9 luglio 1971 atterrò a Pechino e strinse la mano a Zhou Enlai, Henry Kissinger pensava di muovere la Cina contro l’Unione Sovietica come si muove una pedina su una scacchiera. La mossa, sul piano tattico, riuscì oltre ogni previsione: cominciò a disinnescare il blocco sovietico, è vero, ma soprattutto consegnò un quinto dell’umanità alla traiettoria tecnico-capitalistica dell’Occidente. Da quel giorno la Cina non costruisce un’alternativa: corre lungo la stessa strada su cui corriamo noi, e quanto più la percorre con efficacia, tanto più ne conferma, e non ne smentisce, la portata planetaria. Il duello Trump-Xi, in questo senso, non è uno scontro fra civiltà: è una contesa interna a un unico processo, di cui entrambi i contendenti sono espressione, e di cui nessuno dei due può vantarsi di essere il regista. Resta allora la domanda decisiva, quella che le cancellerie non si pongono e gli editorialisti aggirano: se la logica dell’Occidente si è ormai planetarizzata, chi ne raccoglie davvero i frutti? La risposta non è né Washington né Pechino.
Capitalismo e socialismo, democrazia e autoritarismo, America e Cina credono ancora di servirsi dell’apparato tecnico-scientifico per i loro fini: il profitto, la sicurezza, il primato nazionale, l’equità sociale. Ma per restare in piedi nella competizione devono potenziarlo continuamente, e così facendo gli destinano risorse sempre maggiori, finché ciò che era mezzo finisce per occupare lo spazio dello scopo e gli scopi originari si trasformano in alibi. Si potenzia la ricerca per battere il concorrente, e ci si accorge che il concorrente fa lo stesso, e che la sola partita davvero in corso è il potenziamento in quanto tale, sganciato da ogni fine. Le nove imprese su dieci americane non garantiscono allora il primato dell’America: garantiscono che l’America è oggi il vettore più efficiente di una potenza che la trascende e che, paradossalmente, è anche la sua più riuscita creatura. Anche l’inglese, “l’unico impero che non ha bisogno di eserciti”, funziona ormai più come lingua franca della tecnica che come lingua di un’identità culturale: nessun ricercatore di Shanghai pubblica in inglese perché ami William Shakespeare. Non bisogna dare per morto l’Occidente, dunque. Anzi: occorre riconoscere che l’Occidente non sta morendo, sta vincendo in un modo così pieno da diventare irriconoscibile a sé stesso. Forse bisogna prepararsi a un esito che né i tifosi di Washington né quelli di Pechino vedono arrivare: né un nuovo impero americano né un secolo cinese, ma una lenta Pax Technica in cui ogni potere politico, da una parte e dall’altra del Pacifico, finirà per essere lo strumento di un dominio impersonale di matrice occidentale. È in questo orizzonte che converrebbe collocare l’incontro fra Trump e Xi: non l’inizio di un’altra storia, ma una tappa intermedia della stessa storia. La nostra.
Aggiornato il 21 maggio 2026 alle ore 11:40
