Leone XIV in Africa: la strategia cattolica

Trattare delle questioni religiose africane implica l’utilizzo del concetto di “relativismo culturale” come sistema di interpretazione. I confronti, le convivenze, come le supremazie, si basano su fattori che orbitano spesso lontano dalla Fede tradizionale. Il Continente africano è probabilmente la massima espressione della parcellizzazione del “Credo” inteso in senso universale; il substrato su cui si poggia sia la cristianizzazione che l’islamizzazione, ha una struttura socio-antropologica granitica, infatti ambo le fedi, nonostante la diversa modalità di indottrinamento, sono spesso arricchite, ma possiamo leggerle anche come contaminate, dalla cultura tribale, dalla appartenenza etnica e dall’animismo, che hanno storicamente definito aree e comunità.

L’opera che Papa Leone XIV ha avviata e programmata scandisce una necessità che il Cristianesimo africano in generale ed il Cattolicesimo in particolare richiedono, anche alla luce delle dilaganti violenze che il jihadismo sta esercitando proprio sulle comunità cristiane africane.  

Oggi circa il 20 per cento dei cattolici di tutto il mondo vive nel continente africano; queste comunità hanno caratteristiche sociali forti e radicate, tanto è che resistono ed in alcuni casi reagiscono alle pressioni provenienti dall’estremismo islamico. Un radicamento alla fede che i dati vaticani mostrano in forte crescita, una popolazione, quella cattolica, che sta aumentando più velocemente che in qualsiasi altra parte del mondo.

È evidente che questo dato è anche legato a fattori demografici decisamente più “positivi” che in altre parti del Mondo.

La prima visita del Papa è iniziata lunedì in Algeria, un viaggio che lo sta portando in Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. In Algeria esiste una piccola comunità cattolica, poco meno di diecimila fedeli, ma che ha lasciato nella storia una traccia profonda, essendo la patria del teologo e filosofo Sant’Agostino, la cui eredità culturale è profondamente legata all’Ordine agostiniano a cui appartiene il Papa. Questa visita è stata presentata come una priorità personale del Papa e l’impatto che ha sul mondo cristiano africano è mirato a rafforzare la vicinanza ad una realtà dai tratti complessi. Lo scenario che Prevost sta toccando è quello dove il Cristianesimo si è confrontato con culti tradizionali, spesso fraintesi e travisati, e sovente considerati primitivi o pagani. Ma queste credenze mostrano una tenace e articolata spiritualità basata sull’animismo, che si amalgama con la natura con l’ambiente sociale, attribuendo un’anima e un potere a tutti gli elementi della natura, dall’armonia tra i vivi e i morti, al culto dei morti. Una cultura trasmessa oralmente e adattata ai contesti locali, che ha mostrato una forte resistenza di fronte sia alle missioni che alle persecuzioni. Un sistema di “culture fideistiche” che è tutt’oggi vitale e sincretico con religioni “invasive” come l’islam, che ha esercitato conversioni forzate, stravolto il vero significato di jihad e che ha nel loro testo sacro la Legge, e più duttili come il Cristianesimo.

Il passaggio in Camerun tocca una realtà dove i cattolici rappresentano quasi il 40 per cento della popolazione, ma il Paese è martoriato da un decennale conflitto tra le regioni anglofone separatiste e il governo a maggioranza francofona. Un conflitto che secondo dati Onu ha causato più di mezzo milione di sfollati e circa seimila morti. Leone XIV celebrerà, il 16 aprile, una messa nell’epicentro del conflitto a Bamenda, capoluogo della regione nord-occidentale, alla quale sono invitati rappresentanti di tutte le fedi. A novembre del 2025, quando un pastore battista e sei sacerdoti furono rapiti, Papa Leone XIV ne chiese la liberazione.

Dal Camerun, il Papa si recherà in Angola, poi destinazione finale la Guinea Equatoriale, tutti paesi a maggioranza cattolica.

L’opera di Prevost è comunque dall’alto significato evangelico, un contesto difficile ed anche rischioso, vedi Algeria dove in occasione della visita, due “martiri di Allah” si sono fatti esplodere, senza arrecare danni. L’Africa è terra di missione per eccellenza, ed ha interessato la religione sotto molti aspetti sia per la vitalità demografica, che per la natura. È una attrattiva per i ragionamenti sulla profondità del suo islam e del suo evangelicalismo, all’interno delle quali si dipanano correnti salafite e pentecostali. Inoltre, l’Africa subsahariana, particolarmente colpita dal jihadismo, è sempre stata un’area di ricerca privilegiata per chi studia l’antropologia delle religioni tradizionali, naturiste, endogene, o feticistiche. Il continente africano storicamente ha funto da volano per lo sviluppo del Cristianesimo e dell’islam. Uno scenario dove l’Abissinia copta accoglieva musulmani perseguitati dall’aristocrazia meccana ancora prima della migrazione di Maometto a Medina. Bilal ibn Rabah, uno schiavo etiope nero è stato il primo muezzin dell’Islam nella penisola araba.

Dobbiamo ricordare anche i padri fondatori della Chiesa in Africa, come il teologo tunisino Quinto Tertulliano, San Cipriano di Cartagine e Agostino d'Ippona, vescovo di Numidia, oggi Algeria. Il Patriarcato di Alessandria per diversi secoli ha contato il maggior numero di cristiani nell’Impero bizantino, prima di essere ufficialmente spodestato, con il IV Concilio ecumenico di Calcedonia, nell’anno 451, da Costantinopoli, la “Nuova Roma”, che retrocesse Alessandria al terzo posto nella gerarchia ecclesiastica.

Ricordo che dall’Abissinia copta al Regno del Congo, il cristianesimo africano poté svilupparsi prima dell’occupazione coloniale, avvenuta molto più tardi rispetto al Sud America o all’Asia.

Poi arrivarono gli europei che riordinarono le questioni religiose inserendole nel contesto di progetto di “civilizzazione”. Anche se non sempre in sintonia con i colonialisti, i missionari cristiani, precedendoli e accompagnandoli, favorirono gli europei verso l’occupazione di territori considerati arretrati e selvaggi.

Ma superata la fase di conquista i religiosi musulmani a fianco delle potenze imperialiste, hanno finito per adottare posizioni pragmatiche, nonostante l’islam, con l’obiettivo di graziarsi la fiducia inserendosi in molti tessuti sociali soprattutto nel sahel.

L’era coloniale segnò di fatto il grande spostamento della popolazione dell’Africa sub-sahariana verso il monoteismo, facilitando la conversione di massa al Cristianesimo e all’Islam.

Ricordo infine che sotto la volta della basilica di Notre-Dame d’Afrique, sulle alture di Algeri, spicca una frase di assoluta attualità, in lettere bianche sui mosaici blu: “Pregate per noi e per i musulmani”.

Aggiornato il 16 aprile 2026 alle ore 09:51