A proposito delle elezioni in Ungheria

A voler ragionare per parossismi, magari mantecando un poco la tragedia con la farsa, verrebbe da dire che nei momenti topici della storia per battere la Destra serve… la Destra stessa. A volte contraddistinta da sensibilità e modulazioni di pensiero differenti rispetto all’originale che si vuole sfidare.

Fu Winston Churchill il primo a scontrarsi e resistere eroicamente al Führer tedesco. Qualche anno dopo toccò invece a Margaret Thatcher difendere la propria sovranità territoriale dalle mire dei generali argentini.

Arriviamo a ieri. Sera. Poco fa. Il semisconosciuto (alle nostre latitudini) Peter Magyar è riuscito a interrompere, dopo più di tre lustri, la premiership di Viktor Orbán.

Bene? Male? Direi più la prima. Sia perché l’alternanza elettorale è una virtù istituzionale, sia perché quest’ultima – assieme alla presenza di un’opposizione – è ciò che contraddistingue una democrazia da una dittatura.

E poi Orbán – inizialmente ispirato da un pensiero similare a quello del compianto Václav Havel, uno dei pochi casi di intellettuale e dissidente liberale alla guida di un Paese dell’Est dopo la caduta del Muro – negli anni si è fatto prendere la mano da un approccio eccessivamente dirigista, rinnegando alcuni principi che rendono consequenziale l’essere una democrazia con lo Stato di diritto.

Certo, ora a Budapest abbiamo un ex di Fidesz (il partito dello stesso Orbán) che deve ancora sciogliere le riserve su molte posizioni, sia di politica interna che su questioni soprattutto di natura internazionale.

Ma, per il momento, le certezze sono due: la prima è che dalle parti del Danubio non c’era alcuna dittatura; la seconda è che, per battere la Destra, a volte serve la Destra. Più moderna. Più liberale. Più europeista.

P.S.
In realtà esiste anche una terza certezza: 70 anni dopo a Budapest una rivoluzione non verrà soffocata da chicchessia. E non è poco.

Aggiornato il 13 aprile 2026 alle ore 10:21