C’è qualcosa di quasi rassicurante nella coerenza. Non importa quanto discutibile sia il principio, purché venga applicato con costanza, senza tentennamenti. In questo senso, la proposta russa di legalizzare la registrazione interna di veicoli rubati all’estero non è affatto sorprendente. Anzi, è perfettamente in linea con una lunga tradizione politica e amministrativa che potremmo definire, senza troppi giri di parole, una forma strutturata di appropriazione sistematica.
Qualcuno la chiamerebbe cleptocrazia; altri, con maggiore indulgenza, pragmatismo. In ogni caso, niente di nuovo sotto il sole.
L’idea, presentata con una certa disinvoltura burocratica, è quella di tutelare gli “acquirenti in buona fede” che, ignari, si ritrovano tra le mani un’auto rubata in Europa e introdotta in Russia attraverso canali più o meno opachi. Una preoccupazione nobile, quasi commovente: chi non vorrebbe proteggere il cittadino onesto che scopre solo dopo l’acquisto di guidare un bene sottratto a qualcun altro? Il dettaglio curioso è che la soluzione proposta non sia restituire il veicolo al legittimo proprietario, né rafforzare i controlli contro il traffico illegale, bensì rendere perfettamente legale il possesso di ciò che illegale è all’origine. Una sorta di lavaggio normativo, dove il problema non viene risolto ma semplicemente ridefinito fino a scomparire.
Da un certo punto di vista, è un approccio brillante nella sua semplicità: se qualcosa è rubato, basta cambiare la definizione di proprietà una volta superato il confine. Un piccolo passo per la burocrazia, un grande salto per il concetto stesso di diritto. E così, un’auto sottratta magari a Milano, Berlino o Parigi può trovare una seconda vita perfettamente legittima a migliaia di chilometri di distanza, con tanto di targa, documenti e benedizione statale. Il tutto mentre il proprietario originario, con ogni probabilità, continuerà a discutere con la propria assicurazione e a compilare moduli nella vana speranza di un recupero.
Le autorità europee, prevedibilmente, non hanno accolto la notizia con entusiasmo. Il timore è che una simile misura finisca per incentivare ulteriormente il furto organizzato di veicoli, trasformando la Russia in una sorta di terminale sicuro per le reti criminali. In fondo, se esiste un mercato dove la merce rubata può essere “ripulita” con relativa facilità, il rischio è che l’intero sistema venga alimentato da una nuova e più redditizia domanda. Ma forse è proprio questo il punto: quando il confine tra legalità e illegalità diventa così flessibile, il concetto stesso di contrasto al crimine perde consistenza.
Eppure, indignarsi troppo sarebbe quasi fuori luogo. Perché questa non è una deviazione improvvisa, né una caduta accidentale. È, piuttosto, l’ennesima manifestazione di un modello già ampiamente consolidato. Nei territori ucraini occupati, pratiche simili sono state osservate con una sistematicità che difficilmente può essere considerata casuale. A Mariupol, Melitopol, Berdiansk e in molte altre città, abitazioni appartenenti a cittadini ucraini sono state assegnate a funzionari russi o a nuovi arrivati, spesso senza alcun tentativo credibile di mascherare l’origine della proprietà. Case svuotate, registri modificati, nuove assegnazioni: un processo che, a guardarlo da vicino, somiglia molto più a una riassegnazione forzata che a una gestione amministrativa.
E poi ci sono i bambini, trasferiti dalla loro terra d’origine e inseriti in un contesto completamente diverso, con l’obiettivo dichiarato − o forse sarebbe più corretto dire implicito − di una progressiva russificazione. Anche qui, la narrazione ufficiale parla di protezione, di assistenza, di opportunità migliori. Una costante retorica paternalistica che accompagna operazioni il cui impatto umano e giuridico è tutt’altro che neutrale. Se si accetta questa logica, allora anche l’auto rubata diventa un problema secondario, quasi un dettaglio tecnico in un sistema molto più ampio.
In questo contesto, la questione delle automobili appare quasi come una naturale estensione di pratiche già viste: un ulteriore tassello in un mosaico coerente. Non si tratta di una svolta, ma di una conferma. La differenza, semmai, è che questa volta il fenomeno potrebbe toccare più direttamente i cittadini europei. Non più qualcosa che accade “altrove”, in territori lontani e complessi, ma una dinamica che potrebbe iniziare con il furto sotto casa e terminare con la piena legalizzazione del bene in un altro Paese.
Ed è forse proprio questo l’elemento più interessante: la normalizzazione diventa visibile quando smette di essere distante. Finché riguarda altri, può essere analizzata, discussa, persino relativizzata. Quando invece entra nella sfera quotidiana − quando l’auto che non trovi più nel parcheggio potrebbe essere già in viaggio verso un sistema che ne legittimerà il possesso − allora la questione assume contorni diversi. Non più astratti, ma decisamente concreti.
Alla fine, ciò che colpisce non è tanto la misura in sé, quanto la sua prevedibilità. Non c’è sorpresa, né rottura. Solo continuità. Una linea che parte da lontano e procede senza deviazioni significative, adattandosi di volta in volta al contesto, ma mantenendo intatta la propria logica di fondo.
Ed è forse proprio questo il punto: l’indignazione, da sola, non basta più. Se la “coerenza” di Mosca − per quanto discutibile − continua a produrre effetti concreti, allora anche le reazioni dovrebbero smettere di essere puramente retoriche. Forse è il momento di iniziare a tradurre lo sdegno in scelte reali, anche scomode. Di interrogarsi seriamente su quanto sia sensato continuare a trattare come interlocutori ordinari i cittadini di un sistema che normalizza l’appropriazione altrui, concedendo loro visti turistici con leggerezza, allestendo padiglioni “culturali” come se nulla fosse, o consentendo perfino di sfilare sotto bandiera e inno nazionale nelle competizioni internazionali. Perché ogni gesto di normalizzazione, per quanto piccolo o giustificato da buone intenzioni, contribuisce a rafforzare l’idea che, in fondo, tutto sia accettabile. E forse il problema, a quel punto, non è più soltanto ciò che accade altrove, ma ciò che scegliamo − consapevolmente o meno − di tollerare.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 30 marzo 2026 alle ore 14:07
