Vedi? Sa appena camminare, ma già stringe in mano il cellulare di papà (o di mamma) che fa funzione di tettarella digitale. Prima la battuta era (rispetto al bambino irrequieto che disturbava la serata social dei genitori e dei loro ospiti) “addormentalo con il gas”. Oggi, invece la droga sono videogiochi e social per cui si addormentano tutte le zone frontali e associative, quelle del pensiero attivo e creativo, mentre si esaltano quelle associate alla frenesia da scroll, in cui sullo schermo scorrono in sequenza centinaia di videoclip, su alcuni dei quali si concentra per pochi secondi l’attenzione. Ora, tutto ciò, somministrato quotidianamente per tutto il primo decennio di vita, porta al totale alienamento dalla realtà. Così il virtuale diventa reale da plasmare in base a istinti primordiali: chi si vuole suicidare, e cerca stimoli nella rete per riuscirci, ne riceve in quantità illimitate. Idem, per chi progetta le sue vendette nell’età dell’impunibilità comportandosi come un “incel” (vedi a titolo di esempio, “Gli Incel: femminicidi per vocazione”), che considerano il femminicidio una cosa buona e giusta perché attribuiscono la loro infelicità all’ostilità dimostrata nei loro confronti dal genere femminile. Ecco, questo profilo distopico aderisce perfettamente al protagonista del recente accoltellamento “acerbo” di una professoressa di francese per mano di un suo alunno tredicenne, che si è dotato di un rituale tutto suo, facendosi aiutare dall’Intelligenza artificiale per redigere il manifesto di rivendicazione del suo tentato femminicidio. Per poi inviare il filmato di esecuzione direttamente via social, con il cellulare appeso al collo per la ripresa diretta dell’eroico gesto, a beneficio del suo gruppo Telegram “MsVendetta”.
Ora, la cosa più risibile è stata la mobilitazione psico-woke dell’ambiente scolastico e di quello psicopedagogico, iniziando dalla lettera della sua vittima che ha chiesto di stare vicino al suo mini-giustiziere, minimizzando così le vere responsabilità di un sistema socioculturale in cui il “merito” è, per definizione, un’ingiustizia da eliminare. Risultato: le giovani generazioni non sanno più accettare i “no”, rifiutando di prepararsi alla vita vera, in cui la selezione darwiniana è il dato di fatto. Così, la professoressa, tramite il suo avvocato, ha invitato a non lasciare che il “buio” prevalga, sottolineando la necessità di restare vicini ai ragazzi. E, in particolare, di rimanere solidali con quelli che manifestano maggiori difficoltà, in quanto adolescenti fragili che non vanno abbandonati da parte della comunità, chiamata a interrogarsi sulle radici di tale violenza. Per capirne di più, sarà bene fare un breve accenno alle teorie di Alain Touraine e René Kaës a proposito della scomparsa dei così detti “garanti meta sociali” quali, tra l’altro: miti, ideologie, credenze religiose, sistema delle autorità, gerarchia sociale e valori etici condivisi. In astratto, quindi, questi insostituibili “garanti” rappresentano le grandi strutture di inquadramento e regolazione della vita sociale, culturale e simbolica che garantiscono stabilità e coesione a una comunità. Il loro scopo è di “tenere insieme” la società fornendo ai suoi individui punti di riferimento condivisi e, soprattutto, di sincronizzare i comportamenti individuali, al fine di dare un senso collettivo all’esistenza. Questi garanti “esterni” supportano i così detti “garanti metapsichici”, che sono poi i processi interni che strutturano l’identità individuale. E con il 13enne accoltellatore si vede oggi fino a che punto l’Io sia esploso!
La perdita di questi garanti metasociali ha diverse implicazioni e ricadute pratiche. La prima, è un’accresciuta “incertezza”, dato che la perdita di valori assoluti genera un senso di instabilità e precarietà nelle relazioni sociali, con fondamentali ripercussioni sul piano individuale. Infatti, il crollo delle certezze sociali “scopre” l’individuo, rendendo più difficile la costruzione di un’identità solida: aspetto particolarmente visibile nella crisi adolescenziale moderna. La seconda riguarda la “vulnerabilità” sociale, associata a violenza, amoralità e sottomissione acritica, a causa del vuoto di senso che la perdita di quei meta garanti lascia dietro di sé. Il caso del 13enne che ha accoltellato la sua professoressa di francese è del tutto emblematico in tal senso, e sarà bene che ciascuno si faccia un’idea in proposito leggendo il suo “manifesto” di rivendicazione, riportato integralmente di seguito, dal titolo La soluzione finale. “Non ho trovato il coraggio di uccidere mio padre. Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese. La scelta non è casuale, è mirata. Le piace prendermi di mira, umiliarmi davanti a tutti, fare commenti cattivi, battute di cattivo gusto e giustificare la violenza contro di me anche quando sono chiaramente la vittima. Quando un ragazzino gracile mi ha dato un pugno, non ho reagito. Gli insegnanti non se ne sono nemmeno accorti. Sono dovuto andare da loro e spiegare l’accaduto, e questo dimostra quanto la scuola stia fallendo. Quando la mia insegnante di francese ha avuto l’audacia di dire che me lo meritavo, il preside non ha fatto nulla. È rimasta impunita per una cosa così grave”.
“Visto che a quanto pare i ‘ragazzi’ non capiscono cosa sia giusto e cosa no, userò questo a mio vantaggio: non posso essere incarcerato, dato che in Italia l’età minima per la responsabilità penale è 14 anni, non posso nemmeno essere processato, quindi farò quello che ho sempre voluto fare: uccidere lei e chiunque cercherà di impedirmelo. Non è solo un atto di vendetta, è un modo per rompere la noiosa routine nel modo più estremo possibile. Sono stanco di essere un tipo banale, di dover fare sempre le stesse cose. Le regole non sono qualcosa che devo seguire, sono qualcosa che devo infrangere, e non c’è niente di meglio per farlo che la vendetta, punire chi mi ha fatto un torto. Ho sempre amato infrangere le regole, che fossero etiche, morali o legali, tutte queste cose mi limitano. E se qualcosa mette in discussione la mia libertà, lo sento come un attacco personale alla mia autonomia. Se qualcuno mi dice di non fare qualcosa, il più delle volte mi sento ancora più spinto a farlo”.
Ovviamente, su questo testo farneticante ci si aspettano volumi e migliaia di pagine di analisi colte, da parte di psicanalisti e sociologi, che rimarranno chiuse e limitate all’interno delle rispettive specialità. Guardando invece all’antico, con riferimento al clima delle parrocchie dove gli adolescenti passavano intere giornate a confrontarsi e sfidarsi sui campetti scalcinati da calcio (dandosele di santa ragione e tornando poi più amici di prima), tornerebbe utile ripristinare controcorrente il confronto “fisico” (in base alla filosofia del “circus” di epoca classica) tra giovani maschi. E lo si può fare in base al metodo millenario sia dei giochi di squadra, dove il contatto è previsto e regolato; sia degli incontri individuali di lotta e pugilato dove il mingherlino può prevalere sul più robusto, e così via. E questo, forse, è l’unico modo, per far uscire milioni di adolescenti dai castelli incantati dei gruppi social chiusi e auto disinformanti. Facciamola, cioè, finita con la femminilizzazione woke del maschio testosteronico, visto che madre natura lo ha creato così per la sopravvivenza della specie!
Aggiornato il 30 marzo 2026 alle ore 10:03
